A 25 anni dalla morte del maestro che stimolava il ragionamento
Ci sono giornalisti che insegnano una tecnica e sono bravi ma poi ci sono quelli che insegnano un modo di stare al mondo e sono pochi…
Per me Indro Montanelli è stato questo.
Insieme a Giorgio Bocca, Gianni Brera, Oriana Fallaci, Enzo Biagi, Walter Tobagi e Gianni Minà ha contribuito a formare il mio modo di intendere il giornalismo.
Non perché fossi sempre d’accordo con lui, anzi. In realtà perché incarna il vero maestro, ovvero non colui che ti dice cosa pensare, ma chi ti insegna a ragionare con la tua testa. Merce rara, oggi.
Di Montanelli amo la scrittura asciutta, la curiosità instancabile e la capacità di raccontare la storia senza renderla polvere sugli scaffali.
I suoi libri ad esempio, scritti con Mario Cervi, sono ancora oggi un viaggio straordinario nell’Italia che siamo stati e in quella che siamo diventati. Leggeteli e vi sentirete immersi nell’Italia più profonda, quella che certi intellettuali vi nascondono e che gli esteri non comprendono.
Ma c’è un’immagine che non riesco a dimenticare dell’Indro nazionale.
Il 2 giugno 1977, dopo essere stato colpito dai terroristi delle Brigate Rosse, non cade subito. Si aggrappa a un’inferriata e scivola lentamente verso terra. Vuole restare in piedi fino all’ultimo. Va oltre la morte che sembra arrivare.
Anni dopo, però, incontrerà i suoi attentatori e stringerà loro la mano pronunciando una frase che appartiene ormai alla storia:
«A guerra finita, tra nemici, si brinda».
Non era una resa ma la dimostrazione che la civiltà è più forte dell’odio. In queste ore non pochi dovrebbero prendere appunti.
Il 22 luglio, giorno della sua scomparsa, vale la pena ricordarlo. Perché il giornalismo non è fare il tifo. Non è cercare applausi. Non è inseguire la folla.
È essere forse antipatici ma arrivare al punto, è stimolare il ragionamento. Nulla che vedere con titoli per click e stili artificiali o peggio figli della più becera e corta ideologia.
Il giornalismo è avere il coraggio di raccontare ciò che si vede, anche quando è scomodo. È difendere la libertà di parola, soprattutto per chi la pensa diversamente da noi.
Grazie, Indro.
Per aver dimostrato che si può essere liberi senza essere conformisti. E che, anche quando cercano di farti cadere, la cosa più importante è provare a rimanere in piedi.





