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LO STATO COMATOSO DELL’INFORMAZIONE IN ITALIA

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di Bruno Chiavazzo

I quotidiani in Italia servono solo per le rassegne stampa televisive e radiofoniche. Trasmissioni che costano poco sia in termini economici che di impegno professionale. Qualcuno in giacca e cravatta che legge titoli di giornali come se fossero notizie, invece di opinioni espresse da giornalisti che passano la giornata leggendo e commentando le agenzie di stampa. Il più delle volte ne sanno meno di quelli che li leggono e che sono minimamente informati.

Dei talk show non ne parliamo proprio: guitti, nullafacenti, ex del serraglio televisivo che hanno avuto il loro quarto d’ora di notorietà che s’impalcano a commentare la guerra in Ucraina o a Gaza. Sui telegiornali Rai poi stendiamo un velo sepolcrale: carrellate di deputati e senatori semi sconosciuti ai quali viene avvicinato un microfono per dieci secondi per dire, a secondo della collocazione politica, quanto è buono e capace il governo oppure che non esiste e che sbaglia tutto.

Mediaset che, a secondo delle paturnie politiche di Piersilvio, Marina e Federico Confalonieri, oscillano dall’appoggio politico a Meloni o all’innalzamento sugli altari di Salvini. Per non parlare della Bianca Berlinguer che doveva essere il fiore all’occhiello della nuova stagione televisiva, in antitesi al Grande Fratello, e che, invece, si è rivelata una scartina con audience da percentuali da prefisso telefonico, mettendo in crisi i procacciatori di pubblicità che quando propongono il programma ai clienti, questi mettono giù il telefono.

Insomma siamo oltre la frutta, siamo alla digestione lenta e faticosa. Ma il massimo si raggiunge su La7, dove tutte le sere la zarina del prime time, Lilli Gruber, non fa altro che invitare giornalisti a parlare del nulla, ad esprimere opinioni che non interessano a nessuno. Lo zenith di questo tipo di programmi è stato raggiunto qualche giorno fa quando la Gruber, con tre giornalisti in studio e qualche altro in collegamento zoom, parlando di politica, Rai e Festival di Sanremo, ha chiesto ad una giornalista della BBC, in collegamento video da Londra, come si sarebbe comportata la BBC.

L’ospite di cui non ricordo, purtroppo, il nome ha risposto in modo glaciale che alla BBC non ci sono trasmissioni nelle quali i giornalisti parlano tra di loro. La Gruber si è aggiustata i capelli e gli orecchini e ha continuato imperterrita insieme ai suoi “opinionisti”, tagliando il collegamento con Londra. Mi sono tornati in mente i libri che ho studiato per prepararmi all’esame da giornalista professionista per l’iscrizione all’Ordine. In ogni pagina si raccomandava che il compito del giornalista è quello di “scomparire, dimenticare se stessi, cedere agli altri la ribalta e rimanere dietro le quinte. Ascoltare e non parlare. Il vero giornalista è uno spettatore, non un attore”. Ma, forse non ricordo, il libro era scritto in inglese.

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  • Redazione

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