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Nascita della moderna archeologia in Cina

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moderna archeologia in Cina

Lascoperta del Sinanthropus pekinensis, l’Uomo di Pechino

Lo svedese Johan Gunnar Andersson è considerato il pioniere degli studi preistorici in Cina.

Intorno al 1914, egli si dedicò all’analisi dei cosiddetti “denti di drago”, fossili già menzionati durante la dinastia Song (960 – 1279) e rinvenuti nei pressi di Zhōukǒudiàn (周口店), località situata a circa quaranta chilometri da Pechino.

Andersson, insieme a Otto Zdansky, tornò sul sito nel 1921 e nel 1923, identificando un deposito di straordinaria rilevanza. In parallelo, Pierre Teilhard de Chardin ed Émile Licent individuarono nella stessa regione una ricca industria paleolitica.

L’evento più significativo si verificò il 16 ottobre 1927, con il ritrovamento di un dente umano, che sancì la scoperta del Sinanthropus pekinensis. Da quel momento Zhōukǒudiàn divenne un centro di interesse internazionale, ospitando numerose spedizioni fino al 1937 sotto la direzione del paleontologo, archeologo e antropologo Péi Wénzhōng (裴文中).

A partire dall’estate del 1949, i paleontologi cinesi ripresero le indagini a Zhōukǒudiàn ed estesero le ricerche a numerose altre località. Dagli anni Sessanta emersero dati rilevanti che permisero di retrodatare significativamente le presenze ominidi.

Il 23 maggio 1963, Huang Weiwen rinvenne un nuovo dente fossile a Gōngwánglǐng (公王岭), nei pressi di Lántián Xiàn (蓝田县)(provincia dello Shǎnxī shěng 陕西省), seguito dalla scoperta di una mandibola e di una calotta cranica che, una volta ricomposti, consentirono di stimare la capacità cranica di questi primi antropoidi della Cina settentrionale intorno ai 780 cm³.

Gli studi recenti indicano che il Sinanthropus lantianensis visse nel Pleistocene medio, circa 700.000 anni fa, mentre il Sinanthropus pekinensis è databile a circa 500.000 anni fa e possedeva una capacità cranica compresa tra 850 e 1.220 cm³, valori prossimi a quelli dell’uomo moderno.

Un’ulteriore svolta si verificò il 1° maggio 1965, con il ritrovamento di due incisivi a Qian Fang, presso il Passo dei Dieci Draghi, vicino al villaggio di Nàbāng nello Yúnnán Shěng (云南省).

Questi reperti contribuirono ad ampliare la conoscenza dei confini dell’umanità. I due denti, riconosciuti come tipicamente mongoloidi per la loro forma a pala, presentavano caratteristiche diverse dagli esemplari precedenti.

L’Homo erectus yuanmouensis, circondato da oltre quaranta specie di mammiferi, è databile almeno al Pleistocene inferiore, circa un milione di anni fa, se non antecedentemente. Alla luce di tali evidenze, la Cina si configura oggi come uno dei più antichi centri di ominidizzazione.

Sotto il fragile mandato della giovane Repubblica di Cina (1912 – 1949) animata anche da convinzioni patriottiche, in un periodo segnato dall’incertezza politica e in un’epoca in cui il Paese umiliato era oggetto di numerose mire straniere, la resurrezione di un glorioso passato corrispose, per molti intellettuali, a una sorta di impegno militante.

Il meticoloso lavoro di scavo a Xiǎotún Cūn (小屯村) ebbe lo scopo di riportare alla luce le prove materiali dell’antica grandezza cinese, così spesso evidenziata dagli storici del passato.

Si scavò con la certezza di trovare, vive e intatte, le eloquenti pagine dello Shiji o altri gioielli letterari come lo Shūjīng (书经) “Classico dei Documenti”, lo Shījīng ( 诗经) Classico delle Odi Libro degli Inni o il Guóyǔ (國語)”Discorsi degli Stati”) famosa raccolta di cronache storiche e discorsi politici risalente al periodo delle Primavere e degli Autunni e del Periodo dei Regni Combattenti.

Tale fervore riprese nel 1949, dopo la Rivoluzione, con la speranza di ricostruire un mondo dotato di una nuova dimensione storica. Il 12 aprile 1950, Xiǎotún fu affidata alle pale e ai picconi di entusiasti archeologi.

