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LO STATO DELLA DEMOCRAZIA NEL MONDO

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di S. R.

Un recente rapporto dell’Economist Intelligence Unit (Eiu) intitolato “Age of Conflict” fornisce una panoramica dello stato della democrazia in 167 Stati e territori. Mentre quasi la metà della popolazione mondiale vive in democrazie o quasi democrazie, solo un piccolo 8% si trova in una piena democrazia, con un tasso che è diminuito di oltre un punto dal 2015 al 2023. Al contrario, oltre il 39% della popolazione vive sotto un regime autoritario, con un aumento di tale dato negli ultimi anni. Questa analisi sottolinea le difficoltà delle democrazie nel prevenire i conflitti e nel gestire le controversie interne, il che indebolisce il progresso politico ed economico, che è fortemente correlato a tutte le questioni di pace e all’interdipendenza dei flussi produttivi e commerciali internazionali. Questa situazione si manifesta principalmente attraverso la “scissione” e i contrasti tra potenze egemoni tradizionali come gli Stati Uniti e quelle emergenti come la Cina e l’Arabia Saudita. Questi contrasti, accentuati da conflitti in corso, mettono in discussione l’assetto geopolitico globale. Secondo l’Eiu, il modello democratico che si è sviluppato dopo la Seconda guerra mondiale non funziona più. Tuttavia, l’Europa occidentale è l’unica area continentale ad aver raggiunto i livelli di libertà civile e democrazia precedenti alla pandemia, nonostante persistano alcuni problemi e una diffusa insoddisfazione politica.Questa critica dimostra che avere istituzioni democratiche, stato di diritto e strumenti di governance non sono sufficienti per garantire il consenso necessario. C’è bisogno di un problema di efficienza e di risultati tangibili, oltre che di riconoscimento e identificazione da parte dei cittadini. La ricerca indica anche che ci sono persistenti malcontento e mancanza di miglioramenti nelle regioni al di fuori dell’Europa, che stanno vivendo un regresso della democrazia. La parte più significativa del rapporto riguarda democrazia, guerra e pace. La competizione per le risorse del pianeta è una delle principali cause di conflitto, ma non l’unica, come dimostra la realtà attuale. Ci sono altri motivi di rottura, come dispute territoriali, fondamentalismo religioso o razzismo, soppressione dei diritti e delle libertà, diffusione della criminalità e soprattutto il cambiamento degli equilibri geopolitici. Tuttavia, la mancata riorganizzazione del sistema globale e multilaterale da parte delle potenze occidentali, di fronte a una spostamento del potere economico verso oriente, può intensificare le rivalità e le tensioni, aumentando il rischio di conflitti su larga scala. Secondo una convinzione diffusa, l’estensione delle ostilità dipende dall’aumento del peso degli Stati autoritari, dato che le democrazie tendono ad essere promotori della pace. Dopo le devastazioni delle due guerre mondiali, il periodo successivo al 1991 è stato caratterizzato da meno conflitti e meno vittime rispetto alla “guerra fredda” tra il 1946 e il 1991. L'”internazionalismo wilsoniano” degli Stati Uniti, basato sulla democrazia e sulla pace, ha prevalso per oltre un secolo sull'”orientamento realista”, che si basa su interessi concreti nella politica estera. Tuttavia, interessi e ideali spesso si sono intrecciati nella realtà internazionale, mescolando le carte della storia e mettendo le democrazie, con una storia relativamente recente nella loro forma moderna, in situazioni di incertezza e declino. Secondo lo storico John Lewis Gaddis, dopo la Seconda guerra mondiale è stata stabilita una “lunga pace” in Europa a causa della minaccia rappresentata dalla guerra fredda. Pertanto, in un contesto di crescenti contrasti, le democrazie occidentali dovrebbero concentrarsi sulla prevenzione e sul contenimento dei conflitti regionali per evitare che si trasformino in conflitti globali e per aprire la strada a una nuova fase di costruzione di un nuovo ordine mondiale. Questo obiettivo richiede un riassetto delle strutture di potere globale, anche se sarà necessario del tempo prima che l’ascesa economica dei paesi emergenti si traduca in predominio geopolitico e militare. Al fine di evitare “polarità” contrapposte, come sostiene lo storico Adam Tooze, che nega l’esistenza di blocchi consolidati, è fondamentale avviare un riordino del sistema politico internazionale che includa le potenze emergenti senza premiare i regimi che violano i diritti fondamentali e l’uguaglianza dei popoli, sostenendo invece i valori di libertà, democrazia e integrazione economica. Gli Stati Uniti, in virtù del loro ruolo di predominanza economica in corso, e l’Europa, in virtù della sua lunga tradizione di valorizzare la ragione, devono riflettere sulle prospettive future e provare a gettare una luce su un’avvenire che si preannuncia difficile.

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