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MONDIALIZZAZIONE, CONFINI E IDENTITA’ NAZIONALI: UN TRIANGOLO INCONCIALIABILE?

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di Paolo Savona*

Il quesito che pongono alla politica e all’economia gli attuali sviluppi delle relazioni internazionali è se sia in corso un’inversione del ciclo storico che dalla formazione delle identità nazionali aveva generato i confini degli Stati e poi il processo di globalizzazione degli scambi o, se si preferisce, di mondializzazione delle scelte nazionali di ogni tipo. Se la risposta fosse positiva, il triangolo mondializzazione, confini e identità nazionali, costruito con pazienza e tuttora incompleto, mostrerebbe una sua inconciliabilità intrinseca.

La storia di come si è formato questo triangolo risale alla Pace di Vestfalia del 1648; fino a quella data il mondo era il palcoscenico dove la tragedia della violenza umana veniva rappresentata in continuazione, con protagonisti che si alternavano tra i più abili e più forti. Ciò è potuto accadere perché si sono formate le identità nazionali, un processo nel quale la religione ha avuto sovente un ruolo determinante, come dimostra il fatto che i Trattati di pace furono due, uno firmato dai cattolici e l’altro dai protestanti. Essi diedero vita agli Stati nazionali formati da un territorio, un popolo e un corpo di leggi. A quel punto fissare i confini divenne indispensabile per delimitare il territorio dove l’esercizio della sovranità statale si sarebbe realizzato con un misto di forza e consenso. Le spinte dell’economia per ridurre la funzione protettiva dei confini furono talmente forti che si diffuse un processo di liberalizzazione degli scambi (le corn laws inglesi sono un caso da manuale), sfociato nella globalizzazione che, accrescendo la concorrenza tra imprese e Stati, cambiarono lo scenario geopolitico in cui gli Stati avrebbero dovuto operare.

La disputa sul libero mercato caratterizzò gli sviluppi della scienza economica, con Adam Smith considerato il filosofo che ne diede la spiegazione più razionale, e Keynes, conscio dell’importanza e dei limiti del mercato dopo la crisi del 1929-33, propose come correggerne gli effetti negativi sul pieno impiego delle risorse. Questa tesi interventista spinse gli Stati a intervenire per correggere le prestazioni della propria economia e, poi, creare il welfare state. L’economia di mercato prese vigore dopo il fallimento del regime sovietico di Lenin e Stalin, l’accettazione del mercato da parte del comunismo cinese di Deng e la creazione del WTO.

Dal 1950 a oggi la popolazione mondiale si è triplicata, passando da 2,5 a 7,8 mld di abitanti, e la povertà estrema si è ridotta di due terzi. La globalizzazione ha dato un contributo determinante avendo aperto i mercati di sbocco ma, nonostante le sue imperfezioni nella distribuzione dei redditi, ha consentito ad alcuni paesi a elevata densità demografica, come Cina e India, la cui popolazione è pari a quella esistente sulla Terra nel dopoguerra, di crescere politicamente; ne discende una loro rivendicazione di partecipare alle decisioni delle sorti del mondo, che però porta a conflitti geopolitici dagli esiti imprevedibili. L’ONU avrebbe dovuto svolgere questo compito, ma la sua architettura istituzionale è frutto di un momento storico caratterizzato da divisioni profonde sui modi di gestire il potere economico e politico a livello nazionale e internazionale. Senza una quarta gamba su cui poggia la sedia della crescita e della pace mondiale l’accettazione del libero scambio non sta in piedi. La nascita e il funzionamento dei Gruppi di Stati, come il G7 e il G20, non sono stati capaci di sostituirsi all’ONU, forse lo hanno indebolito. Il formarsi di Club di interessi tra altri Stati, come i BRICS (acronimo formato dai nomi dei fondatori), già oggetto di un incontro in questa stessa sede, ha creato un’alleanza volta a svincolarsi dall’influenza occidentale, in particolare dal dollaro statunitense.

Anche se le guerre locali non sono mai cessate, questa inversione delle relazioni geopolitiche ha gettato benzina sul fuoco sempre vivo del nazionalismo, facendo riemergere le istanze di identità nazionale e di protezione dei confini, ricreando condizioni favorevoli al ritorno dei conflitti bellici. Il ciclo vichiano si ripete? Primo Levi disse Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo.

