
Sono il primo a fare il tifo per il nuovo sindaco di New York. Ma mi guardo bene – e suggerisco agli amici, che invece lo fanno, di aspettare a farlo – dall’ esprimere giudizi, tripudi, ma soprattutto di fare paralleli con l’Italia.
Che questa elezione sia un problema per Trump è evidente: che sia un sintomo di ripresa della sinistra nel mondo lo credo con più difficoltà. In verità qualcosa in più fa sperare il risultato degli Stati del New Jersey e della Virginia. Ma riguarda comunque gli USA che deve sorbirsi Trump. E dunque aspetterei le elezioni di metà mandato. Certo un respiro i democratici lo possono tirare: ma ci dovrò essere qualche chiarimento al proprio interno.
Intanto, sarà interessante vedere cosa e come il programma elettorale (a proposito: la percentuali dei votanti è cresciuta perché quando si deve scegliere su cose dette chiare, la gente vota) sarà messo in atto. In ogni caso il fatto che un outsider abbia vinto nella grande mela indica una possibile strada che si può seguire non solo negli USA; che sia di fede mussulmana è l’occasione per capire se, e fino a che punto, Oriana Fallaci aveva torto; il cambio di rotta nella politica della città simbolo degli USA mi sembra probabile ed interessante da verificare; la sua lotta, inevitabile se vuole vincere, contro la burocrazia da guardare con attenzione.
E poi la grande novità, e per me motivo di grande piacevole interesse, è che Momdani è l’emblema stesso della multi etnicità. Lui nato in Uganda, padre ugandese, madre indiana e moglie siriana. Possiede e testimonia esperienze culturali composite e variegate.
Ma per me, che dunque sono in attesa, il giudizio si ferma qui. Non riesco a capire il dramma – così si racconta – che starebbe vivendo la destra italiana; e non riesco a capire la felicità, che diventa giubilo di Schlein e tanti compagni con lei. Perché, da noi, le stesse premesse che hanno portato alla vittoria di Mamdani sarebbero altrettanti problemi.
Intanto il termine “socialista” non è comparabile alla realtà italiana: se si leggono attentamente non tanto il programma quanto le dichiarazioni fatte in campagna elettorale, da noi il personaggio si etichetterebbe come sinistra – sinistra. Con qualche sospetto di sinistra caviar. Infatti Mamdani si è diplomato alla Brox High School of Science e poi è stato universitario in Studi Africani al Bowdoin College del Main. E’ figlio di un professore della Columbia University e di una regista di origini indiane, entrambi laureati ad Harvard: dunque una famiglia di privilegiati. “Inclusione, sostenibilità e giustizia” i cardini della proposta vincente sono dunque frutto non di una esperienza diretta di vita difficile, ma frutto di una fede in alcuni valori, sorretti da conoscenze culturali importanti, tratte da studi in ambienti di alto livello e selettivi anche dal punto di vista del reddito. Quello che serve per vincere battaglie difficili.
Da noi un candidato così avrebbe poco spazio. Ed invece, nella mia immaginazione, è il prototipo di quello che occorrerebbe alla sinistra: fuori dai paludamenti partitici, estraneo a logiche correntizie, studi avanzati, cultura ampia, idee chiare, progettualità esplicita. E quando dice “«Sono giovane. Sono musulmano. Sono un socialista democratico. E cosa più grave di tutte, mi rifiuto di scusarmi per ognuna di queste cose» dice di una fede che non teme confronti. Se non fosse per un passaggio pro-pal firmerei il suo proclama.
Attendo di vedere se è tutto vero. Intanto faccio il tifo: ma senza correre. Adelante con juicio: di delusioni ne ho già avute troppo.





