
Per qualche giorno, uno strano destino ha accomunato il compianto giornalista Paolo Griseri, morto all’improvviso il 24 ottobre, e il professor Alessandro Meluzzi, politico e psichiatra, svanito nel nulla dopo l’ictus che lo colpì lo scorso dicembre. Di loro si sono occupati i giornali, quasi all’unisono, piangendo il reporter e chiedendo notizie dello psicologo scomparso dai radar. Sul caso-Meluzzi, le grandi testate hanno rilanciato l’appello di Red Ronnie e “Radio Radio”: che fine ha fatto, Meluzzi? Come sta? Dove si trova, esattamente? Perché, da ormai quasi un anno, non è possibile avere sue notizie?
Di Meluzzi, i giornali – in coro – hanno ricordato il vasto curriculum: scienziato e intellettuale estroverso, celebre criminologo, popolare volto televisivo. Un passato da politico erratico (dal Pci a Forza Italia, per poi emigrare nel gruppo di Cossiga e quindi in quello di Mastella). Infine, l’approdo alla religione cristiano-ortodossa in qualità di sacerdote. Meluzzi aveva lungamente militato nella massoneria: non ne faceva mistero, ma nessuno si è premurato di ricordarlo. Soprattutto, i media hanno evitato di parlare dell’ultimo Meluzzi: autore di vibranti denunce contro la “dittatura sanitaria” intrapresa nel 2020. Denunce che – ha ripetuto lui stesso – gli preclusero di colpo l’accesso al mainstream giornalistico e televisivo.
Una sorta di bavaglio e poi di “damnatio memoriae”, per aver osato puntare il dito contro gli abusi commessi durante la cosiddetta emergenza pandemica. Da allora, Meluzzi (non più ospitato da Mediaset, dopo tanti anni) aveva ripiegato sui canali alternativi, come “Radio Radio”, di cui era divenuto ospite fisso. Così si spiegano gli appelli di contestatori come Red Ronnie, Diego Fusaro, Alberto Contri, Vanni Frajese. Meluzzi si era immediatamente schierato dalla loro parte, pagandone il prezzo in termini di oscuramento mediatico. Aveva dato fiato alle peggiori ipotesi. Quelle di cui, sui grandi media, era letteralmente proibito parlare. E che ancora oggi le principali testate evitano accuratamente di ricordare.
La voce di Meluzzi era risuonata forte e chiara, sia pure ormai confinata sui canali indipendenti: nello sviluppo degli eventi vedeva un progetto criminoso, addirittura funzionale a un disegno planetario e distopico per la sottomissione del genere umano facendo leva sulla paura. Nulla di tutto questo (nemmeno una parola) è ora riaffiorato sui giornali: il “vero Meluzzi” resta clandestino. Un fantasma scomodo, di cui il pubblico di giornali e Tv deve continuare a non sapere niente. Il fatto di non voler citare neppure una virgola del suo radicale impegno civile degli ultimi anni, scandito da frequentissime interviste (alcune anche drammatiche), misura l’attendibilità e l’onestà intellettuale di tanto giornalismo italiano.
Un’analoga “amnesia” ha colpito i redattori delle principali testate nel segnalare la triste dipartita di Paolo Griseri, transitato – come moltissimi – dall’estrema sinistra a “Repubblica”. Quando ancora il giornale fondato da Scalfari non era stato assorbito dal gruppo Elkann, Griseri (vicino al mondo sindacale, grande conoscitore del sistema industriale) si era distinto nel raccontare da par suo la nuova Fiat ridisegnata da Marchionne. La “dimenticanza” postuma dei suoi colleghi? Non aver segnalato, oggi, l’articolo più importante della sua carriera: quello che lo rese improvvisamente famoso. Ovvero: la storica intervista a Edoardo Agnelli, problematico figlio ribelle dell’Avvocato.
Era il 15 gennaio 1998, Griseri allora lavorava per il “Manifesto”. In modo provocatorio ed evidentemente anche per una ragione di stima personale, Agnelli junior scelse proprio lui, come portavoce: voleva affidargli due messaggi esplosivi. Il primo: non aveva digerito la nomina del giovanissimo John Elkann nel Cda della Fiat, all’indomani della prematura scomparsa di “Giovannino” Agnelli (Giovanni Alberto, promettente figlio di Umberto Agnelli). Il secondo messaggio: lui, Edoardo, non avrebbe mai rinunciato – come erede – ad aver voce in capitolo nel futuro del gruppo. Non ne avrebbe comunque avuto la possibilità: fu trovato morto il 15 novembre del 2000 ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona. Suicidio?
Dopo tanti anni, ripete un reporter di razza come Gigi Moncalvo, l’unica certezza che abbiamo è che Edoardo è morto: come, non è possibile stabilirlo con assoluta certezza. Autore di libri scomodissimi sulla dinastia torinese (“Agnelli segreti”, “I lupi e gli agnelli”, “Agnelli coltelli”), Moncalvo segnala le tante “disattenzioni” nelle indagini, frettolosamente archiviate. Soprattutto, denuncia la dolorosa sparizione di Edoardo Agnelli dalla memoria collettiva. Fenomenologia di cui oggi sembra aver fatto le spese lo stesso Paolo Griseri, il giornalista che firmò quell’intervista clamorosa: nessuno l’ha più menzionata, nemmeno per sbaglio. I tanti redattori che l’hanno appena pianto come “bravo collega” si sono ben guardati dal citare l’epocale intervista che, in un paese più libero, gli avrebbe permesso di occupare un posto di maggiore rilievo nella storia del giornalismo nazionale.





