Non dimentichiamo di prendere a cuore la sicurezza cognitiva delle nuove generazioni
La Francia è il primo Paese europeo ad aver deciso di vietare l’accesso ai social network ai minori di 15 anni.
Una scelta che farà discutere, ma che pone una domanda che troppo spesso abbiamo evitato: quando una tecnologia è così potente da influenzare la formazione dell’identità di un adolescente, la libertà assoluta è ancora la risposta migliore?
E, soprattutto, stiamo davvero educando i giovani alla libertà oppure li stiamo lasciando soli davanti a strumenti che richiedono un livello di responsabilità che ancora non possiedono?
Non credo che i social siano il nemico. Continuo a pensare che non esistano strumenti cattivi, ma buoni o cattivi utilizzatori. Internet e i social hanno rivoluzionato il nostro modo di comunicare, studiare, lavorare e costruire relazioni. Sarebbe ingiusto demonizzarli.
Ma esiste un’età nella quale non si possiedono ancora gli strumenti cognitivi, emotivi e culturali per distinguere ciò che è reale da ciò che è costruito per catturare attenzione, orientare emozioni e, talvolta, manipolare il consenso.
Quasi nello stesso momento arriva un’altra notizia. Andrew e Tristan Tate, influencer con milioni di follower e punti di riferimento per moltissimi giovani, restano in custodia cautelare negli Stati Uniti mentre il Regno Unito ne chiede l’estradizione per accuse gravissime, tra cui stupro, traffico sessuale e reati legati allo sfruttamento di immagini di minori.
Saranno i tribunali ad accertare ogni responsabilità. Ma un dato resta incontestabile, il loro successo planetario è stato costruito attraverso i social network e i due fratelli sono diventati simboli della cosiddetta “manosfera”, un movimento maschilista e misogino che teorizza l’inferiorità delle donne e dei più deboli.
Ed è qui che le due notizie si incontrano.
Per la prima volta nella storia, gli algoritmi non si limitano a diffondere informazioni, selezionano, amplificano e trasformano determinati personaggi in modelli per milioni di giovani.
La popolarità non coincide più con l’autorevolezza e la viralità non è un criterio di qualità. Spesso premia ciò che divide, provoca, scandalizza o radicalizza.
Il punto, quindi, non è giudicare i social, ma comprendere che sono diventati uno dei principali ambienti nei quali si formano linguaggio, valori e modelli comportamentali delle nuove generazioni.
Se per decenni abbiamo protetto i minori da contenuti ritenuti dannosi in televisione, al cinema o nei videogiochi, è legittimo domandarsi perché oggi dovremmo rinunciare a riflettere sul loro rapporto con piattaforme progettate per massimizzare il tempo trascorso davanti allo schermo.
Un tema che insidia tutto il mondo.
Quante volte, come genitori, abbiamo consegnato uno smartphone ai nostri figli pensando che fosse semplicemente uno strumento per fare fotografie, inviare messaggi o rimanere in contatto?
Quante volte abbiamo creduto che essere connessi significasse essere più preparati ad affrontare il mondo?
E quante volte, invece, ci siamo accorti che quel mondo stava educando loro più di quanto lo stessimo facendo noi?
Forse, dovremmo avere il coraggio di chiederci non quanto tempo i nostri figli trascorrono sui social, ma chi li sta formando mentre noi pensiamo che stiano semplicemente guardando uno schermo.
In fondo è lo stesso principio che ispira la recente campagna italiana sulla sicurezza stradale promossa dall’Automobile Club d’Italia: «Non chiamarlo incidente, è una tua responsabilità».
Un messaggio tanto duro quanto intelligente, perché ci ricorda che ogni scelta produce conseguenze. Vale quando ci si mette al volante e vale anche quando si entra nel mondo digitale.
Uno smartphone, come un’automobile, è uno strumento straordinario, ma non può essere affidato senza educare chi lo utilizza al senso della responsabilità. La libertà non nasce dal divieto, ma dalla consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni.
La decisione francese non rappresenta soltanto una nuova regolamentazione digitale. Riconosce che la sicurezza di una nazione passa anche dalla qualità culturale e cognitiva delle future generazioni.
Una società non si indebolisce soltanto quando perde competitività economica o capacità militare. Si indebolisce quando smette di formare cittadini liberi, consapevoli e dotati di spirito critico.
La competizione tra gli Stati non si misura più soltanto con il PIL, la tecnologia o gli armamenti. Si misura anche sulla capacità di formare ragazzi in grado di distinguere i fatti dalla manipolazione, la conoscenza dalla propaganda e il merito dalla semplice popolarità. Questo è il vero vantaggio strategico del futuro.
Non è la censura che può aiutarci, ma la sicurezza cognitiva. Così come uno Stato protegge i propri confini fisici, oggi è chiamato a proteggere anche quello spazio invisibile nel quale si formano il pensiero critico, l’identità e la capacità di giudizio dei più giovani.
La Francia, con questa scelta, lancia un messaggio che va ben oltre i social network: la formazione delle élite del futuro non può essere lasciata esclusivamente agli algoritmi delle piattaforme digitali.





