di Gianvito Caldararo
Si arroventa la polemica tra la politica e la magistratura. L’ultimo caso è quello scaturito dalla lettera del sostituto procuratore della Suprema Corte di cassazione, Marco Patarnello. Il magistrato, autorevole esponente della corrente di Magistratura Democratica, ha indirizzato ai colleghi una chat dove elenca tutta una serie di considerazioni e suggerisce alcune iniziative da porre in essere.
Preliminarmente vi è da dire che Giorgia Meloni, aveva pubblicato alcuni stralci per dimostrare che la magistratura italiana è politicizzata e anche conto di lei. All’intervento della Meloni è seguito un pesante intervento di Matteo Salvini, il quale dichiarava: “Marco Patarnello non dovrebbe più essere al suo posto, molto banalmente”. Addolciva la sua dichiarazione aggiungendo: “ci sono più di 9 mila magistrati in Italia e la stragrande maggioranza fa liberamente e positivamente il loro lavoro”. E ancora: “Se c’è qualcuno che ha preso il Tribunale per un centro sociale e per un luogo di vendetta politica ha sbagliato mestiere, molto semplicemente”.
Nella lettera il giudice Marco Patarnello, afferma, come premessa, quanto segue: “Indubbiamente l’attacco alla giurisdizione non è mai stato così forte, forse neppure ai tempi di Berlusconi. In ogni caso oggi è un attacco molto più pericoloso e insidioso per molte ragioni”. Poi specifica che la Meloni, non avendo inchieste giudiziarie a suo carico, quindi, non “si muove per interessi personali ma per visioni politiche e questo la rende molto più forte. E rende anche molto più pericolosa la sua azione, avendo come obiettivo la riscrittura dell’intera giurisdizione e non semplicemente un salvacondotto”.
Poi riconosce che la magistratura è molto più divisa e debole rispetto ad allora. Sottolinea che la magistratura è isolata nella società, che gode di uno scarso consenso. Infatti, dopo il caso Palamara e la degenerazione nel CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) con la gestione delle correnti, la ripartizione degli incarichi direttivi e soprattutto delle Procure, il consenso sociale si è notevolmente ridotto, come più volte affermato dal magistrato Nicola Gratteri. Ma il calo continua anche per i recenti casi che hanno coinvolto altri autorevoli magistrati, come Davigo, Natoli, De Pasquale, Scarpinato, Federico Cafiero De Raho e Pignatone, per tutta una serie di fatti riguardanti “prove nascoste, rivelazioni illegittime e di segreti d’ufficio, intercettazioni imbarazzanti, mancati controlli e relative indagini, censure e anche condanne. Il giudice Patarnello, riconosce che la compattezza e la omogeneità dell’attuale maggioranza del governo Meloni, “è molto maggiore che nel passato e la forza politica che può esprimere è enorme e può davvero mettere in discussione un assetto costituzionale ribaltando principi cardine che consideravamo intangibili”. Conclude la lettera evidenziando che “il pericolo per una magistratura ed una giurisdizione davvero indipendente è altissimo”. Invita tutti i colleghi magistrati di ogni corrente “ad essere uniti e parlare con chiarezza. Non dobbiamo fare opposizione politica ma dobbiamo difendere la giurisdizione e il diritto dei cittadini ad avere un giudice indipendente. Senza timidezze”.
Alle cosiddette “Toghe Rosse” di Magistratura Democratica, giunge l’altolà di Magistratura Indipendente, la corrente maggioritaria dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati) alla quale la lettera di Marco Patarnello ha suscitato un certo sconcerto, tanto che è stata rilasciata una nota in cui avverte che “essere e apparire indipendenti è la prima condizione per la credibilità della magistratura che non deve mai essere convolta nelle contingenti vicende e contrapposizioni politiche”. In maniera ancora più forte la nota di M.I. (Magistratura Indipendente) afferma: “Le istituzioni si rispettano, il premier non è un avversario da combattere”.
Ma Giorgio Meloni, non deve illudersi di fronte all’altolà di M.I, perchè anche la stessa M.I. è fortemente contraria alla riforma della giustizia di Nordio, in ordine alla separazione delle carriere e alle recenti riforme. La presidente di M.I., Loredana Miccichè, alla domanda come valuta nel merito la riforma della giustizia del Governo Meloni, ha detto: “Siamo radicalmente contrari alle prospettate riforme che riteniamo inutili nonché dannose per i cittadini”. E sulla separazione delle carriere, ha affermato: “nel sistema disegnato dalla Costituzione, il Pubblico ministero compie il medesimo percorso di formazione del magistrato giudicante: superato il concorso, il tirocinio è uguale per tutti, e tende all’obiettivo di insegnare a giudicare secondo i principi di imparzialità e di ragionata valutazione tecnica delle prove acquisite nel processo. Questa è la cosiddetta cultura della giurisdizione”.
Come si vede, la magistratura tutta è compatta e unita contro le riforme del Governo Meloni e del ministro Nordio. Perciò, Giorgia Meloni, non si faccia illusioni sulla divisione della magistratura, che continua ad essere fortemente unita contro le riforme del suo Governo, definendole “inutili e dannose per i cittadini”. Questo significa che tutta la magistratura lotterà fino all’ultimo durante l’ter parlamentare e anche in sede di referendum abrogativo. Giorgia è avvisata. Un vecchio adagio afferma: “uomo avvisato, mezzo salvato”.
In parole povere, sta a significare che ha la possibilità ancora di ripensare il tutto.




