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Non basta seguire le notizie: bisogna conoscere la geografia del potere

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geografia del potere

Impariamo a leggere il mondo

Prima ancora di parlare di guerre, alleanze o grandi potenze, esiste una domanda che dovremmo porci: conosciamo davvero la geografia del mondo in cui viviamo?

Sempre più spesso, sotto gli articoli di analisi geopolitica, osservo che compare un commento ricorrente, “Siamo tornati alla geografia”.

Un’osservazione che merita una riflessione, ma che parte da un presupposto che reputo discutibile; in realtà, non siamo affatto tornati alla geografia, perché la geografia non ha mai smesso e non può smettere di determinare la storia.

Semmai, per alcuni decenni abbiamo avuto l’illusione che la globalizzazione, Internet, la finanza e la tecnologia avessero reso irrilevanti montagne, mari, isole, deserti e strettoie marittime.

Oggi stiamo semplicemente riscoprendo ciò che era sempre rimasto davanti ai nostri occhi.

La geografia non è una disciplina del passato, ma il linguaggio con cui il pianeta continua a imporre i propri limiti e le proprie opportunità alla politica internazionale.

È la base sulla quale si costruiscono la strategia militare, la sicurezza energetica, le reti commerciali, la competizione tecnologica e persino la corsa all’intelligenza artificiale.

Comprendere una crisi senza conoscere la geografia significa osservare una partita senza vedere il campo di gioco.

È sufficiente guardare una carta geografica per capire come il potere mondiale non si distribuisca casualmente.

Le isole, gli stretti, i canali, i valichi montani, i porti naturali, le dorsali sottomarine e le grandi pianure costituiscono, ancora oggi, le vere infrastrutture del potere.

Cambiano le tecnologie, ma non cambia il fatto che uomini, merci, energia e dati debbano attraversare luoghi ben precisi.

Lo Stretto di Hormuz rappresenta probabilmente l’esempio più evidente, viene spesso descritto come un passaggio marittimo, ma, in realtà, è una vera cerniera strategica tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano.

Da quel tratto di mare transita una quota enorme del commercio mondiale di petrolio e di gas naturale liquefatto. Abbiamo visto che la tensione militare nell’area provoca immediatamente oscillazioni nei mercati energetici, nelle assicurazioni marittime e nelle catene di approvvigionamento globali.

Non è il valore simbolico dello stretto a renderlo decisivo, ma la sua posizione geografica.

E, se siamo intellettualmente onesti, dobbiamo ammettere che, senza la crisi tra Israele, Stati Uniti e Iran, la maggior parte dei cittadini del mondo non avrebbe probabilmente mai rivolto lo sguardo verso quel tratto di mare.

Eppure, la sua importanza strategica non è nata con la crisi, esisteva già. È stata la crisi a renderla visibile all’opinione pubblica, non a crearla.

Questo dimostra come la geografia continui a influenzare gli equilibri internazionali anche quando non occupa le prime pagine dei giornali.

Lo stesso principio vale per gli altri grandi choke points mondiali, lo Stretto di Malacca, il Canale di Suez, il Bab el-Mandeb, il Canale di Panama, il Bosforo, i Dardanelli, il Canale di Otranto e numerosi altri passaggi, che, pur occupando una porzione minima della superficie terrestre, concentrano una parte enorme del traffico commerciale internazionale.

Chi controlla questi nodi acquisisce inevitabilmente una leva strategica che va ben oltre la dimensione regionale. Ma limitarsi ai choke points sarebbe un errore, la geografia contemporanea sta cambiando sotto i nostri occhi.

L’Artico ne rappresenta, forse, l’esempio più significativo con lo scioglimento progressivo dei ghiacci, fenomeno che non costituisce soltanto un evento climatico; modifica la geografia economica e militare del pianeta.

Rotte un tempo percorribili solo per poche settimane all’anno stanno diventando progressivamente navigabili per periodi sempre più lunghi, riducendo sensibilmente le distanze tra Asia ed Europa.

Questo significa tempi di percorrenza inferiori, minori costi logistici, nuove infrastrutture portuali, basi militari, cavi sottomarini, sistemi radar e una crescente competizione tra Stati Uniti, Russia, Cina e Paesi nordici. Vero che cambia il clima, ma cambia anche la strategia globale.

