di Gianvito Caldararo
Giorgia Meloni, sulla riforma costituzionale ha cambiato idea. Era l’11 giugno del 2018 quando come prima firmataria presentava alla Camera dei deputati il disegno di legge costituzionale (atto Camera n. 716 ) avente per oggetto quanto segue: “Modifiche alla parte II della Costituzione concernenti l’elezione diretta del Presidente della Repubblica”. Accanto alla firma della Meloni, apparivano i principali esponenti del suo partito, quali: Rampelli, attuale vice presidente della Camera dei deputati, Crosetto, ministro alla difesa, Foti, attuale capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Lollobrigida, attuale ministro all’agricoltura alla sovranità alimentare e l’intero gruppo dei parlamentari di Fratelli d’Italia.
Nella relazione che accompagnava il disegno di legge di riforma costituzionale, si sosteneva che “già nel periodo della Costituente e nei decenni immediatamente successivi numerose furono le prese di posizione, seppure con sfumature diverse, in favore di un presidenzialismo assunte da autorevolissimi esponenti della cultura e della politica italiana: Gaetano Salvemini, Randolfo Pacciardi, Leo Valiani, Giuseppe Saragat, Giuseppe Maranini e Giorgio La Pira”.
Si sosteneva, inoltre, che “il presidenzialismo, insomma, non è una invenzione dell’ultima ora, è una storica proposta di Fratelli d’Italia e della destra italiana: investe l’efficienza della nostra democrazia, la capacità decisionale del potere politico e le risposte da dare alle richieste di modernizzazione delle istituzioni”. A sostegno della proposta di riforma, condensata in 13 articoli, nella relazione accompagnatoria si leggeva che “il problema che si pone davanti agli occhi di tutti è che il Capo dello Stato non ha legittimazione popolare e che l’elezione di secondo grado prevista dalla Costituzione ha determinato, nei fatti, una frattura tra la volontà popolare e la figura del Presidente”.
Si affermava, altresì, che ” la destra italiana ha sempre indicato, come via di uscita ai tristi balletti parlamentari nella formazione dei governi, ai quotidiani riti trasformistici delle maggioranze ambigue e alla strutturale debolezza di una democrazia lenta e avvitata su se stessa, il presidenzialismo”. Si sosteneva , inoltre, che ” la crisi in cui è sprofondata l’Italia rilancia l’esigenza che il Capo dello Stato sia eletto direttamente dal popolo e quindi legittimato ad assumersi ogni responsabilità nell’indirizzo politico della nazione e nelle più importanti scelte politiche nazionali e internazionali”.
Passano pochi anni e la Meloni , ora presidente del Consiglio, passa fulmineamente dal presidenzialismo al “premierato forte”. Infatti, il nuovo disegno di legge approvato dal suo Governo prevede la elezione diretta del Capo del Governo ovvero del premierato, non presente in nessun governo europeo. La Meloni, dopo l’adesione ai citati costituenti sostenitori del presidenzialismo, ha scoperto Crispi, cioè il primo dei leader riformatori e carismatici che hanno sostenuto l’esigenza di un “governo forte”. E nella fase costituente ha scoperto il giurista Piero Calamandrei, per il quale il Capo del governo, premier o presidente, doveva avere “la sicurezza di governare”. E Giorgia Meloni, punta proprio ad un forte e vigoroso premierato, che secondo alcuni costituzionalisti “non fa altro che stravolgere l’equilibrio tra i poteri dello Stato”.
Nell’ambito della maggioranza si confrontano i falchi, cioè coloro che sono chiusi ad ogni modifica e si affidano al referendum, nella certezza che gli italiani sono nella stragrande maggioranza decisi in direzione della democrazia diretta. Vi sono poi coloro che intendono aprire al confronto con le forze politiche di opposizione, con l’obiettivo di giungere a conseguire i 2/3 dei voti parlamentari e scongiurare l’imprevedibile risultato che comporta il referendum.
Alcuni costituzionalisti hanno fatto rilevare che la riforma che si intende approvare contiene palesi contraddizioni anche sul tema che si vuole tutelare, cioè quello della stabilità politica. La riforma prevede che in caso di crisi, al premier eletto può subentrare un esponente della maggioranza con l’impegno ad attuare il programma del premier eletto e rimosso, cioè una vera e propria “controfigura”. Una situazione che i costituzionalisti hanno definito “una stravaganza costituzionale”.
Inoltre, la elezione diretta del Capo del Governo, munito di legittimazione popolare, comporterebbe un forte ridimensionamento della figura del Presidente della Repubblica, quindi un forte squilibrio tra i poteri costituzionali. Tra l’altro, alcuni acuti analisti politici, hanno evidenziato di come i cosiddetti “falchi” , una volta approvata la riforma, punterebbero a far dimettere Mattarella e procedere alla elezione di un nuovo presidente della Repubblica, che rappresenterebbe un vero e proprio “megafono del premier in carica” eletto direttamente dal popolo.
La riforma del “premierato all’italiana” ha già messo in moto la costituzione di comitati a difesa della Costituzione, promossi da coloro i quali temono un accentramento di potere nelle mani di chi oggi siede a Palazzo Chigi. Ma sull’iter della riforma peserà in modo significativo l’esito delle elezioni europee. Un risultato deludente del centrodestra potrebbe significare la messa in discussione della riforma da parte di Forza Italia, ma soprattutto di fronte ad un risultato positivo del PD della Schlein e del M5S di Conte.
Un risultato del genere, riuscirebbe a indebolire proprio i “falchi” dell’attuale maggioranza, cioè di coloro che hanno sempre vissuto un Presidente della Repubblica convinto custode della Costituzione come un vero e proprio insuperabile macigno situato sulla strada delle loro riforme costituzionali.




