Tra fattori di sviluppo e mancata certezza della pena
Vorrei evidenziare un problema di cui poco si approfondiscono sia le cause e sia le risposte che si devono dare per tentare di eliminarlo e in prima battuta ridurlo, quello della violenza.
Continuano ad accadere nelle nostre città alcuni fenomeni di violenza urbana. Ultima quella del giornalista che tornava da un viaggio ed è stato aggredito a Milano.
I casi, purtroppo sono tanti e in molte città d’Italia stanno aumentando anche per le baby gang o per le aggressioni di extracomunitari.
Nel momento che succedono immediatamente scatta l’enfasi da parte dei mass media e poi il giorno dopo tutto torna come prima. Qualcuno se la prende con le forze di polizia. Anche se anche esse sono aggredite spesso. Nessuno affronta il problema più evidente quello della mancanza nel nostro Paese della certezza della pena.
Bisognerebbe aprire una riflessione seria su questa tema e affrontarlo con competenza e impegno da parte di tutti, a partire dai magistrati, dai legislatori, dalle organizzazioni sociali e dal governo.
È un’emergenza sociale grave e come tale va affrontata, prima che sia troppo tardi.
La violenza, purtroppo, è un problema che attraversa trasversalmente tutte le forme di rapporto dell’uomo con gli altri, siano queste individuali, sociali, economiche, politiche, culturali.
Essa rappresenta certamente il sintomo nel quale si manifestano nel modo più drammatico, le fragilità che appartengono al sistema socioeconomico e civile, frontiera sulla quale la società e l’individuo rischiano costantemente il senso e il valore della propria identità, dove s’interrompe la possibilità per l’uomo di comunicare con sé stesso e di riconoscersi nel rapporto con gli altri.
Vi sono lacerazioni aperte di violenza, quando si produce una negazione sociale, che inevitabilmente è anche esistenziale.
Pensiamo alle tante povertà, non solo economiche; pensiamo alle emarginazioni delle minoranze, alla condizione femminile, che ancora è segnata da troppa violenza; oppure pensiamo ai rapporti fra cittadini e giustizia o ancora alla condizione del lavoro, di chi non ha lavoro e di muore sul lavoro; ai molteplici luoghi dove viene consumata la violenza, ai ghetti, le carceri etc.
È evidente come laddove esiste violenza qualunque sia la sua origine, esiste una necessità di promuovere una pienezza civile disattesa.
Partendo da ciò, si tratta inizialmente di cercare di definire cosa si intende per violenza. Si tratta prima di tutto di saper riconoscere come la violenza abbia attori differenti, così come sono differenti le azioni violente, le ragioni, i contesti e perciò i destinatari.
Gli attori possono essere: la cultura, intesa come il complesso delle consuetudini, dei valori, dei costumi e dei comportamenti che identificano un gruppo sociale o una comunità, costituisce senza dubbio l’occasione di una violenza possibile.
Laddove determina differenze tra soggetti e valori, tali da investire negativamente l’identità individuale e collettiva di alcune categorie di individui o di comportamenti.
Evidenti sono gli esempi che riguardano la condizione femminile, gli omosessuali, i tossicodipendenti, gli extracomunitari e alcuni fenomeni giovanili.
Un altro problema da evidenziare è il rapporto fra atti delinquenziali ed emulazioni che vengono dall’amplificazione delle forme di violenza che vengono trasmesse dai social, dalla televisione, dai film e dalla maleducazione imperante. Una significativa esperienza è stata la pandemia. Ne siamo usciti tutti troppo egoisti e maleducati.
L’altra particolare esemplificazione dello stato di sopraffazione e arroganza contro soprattutto gli inermi sono l’eccessiva trasmissione delle guerre, delle loro violenze nei confronti di cittadini, donne e bambini, delle regole di civiltà violate e soprattutto della negazione dei diritti elementari.
Sono un cattivo esempio per chi ama la pace, la concordia, la convivenza civile e sono l’esempio da seguire per chi ama la violenza e il degrado dei comportamenti umani, Così ci si abitua e il modello da seguire diventa questo.
Non c’è campo in cui una regola dettata dalle norme non sia violata con la giustificazione che è vecchia e il progresso necessita di andare avanti e rinnovare.
Ma anche la povertà e l’emarginazione che aumentano in questa società per effetto dei nuovi valori che trasmettono solo disvalori e dalla troppo differenza fra ricchezza e povertà.
Un problema, che negli ultimi anni sta aumentando, è l’impunità. Troppi giudici sono pronti a trovare giustificazione per chi commette atti delinquenziali e ad assolverli rispetto a chi li subisce o chi li arresta pur cogliendoli addirittura sul fatto.
La preoccupazione forse più grande è il continuo ricorso a questi atti violenti da parte dei giovani. Sempre più l’età dei giovani che usano la violenza si abbassa e allora ritornare ad educare a partire dalle scuole alla solidarietà, al rispetto degli altri, a non isolarsi e non accettare che l’unico antidoto contro la noia sia la violenza.
Ognuno è sempre più solo e isolato, non potendo confrontarsi con gli atri, ritiene il suo problema l’unico per cui battersi e a giustificare così i suoi comportamenti trasgressivi.
Se ci fossero luoghi dove poter discutere, come si faceva in passato, il confronto porterebbe a riconoscere che esiste una gerarchia di interessi in cui quelli generali sono preminenti. Risolvendoli si risolverebbero anche quelli individuali.
Bisogna impegnarsi affinché si affermi sempre più l’indispensabile una coscienza sociale contro la violenza. Nel sostenere una simile politica, occorre evitare di impiegare categorie di interpretazione che fanno della violenza un fenomeno isolato, oppure che distinguono troppo nettamente la violenza dal contesto in cui è presente.
Occorre cioè un approccio laico, affrancato da aspetti ideologici, che sappia intendere la violenza nel suo sviluppo storico ed effettuale, rispetto alla quale, quindi, realizzare un’idonea consapevolezza.
Allora questo impegno che bisogna prendere si può concretizzare assumendo una prospettiva politica che rilanci la solidarietà sociale, la partecipazione dei cittadini allo sviluppo delle condizioni che determinano la democrazia, le equità, le tolleranze e le giustizie.
Ciò significa che non è più sufficiente, per quanto essenziale tutelare una parte di cittadini quando devono affrontare una negazione che li coinvolge nei loro rapporti con lo stato sociale, oppure quando si trovano estranei alle scelte che decidano il funzionamento delle istituzioni o del sistema produttivo, oppure quando loro malgrado, sono marginalizzati dalla cultura, dal sapere e dalla conoscenza che si sviluppino nella società e, infine, la possibilità di riconoscere al cittadino la possibilità di riscuotere i suoi diritti, senza che ci siano abusi, soprusi e burocrazie.





