di Sergio Restelli
Parlare dell’innato significa affacciarsi su una soglia misteriosa, ché separa e unisce ciò che siamo da ciò che diventiamo, ciò che ci abita da sempre da ciò che ci è dato nel tempo. È come cercare il punto d’origine in una mappa che non ha coordinate fisse, ma che si disegna dentro di noi ogni volta che ci ascoltiamo davvero.
L’innato: ciò che ci è dato prima di ogni scelta
Quando dico “innato”, non parlo di qualcosa che ho deciso o costruito: parlo di ciò che mi portavo già dentro prima ancora di sapere chi ero.
È la prima materia della mia umanità: la fame, il respiro, il pianto, la sete di contatto. È il corpo che chiede senza sapere di chiedere, è il cuore che batte senza che io glielo ordini. Ma c’è di più: l’innato non è solo ciò che vive in me a livello fisico.
È anche ciò che si muove nel mio animo senza che nessuno me l’abbia insegnato. Penso a certe intuizioni improvvise, a desideri che sembrano spuntare senza causa, a pensieri che mi sorprendono per quanto sembrano “già miei” anche prima di essere formulati. È come se qualcosa dentro di me sapesse prima del sapere, parlasse prima del linguaggio.
L’innato come eco ancestrale
A volte sento che ciò che mi abita innatamente non è solo mio. È qualcosa che viene da lontano, da prima di me, forse da chi mi ha generato, da chi ha vissuto prima ancora, da ciò che chiamiamo umanità. È una memoria che non ho vissuto, ma che vive in me, come una corrente sotterranea.
È lì che l’innato diventa quasi sacro: mi collega a una storia più grande, mi rende parte di una catena, di un’alleanza silenziosa tra generazioni.
In questo senso, l’innato è radice, ma anche eredità. Non è un limite, ma una base fertile da cui emergono le mie scelte, i miei orientamenti, il mio modo di abitare il mondo. È ciò che mi precede ma che può anche fiorire attraverso di me, se lo riconosco, se gli do ascolto.
Riconoscere l’innato per diventare autentici
Mi sono accorto che l’innato non è sempre evidente. A volte lo si confonde con l’automatismo, altre volte lo si soffoca sotto strati di educazione, di aspettative, di norme. Eppure, quando riesco ad ascoltare quella voce sottile, a distinguere ciò che mi è proprio da sempre rispetto a ciò che ho ricevuto dal fuori, allora qualcosa dentro si allinea.
Riconoscere l’innato in me non è una fuga dal mondo, ma al contrario: è il modo più pieno per stare al mondo da me stesso, non da copia, non da maschera, ma da presenza vera. È in questo riconoscimento che nasce la mia autenticità.
L’innato come fondamento della mia umanità
Arrivo così a un punto di vista che sento mio, sentito, profondamente convinto: l’innato è ciò che mi costituisce nella parte più vera, più essenziale, più universale e irriducibile di me. È un linguaggio muto che parla per immagini, per slanci, per risonanze. È la base su cui costruisco il mio pensiero,
il mio sentire, il mio agire
Lo riconosco come un dono che chiede cura, ascolto, alleanza. Non si tratta di una verità immobile, ma di una sorgente viva, che mi invita a tornare, a interrogare, a lasciarmi guidare.
Fare mio ciò che è innato non vuol dire restare chiuso nel determinismo, ma attingere a una sapienza che mi accompagna da prima della mia coscienza, una sapienza che mi precede e mi appartiene insieme, come la luce che già mi avvolgeva prima che aprissi gli occhi.
In definitiva, ho scelto di fare mio l’innato come alleato silenzioso della mia libertà. Non è nemico del mio percorso: è la sua origine profonda. E più lo riconosco, più mi riconosco.