Le critiche al capitalismo privato non sono mai finite, soprattutto per gli effetti negativi che esso causa sulla distribuzione del reddito e della ricchezza all’interno e all’esterno dei singoli Stati, ponendo il problema politico di chi e come si deve dare carico di correggerne l’iniquità. In democrazia il compito spetta ai Parlamenti, che hanno il potere di agire con tasse e spese, mentre nelle autocrazie dipende dalla loro natura di destra o di sinistra; in ogni caso restano tentativi che illudono il popolo che la scarsità delle risorse possa essere sconfitta attraverso la redistribuzione dei redditi. Conviene ricorrere a un celebre aforisma, leggermente modificato, di Churchill che dice: Il vizio tipico del capitalismo globale di mercato è l’ineguale distribuzione della ricchezza, mentre la virtù intrinseca del protezionismo nazionale è l’equa ripartizione della miseria.

L’immigrazione clandestina è la manifestazione più temuta dal cittadino comune, ritenendola lesiva delle sue possibilità di trovare lavoro, spingendolo a recuperare la propria identità nazionale e l’istanza della protezione dei confini, valori da lui più sentiti della competizione globale.

Come noto, si è giunti al processo di conciliazione della triade attraverso studi sulla natura umana, ricordiamo quelli di Locke, e sulla democrazia, come passaggio dal governo di pochi a quello delle leggi, soprattutto di Kant; la considerazione della natura umana e la domanda di democrazia si sono ridotte da quando il ricorso alle armi ha ripreso vigore, oscurando la reale matrice dell’inconciliabilità, ossia non riuscire a creare un assetto istituzionale mondiale per equilibrare globalizzazione con le identità nazionali e i confini, sotto l’egida di un supervisore mondiale. Né sembra più valida la geopolitica della deterrenza operante nel corso della Guerra fredda, quando venivano valutati i gravi rischi per tutti di una guerra nucleare e si conviveva tutti in pace, salvo casi locali di diversa origine.

La soluzione è riportare le élite e gli esseri umani che le seguono a dialogare tra loro comprendendosi l’un l’altro, come suggerì Socrate. Abbiamo pertanto bisogno di un programma educativo globale, come fecero nel dopoguerra gli Stati Uniti per attuare le quattro libertà di Roosevelt: libertà di parola, libertà religiosa, libertà dal bisogno e libertà dalla paura. Roosevelt aggiunse dopo ogni indicazione delle libertà, la precisazione “di cui ogni persona nel mondo dovrebbe godere”.

Prima di trarre una conclusione, propongo un test su ciascuna delle tre istanze esaminate:

  1. La globalizzazione è il modo migliore per realizzare le quattro libertà?
  2. I confini sono proprio necessari per proteggersi?
  3. Le identità nazionali sono un ostacolo?

Se il sondaggio evidenziasse che la maggioranza preferisce un’inversione delle tre risposte, ossia un no per la prima e due sì per le altre due, per la stretta relazione esistente tra il nuovo ciclo geopolitico descritto e i conflitti bellici, esso implicherebbe che gli esseri umani si vanno comportando come indica la favola del pifferaio magico di Hamelin (XIV secolo): il mondo va verso il disastro senza rendersene conto. Chi ci garantisce che i possessori delle chiavi di accesso agli ordini nucleari nazionali, messi alle strette, non reagiranno attivandoli? Newton disse: Posso calcolare i moti dei corpi celesti, ma non la follia delle persone. Non è certo ciò di cui l’umanità ha bisogno.

Il passaggio indispensabile per uscire da questo scenario pericoloso è rivitalizzare le istituzioni esistenti (ONU e WTO) oppure crearne di nuove, cosa assai più difficile. In ogni caso, occorre una Conferenza internazionale che affronti il problema della convivenza globale, ma la spinta deve venire dal basso e non solo dall’alto; le iniziative elitarie sono indispensabili, ma richiedono un continuo e insistente processo educativo delle popolazioni, senza il quale gli effetti prodotti sono insufficienti e di breve periodo. Perciò anch’io ho un sogno: si potrebbe ricorrere alla soluzione dettata dalla saggezza di Santa Romana Chiesa e chiudere una diecina dei principali Capi di Stato in conclave, nutrendoli dall’estero e facendoli uscire solo dopo che hanno raggiunto un accordo sulla soluzione da dare al problema di un minimo di benessere per tutti nella convivenza pacifica. 

*intervento del prof. Paolo Savona, Presidente della Consob, Emerito di Politica economica, tenuto nel corso dell’incontro svoltosi presso la Camera di Commercio di Roma, Sala del Tempio di Vibia Sabina e  Adriano, con il quale si è dato il via alla importante iniziativa “Mondializzazione, confini, identità”, promossa dalla Fondazioni di Studi Internazionali e Geopolitica presieduta dal professor Giancarlo Elia Valori.

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