Lo stesso vale per le isole; per molti rappresentano semplici destinazioni turistiche o territori periferici, dal punto di vista geopolitico, invece, costituiscono piattaforme avanzate di controllo militare, logistico e tecnologico.

Un’isola può ospitare basi navali, aeroporti strategici, sistemi di sorveglianza satellitare, centri radar, cavi sottomarini, terminal energetici e infrastrutture digitali.

Può estendere la zona economica esclusiva di uno Stato le ZEE, garantire l’accesso a risorse marine e diventare un punto di proiezione del potere su interi oceani, i quali coprono circa il 71% della superficie terrestre e il 97% di tutte le risorse idriche del pianeta, praticamente le “Isole decidono il mondo” lo hanno fatto sempre attraverso i secoli.

Sui fondali corrono i cavi sottomarini attraverso i quali viaggia la quasi totalità del traffico Internet mondiale, mentre sulle superfici navigano le principali rotte commerciali che alimentano l’economia globale.

Comprendere dove passano queste reti significa comprendere dove si concentrano le vulnerabilità del sistema internazionale.

Ma la geografia del XXI secolo non si ferma più alla superficie terrestre. Oggi comprende anche lo spazio extra-atmosferico, diventato, a tutti gli effetti, un nuovo dominio strategico.

Esiste una vera e propria geografia dello spazio, fatta di orbite, traiettorie, finestre di lancio e costellazioni satellitari che sostengono il funzionamento del mondo contemporaneo.

Dalle infrastrutture spaziali dipendono la navigazione satellitare, le previsioni meteorologiche, l’osservazione della Terra, l’intelligence e numerose capacità militari.

Anche la competizione tra le grandi potenze si sta progressivamente spostando in questa dimensione, perché controllare lo spazio significa esercitare un vantaggio strategico anche sulla Terra.

La geografia, dunque, non si sviluppa più soltanto in orizzontale, tra continenti e oceani, ma anche in verticale, estendendosi fino alle orbite che circondano il pianeta.

Per questo la geopolitica non può essere affrontata come una semplice cronaca degli eventi. Richiede una preparazione multidisciplinare, che unisca geografia, storia, economia, strategia militare, diritto internazionale, energia, tecnologia, climatologia, logistica e persino le scienze spaziali.

Nessun fenomeno globale può essere spiegato isolando una sola variabile.
La guerra in Ucraina non si comprende senza conoscere la morfologia delle pianure dell’Europa orientale, la rete ferroviaria, gli sbocchi sul Mar Nero e le infrastrutture energetiche.

La competizione tra Stati Uniti e Cina non può essere interpretata senza osservare la geografia dell’Indo-Pacifico, le catene insulari del Pacifico occidentale, Taiwan, il Mar Cinese Meridionale e gli stretti attraverso cui transita il commercio asiatico.

Persino la corsa all’intelligenza artificiale dipende dalla disponibilità di energia, acqua, terre rare, data center e reti digitali distribuite in specifiche aree del pianeta.

La geografia, dunque, non è soltanto la descrizione dello spazio, ma la struttura entro cui si muovono il potere, la tecnologia, l’economia e la sicurezza.

Il vero cambiamento non è il “ritorno” della geografia, ma il ritorno della consapevolezza della sua centralità. Per troppo tempo abbiamo pensato che la velocità delle comunicazioni e la digitalizzazione avessero annullato le distanze.

Oggi scopriamo che le distanze esistono ancora, così come esistono i mari, gli stretti, le montagne, le isole, le risorse naturali e perfino lo spazio che circonda il nostro pianeta. Sono loro a delimitare le possibilità di azione degli Stati e a definire gli equilibri del XXI secolo.

Per questo conoscere la geografia non significa imparare a memoria una carta geografica ma imparare a leggere il mondo.

E, senza questa capacità, ogni analisi geopolitica rischia di fermarsi alla superficie degli eventi, senza cogliere le forze profonde che, spesso silenziosamente, stanno già ridisegnando il futuro dell’ordine.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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