Home Opinioni PERCHÉ OSCURARE LEONARDO: LA SAPIENZA PROIBITA

PERCHÉ OSCURARE LEONARDO: LA SAPIENZA PROIBITA

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di Giorgio Cattaneo
Ma come, quello che ci manca lo compriamo al prezzo corrente mentre solo la legna, che produciamo noi, la vendiamo sottocosto? Se tu mi freghi qui, vuol dire che mi freghi su tutto: perciò sei un ladro. Con queste parole, Gasperino il carbonaio – nei panni di Marchese del Grillo (Sordi & Monicelli, capolavoro del 1981) – licenzia su due piedi l’amministratore infedele, sorpreso a “fare la cresta” sulle forniture destinate al palazzo. Fatale indizio, il legname stranamente svenduto.
 
Davvero il diavolo si nasconde nei dettagli? Quello scoperto da Riccardo Magnani, sul vero Leonardo da Vinci, riposava da secoli alla luce del sole. Ma neppure la Biblioteca Nazionale di Firenze se n’era accorta: non sapeva di custodire la lettera con cui nel 1480 il diplomatico mediceo Benedetto Dei ricorda di aver accompagnato Leonardo a Milano, dall’ottantenne Francesco Sforza, quindici anni prima.
 
Comunemente, si continua a ripetere che Leonardo sarebbe arrivato nel capoluogo lombardo solo nel 1467, ormai alla corte di Ludovico il Moro. E invece: proprio all’anziano duca Francesco, stando alla cronologia esposta da Dei, avrebbe consegnato la sua “lira da braccio”.
 
Dono emblematico, quello: Leonardo era considerato il maggior musicista del suo tempo. E nel saggio in due volumi “La Musica scava il Cielo”, lo stesso Magnani spiega in quale genere di musica fosse così esperto, il geniale fiorentino. Era la trama sonora capace di ispirarsi alla ciceroniana “musica delle sfere”. Ovvero: l’ineffabile armonia energetica celeste (ben nota alla cultura classica, pre-cristiana) da cui dipenderebbe ogni vero benessere, sulla Terra.
 
Il nuovo riferimento temporale offerto da Benedetto Dei riaccredita quanto sostenuto da Giorgio Vasari nella prima versione de “Le Vite”, edita nel 1550 da Torrentino. E conferma anche quanto descritto dall’autore dell’Anonimo Gaddiano una decina di anni prima. Entrambi i biografi, infatti, sono concordi nel collocare Leonardo a Milano al cospetto di Francesco Sforza, morto nel 1466.
 
Sempre nella prima versione delle “Vite” del Vasari, Leonardo viene definito “per madre nato di buon sangue”: non certo figlio di una schiava, quindi, men che meno straniera. Sul tema, Magnani ha offerto suggestivi squarci nel libro “Ceci n’est pas Leonardo”, suggerendo l’idea che Leonardo – figlio illegittimo di Ser Piero da Vinci – potesse addirittura chiamarsi Giovanni e, tramite la madre, fosse direttamente imparentato con i Medici.
 
La Biblioteca Nazionale di Firenze ha ora preso nota di quel documento, che consente di retrodatare in modo decisivo la comparsa di Leonardo a Milano. A dire il vero, la lettera era stata segnalata già nel 1985 da uno studioso come Lorenz Böninger: ma lo spunto era passato inosservato. Ora, Magnani lo ha fatto presente alle autorità culturali italiane, inclusi i funzionari ministeriali. Le sue scoperte su Leonardo e sui risvolti “proibiti” del Rinascimento, peraltro, le ha indicate – finora inutilmente – anche a personaggi come Vittorio Sgarbi e Alessandro Barbero.
 
«Si dovrebbe finalmente prendere atto del fatto che, con la Primavera e la Nascita di Venere, Botticelli abbia dipinto – in codice, ma in modo inequivocabile – i viaggi di andata e ritorno che i fiorentini avevano condotto in America, ben prima che il potere cattolico mettesse in piedi, con il personaggio chiamato Colombo, la narrazione della (mai avvenuta) “scoperta” dell’America».
 
L’ultima fatica editoriale di Magnani (“Milanese d’adozione”, sul vero Leonardo a Milano) non fa che rigirare il coltello nella piaga. «Nel Rinascimento, proprio mentre intellettuali e artisti riscoprivano il formidabile sapere pre-cristiano, qualcuno a Roma – prima ancora di incarcerare Galileo – si premurava di instaurare il principio di autorità, in base al quale una cosa è vera non in base ai riscontri oggettivi che la comprovano, ma grazie alla pretesa credibilità sociale, solo convenzionale, di chi la afferma».
 
