Le verità documentali non verificate a che conseguenze possono portare
Spesso mi si chiede quale sia la differenza fra la “narrazione” e la “storia”.
Ne ho date diverse spiegazioni nelle presentazioni dei miei libri ed in sintesi si potrebbe dire che la narrazione si fa carico di propagare “falsi” che eregge a verità assolute, mentre la storia si attiene alle verità documentali.
Per fare un esempio concreto narrerò qui una delle tante tristi vicende che solo in Italia accadono.
Dalle colonne de l’Espresso, nel 1975, Camilla Cederna iniziò una campagna feroce contro sia Giovanni Leone, Presidente della Repubblica, che i suoi familiari. Nel 1978 pubblicò “Giovanni Leone: la carriera di un presidente” che vendette oltre 600.000 copie.
In estrema sintesi questo libro accusava Leone di essere il collettore di tangenti denominato “Antilope cobbler” per gli acquisti dei C130 della Lockheed. Dopo qualche anno, la figura di Leone venne riabilitata totalmente su questo scandalo inventato.
Qualche anno prima aveva pubblicato un altro libro “Pinelli. Una finestra sulla strage”. Pinelli era un anarchico che era morto cadendo da una finestra della Questura di Milano e la Cederna accusava del fatto il Commissario Luigi Calabresi con una campagna di stampa che faceva capo all’Espresso e a Lotta Continua.
Non soddisfatta la Cederna, il 13 giugno 1971, fu la principale ispiratrice della lettera aperta pubblicata sempre sull’Espresso contro il Commissario Calabresi e i magistrati che, secondo lei, lo avevano tutelato durante l’inchiesta sul caso Pinelli, a cui aderirono qualche centinaio di nomi molto noti come Paola Pitagora, Paolo Mieli, Eugenio Scalfari, Dacia Maraini, Margherita Hack, Alberto Moravia, Umberto Eco, Federico Fellini, Cesare Zavattini, P. P. Pasolini, Marco Bellocchio, Ugo Gregoretti, Liliana Cavani, Luigi Comencini, Paolo e Vittorio Taviani, Mario Soldati, Renato Guttuso, Inge Feltrinelli, Pasquale Squitieri, Giulio Einaudi, Toni Negri e tantissimi altri.
Quando Calabresi fu ucciso, la giornalista si trovò al centro di dure contestazioni iniziate con il commento accusatorio del Prefetto Libero Mazza ai giornalisti radunati all’ospedale San Carlo mentre all’interno veniva composto il cadavere del Calabresi.
La totale sconfessione della narrazione della Cederna ci fu il 14 maggio 2004 quando Calabresi ebbe la Medaglia d’oro al Merito Civile alla Memoria come vittima del terrorismo, dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
Non soddisfatta di tali errori/orrori la Cederna passò ad Enzo Tortora. Quando nel 1983 fu arrestato per una falsa accusa di droga e camorra, la Cederna si schierò manco a dirlo, su La Domenica del Corriere, per la sua colpevolezza, in un pesante attacco che coinvolgeva anche il suo lavoro di presentatore: “Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto. E non mi piaceva il suo Portobello: mi innervosiva il pappagallo che non parlava mai e lui che parlava troppo, senza mai dare tempo agli altri di esprimere le loro opinioni. Non mi piaceva neppure il modo con cui trattava gli umili: questo portare alla ribalta per un minuto la gente e servirsene per il suo successo personale era un po’ truffarla. Il successo ottenuto così si paga. Non dico che tutti quelli che hanno un successo di questo genere finiranno così, ma lui lo sta pagando in questo modo”.
Un modello esemplare di cui l’Italia è regina di fare narrazioni inventate.





