Home Opinioni PERCHE’ L’INGRESSO DELLA LIRA FU PREMATURO IV PARTE

PERCHE’ L’INGRESSO DELLA LIRA FU PREMATURO IV PARTE

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di Marco Sarli

Ci stiamo avvicinando finalmente alla soluzione del busillis legato al titolo di queste quattro puntate e cioè come fa una cosa buona, il sogno dei padri fondatori di quell’accordo primitivo su carbone e acciaio che rischia di diventare quello stato federale sognato da Altiero Spinelli, Schuman e gli altri fondatori, come fa dicevo una cosa buona a diventare quasi venefica per il nostro martoriato Paese.

Ebbene la risposta è tutto sommato semplice è dimostrabile ed è tutta incentrata sui tempi della adesione che avveniva in una Italia lacerata da uno scontro epocale e senza tregua tra il fronte progressista che si articolava nell’invenzione di Prodi incardinata in un Ulivo rissoso e che incorporava in se’ i germi della sua dissoluzione grazie all’azione instancabile del Caimano che non mancava di sedurre con la sua abilità, i suoi mezzi finanziari e con manovre spesso borderline tra la convinzione e quella che le cronache del Palazzo inducono a ritenere vero e proprio assoldamento di capitàni di ventura pronti a saltare il fosso al minimo pretesto a volte con l’audacia di ammantarsi di discutibili ragioni ideali.

Se questo era vero sul piano politico provate a immaginare cosa avveniva sul piano della economia e della finanza, un piano che vedeva una lotta senza quartiere tra lo schieramento “laico” aggregato intorno a Mediobanca, Generali e le ex Banche di interesse nazionale più qualche decina di banche di medie dimensioni letteralmente “in cerca di autore”, mentre lo schieramento cattolico conservatore si aggregava attorno alla costituenda Banca Intesa-San Paolo che fece ad Enrico Cuccia lo sfregio di incorporare la storica e grande Banca Commerciale non conservando nemmeno il nome, figuriamoci la tradizione e la filosofia!

Fu peraltro questo schieramento cattolico conservatore a finanziare la resistibile ascesa del cavaliere di Arcore, e i massimi esponenti delle grandi banche di diritto pubblico che, almeno fino al 1993 furono le sue principali finanziatrici e che solo in quello stesso anno ebbero un redde rationem che costrinse Berlusconi a tentare la discesa in campo avendo ormai perso il sostegno politico del PSI di Bettino Craxi.

Un capitolo a parte meriterebbe un altro self made man di nome Urbano Cairo, ex venditore di spazi pubblicitari per l’impresario di Arcore per diventare in un relativamente breve lasso di tempo proprietario della 7 e della ammiraglia della stampa italiana: Il Corriere della Sera e il vasto gruppo editoriale che ruota intorno al quotidiano di Via Solferino.

Questo scenario politico editoriale e finanziario giustifica il netto discredito che circonda il nostro Paese e che viene mirabilmente affrescato da canzoni come Povera Patria del cantautore siciliano Franco Battiato o un altro brano mirabilmente interpretato da Francesco De Gregori.

La preparazione minuziosa dell’ingresso nell’euro fatta dal Governo Prodi si interruppe bruscamente con l’esito delle elezioni del 1998 ed il trionfale ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi e del suo originale ministro dell’economia di nuovo assiso alla scrivania che fu di Quintino Sella.

Tutti gli accorgimenti studiati dal gruppo di lavoro insediato da Prodi finirono presto nel dimenticatoio e gli italiani dovettero confrontarsi con l’ultima grande svalutazione e con un vero e proprio assaggio dell’economia della avidità che portò ad un cambio effettivo molto peggiorativo di quello stabilito dal massacro delle parità fisse e irrevocabili stabilite nella più volte ricordata notte dell’euro e per mia fortuna io quella mattina stessa lasciai il mio ruolo di economista della Direzione Finanza di una grande banca per assumere quello molto più tranquillo di responsabile dell’ufficio studi di un sindacato.

 

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  • Redazione

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