Alterare la biografia di Leonardo, sottolinea Magnani, era fondamentale per poterlo ridurre a caricatura. «Faceva paura: era il principale punto di riferimento culturale del Rinascimento. È stato ritratto da Botticelli e Donatello, dal Ghirlandaio: ma la sua immagine resta legata ai 4-5 ritratti minori, fatti circolare all’infinito, per relegarlo in un angolo. Era innanzitutto il maggior esecutore musicale del suo tempo, eppure viene raffigurato come una specie di bohémien pazzerello, eternamente scapestrato. Menzogna strategica, con il crisma dell’ufficialità, costruita per depotenziare il vero significato del suo lascito sapienziale».
 
Analogo silenzio, quello sul paesaggio chiaramente lariano – per la precisione, lecchese – in cui il “dipintore” Leonardo ambienta molti dei suoi capolavori: «Curiosamente, è lo stesso habitat che poi Manzoni adotterà per i Promessi Sposi».
 
Altra testimonianza “proibita” e quindi non riconosciuta, segnala sempre Magnani, è il dipinto – terribilmente leonardesco, anch’esso – che affresca Palazzo Besta a Teglio, in Valtellina: un volo di uccelli, che anticipa in modo straordinario il “canone inverso” di Bach. Ancora una volta, un’allusione astronomica alla “musica delle sfere” e al suo influsso determinante sugli esseri viventi.
 
Un invito: recuperare l’antico sapere di Eraclito. Sembra davvero un messaggio lasciato a bella posta, dal “mediceo” e “sforzesco” Leonardo, sulla via della Germania: verso il cuore dell’Europa che, di lì a non molto, sarebbe insorto contro Roma tramite la Riforma luterana.
 
«La vera datazione del suo arrivo a Milano – sintetizza Magnani, intervistato da Massimo Mazzucco – cambia il paradigma attraverso il quale osserviamo e raccontiamo Leonardo». Era il massimo custode del sapere classico, riaffiorato con il Concilio di Firenze svoltosi nella prima parte del ‘400, presente il filosofo bizantino Gemisto Pletone.
 
«Riemerse una lettura esoterica della conoscenza, di cui proprio Leonardo fu un grande depositario nonché interprete. Ecco perché la Chiesa lo doveva colpire: non doveva essere preso a esempio dalle generazioni successive. È come se il vero Leonardo (e quindi la vera conoscenza che ci ha trasmesso) fossero un tabù: perché mettevano in discussione l’intera impalcatura dogmatica su cui si fonda la società moderna».
 
La matrice è sempre la stessa: quella che si affermò con l’impianto teologico del monoteismo. Obiettivo: il monopolio della conoscenza, esercitato anche manipolando e occultando certe informazioni-chiave.
 
«L’introduzione del metodo scientifico è attribuita a Galileo e Bacone – dice ancora Magnani – ma in realtà quel metodo fu enunciato innanzitutto da Leonardo: “La sapienza è figliola dell’esperienza”. Poi, come sappiamo, Galileo finì in carcare e dovette sottoscrivere l’abiura. Di fatto, la Chiesa disse: volete il metodo scientifico? Bene, ma sarò io a darvelo».
 
Molto preoccupante: in questo modo, le informazioni vengono assunte per convenzione, anziché osservando la realtà. «E in un momento in cui l’intelligenza artificiale sta dilagando, visto che permettiamo alle macchine di attingere a un enorme bacino di informazioni, noi saremo sempre più proiettati verso un mondo illusorio, controllabile dai suoi gestori, verso sviluppi antidemocratici».
 
Chiosa Magnani: «Riportare la conoscenza dei fatti a un andamento oggettivo e documentale è un imperativo, per riuscire a smarcarsi da un condizionamento che, giorno dopo giorno, diventa sempre più selettivo».
 
Può sconcertare, oggi, che tanti detrattori di Papa Francesco – magari ostili all’asfissiante Pensiero Unico del globalismo attuale – non si accorgano di un aspetto illuminante: la matrice dogmatica affonda le sue radici proprio nella Chiesa di un tempo, Mater et Magistra, verso la quale gli anti-bergogliani sembrano addirittura provare nostalgia. Quella era la Chiesa che stabiliva che cosa potessimo sapere, esattamente, e quali informazioni ci dovessero invece essere precluse.
 
L’altro Leonardo, quello “inventato” ex post, prese forma con il tempo. Le stesse “Vite” di Vasari, largamente rimaneggiate, furono rieditate da Giunti nel 1568, “con licenza e privilegio di Pio V”, proprio mentre veniva stilato l’Index Librorum Proibitorum. Era tanti anni fa, d’accordo. Ma se qualcuno pensa che sia cambiato qualcosa di sostanziale, riguardo alla circolazione delle verità “autorizzate”, forse si sbaglia di grosso.
 
(Il libro: Riccardo Magnani, “Milanese d’adozione. La vera storia di Leonardo da Vinci a Milano”, disponibile su Amazon).
 

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  • Redazione

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