L’Istituto Archeologico dell’Accademia Cinese delle Scienze subentrò all’Academia Sinica, che si era trasferita a Taiwan. Nel 1952, alla città di Ānyáng (安阳)si aggiunse la città di Zhèngzhōu (郑州), un centro dinastico di due secoli antecedente, le cui mura erano state appena identificate e che contenevano molteplici informazioni.

Durante questo primo decennio, l’attenzione rimase focalizzata sulla ricerca archeologica finanziata dallo Stato, con la costante preoccupazione di trovare resti antichissimi. Fu in questo spirito, e sulla base di testi, che si cercò un terzo centro Shang nella periferia di Luòyáng (洛陽), nello Hénán (河南). Tale sito avrebbe potuto corrispondere all’ultima città della Dinastia Xia (夏朝) (XXII – XVIII secolo) e alla prima città Shang (Shāngcháo – 商朝).

Gli scavi iniziarono nel 1959 a Èrlǐtou wénhuà (二里頭文化), ma fu solo un decennio dopo che portarono alla scoperta di palazzi e dei più antichi rituali in bronzo conosciuti. Durante questo periodo, furono fatte altre scoperte.

Queste riguardavano principalmente il Neolitico antico, come i resti del villaggio di Bànpō (半坡), (5000 – 4000 a.C.), o la sua fase intermedia, rappresentativa della cultura Miaodigou (circa 4000 – 3000 a.C., succeduta a Banpo). Tali scoperte permisero una comprensione più coerente di fatti precedentemente isolati.

Negli anni ’70, nonostante i disordini e le pressioni ideologiche, il lavoro sul campo continuò. Il periodo neolitico nella Cina settentrionale viene esplorato grazie a diversi studi su culture intermedie come la cultura di Dawenkou (dàwènkǒu wénhuà大汶口文化). Si tratta di culture che fungono da ponte, rivelando informazioni su dimensioni, peso, provenienza e iscrizioni dei reperti.

L’attenzione all’antichità corrispose storicamente a un periodo di ritirata territoriale già all’epoca della dinastia Song (960 – 1279). Ansiosa, la Cina si sentiva minacciata da ogni parte e dalle sue fondamenta stesse. Pertanto, dietro la ricerca del passato, si deve scorgere una ricerca di identità. Tale fenomeno si ripresentò sotto le dinastie Ming (1368 – 1644) e Qing (1644 – 1911), dove considerazioni simili si manifestarono in forme analoghe.

La tipologia degli oggetti prodotti e utilizzati dall’uomo consente di distinguere tre principali tappe evolutive: l’Età della Pietra, l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro. A sua volta, l’Età della Pietra si suddivide nei periodi Paleolitico e Neolitico. La Cina segue questo schema evolutivo universale, e si ritiene abbia giocato un ruolo pionieristico nella sua formulazione.

L’attuale modello di periodizzazione richiama la successione proposta da Feng Huzi (風胡子), leggendario maestro del V sec. a.C., riportata nel II secolo d.C. da Yuan Kang 袁康 nello Yuejueshu (越絕書, letteralmente “Il libro della fine di Yue” o “Annali di Yue”).

Feng aveva ipotizzato che la civiltà materiale si fosse sviluppata in Cina attraverso quattro stadi, ciascuno associato a un diverso materiale impiegato per la fabbricazione delle armi: dapprima la pietra, poi la giada, quindi il bronzo e infine il ferro.

Tale intuizione, sebbene notevole, rimase ignota agli studiosi occidentali; pertanto, quando negli anni ’30 del XIX secolo in Europa furono rinvenuti i primi reperti paleolitici, si riteneva erroneamente che il continente europeo rappresentasse il luogo di origine dell’umanità.

Solo nel XX secolo altre aree geografiche furono incluse ufficialmente nella ricerca delle origini umane.

Autore

  • Carlo Marino

    Carlo MarinoCarlo Marino, Ph.D., Journalist Stampa Estera. Direttore Scientifico della Collana di linguistica, Storia e Antropologia Eurasiatica - De Frede Editore Napoli. Il Faro di Roma, Sala Stampa Santa Sede. Correspondent of European News Agency. Reporters.de. AgoraVox.fr, Nuovo Giornale Nazionale, Eurasiaticanews.eu, La Maschera di Tespi, De Regimine Litterarum. Scrittore.

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