Home Politica estera lL DOPO DAVOS DI GIORGETTI E LA MILITARIZZAZIONE DELL’INFLAZIONE

lL DOPO DAVOS DI GIORGETTI E LA MILITARIZZAZIONE DELL’INFLAZIONE

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di Silverio Allocca

“L’area euro sta entrando in recessione. Per ora l’inflazione è scesa grazie ai costi dell’energia. Ma se si pensa di arrivare al 2% alzando i tassi, allora l’obiettivo è farlo con una recessione. Se funziona: sennò saremo in stagflazione”… così Federico Fubini in un post su Linkedln che rimanda ad un suo articolo apparso sul Corriere della Sera e significativamente intitolato: “Giorgetti: ‘Privatizzazioni, ecco il piano. Puntiamo su investitori pazienti’”.

Il perché delle considerazioni di Fubini è presto detto dando un’occhiata anche alla politica monetaria della FED che, tutto sommato, pochi hanno spiegato veramente qui da noi, in Europa.

Da mesi assistiamo a continui rialzi del tasso base della FED seguita a ruota dalla BCE e la legittima domanda è perché. In linea di principio il calmieramento dell’inflazione si ottiene solitamente alzando il tasso base che si traduce in una contrazione dell’accesso al credito e quindi ad una diminuzione della massa circolante di danaro privo di un corrispondente riferimento valoriale di garanzia.

Tanto dicesi per usare un linguaggio tipico della politica monetaria in un contesto Gold Standard (fino al 1944) e poi Golden Exchange Standard (1944-1971, nato con gli accordi di Bretton Woods e finito con la dichiarazione di non convertibilità dello USD).

Quello che sta accadendo ora, però, è qualcosa di molto diverso perché non solo non è improntato ad una dinamica monetarista di tipo Keynesiana bensì ad una visione di altro genere che si richiama al pensiero monetarista di Martin Friedman, ma – per somma – pure perché l’attuale inflazione è molto meno semplice da “curare” rispetto alla “tipica” crisi economico-finanziaria che può essere affrontata con un banale aumento dei tassi d’interesse in quanto deriva ancora dallo choc “esogeno” della COVID-19 su cui si sono innestati ben altri quattro fattori di choc anch’essi “esogeni”:

  • le politiche sanzionatorie varate dall’Occidente a seguito dello scoppio del conflitto russo–ucraino (vero e proprio Primo Conflitto Mondiale dell’Era della Globalizzazione (come amo definire ciò che sta accadendo attualmente);
  • la fine del primato dello USD nell’ambito delle contrattazioni di commodities e fonti energetiche in un contesto di cambiamento del Vecchio Ordine Mondiale Monopolare in un Nuovo Ordine Mondiale tendenzialmente Bipolare (sino-statunitense) anche se transitoriamente Multipolare (si veda il fenomeno BRICS);
  • la militarizzazione in primis del comparto energetico e delle politiche relative;
  • la svolta Green;
  • il contesto in cui gli economisti e le autorità politico–monetarie si trovano a dover operare: un contesto generato dalla forzata globalizzazione di stampo vetero–liberista degli ultimi 30 anni, attualmente viziato pure da spinte de-globalizzanti, che non esisteva ai tempi di Keynes (antecedenti alla WWII) e di Friedman (primi anni ‘70). Un contesto per il quale non esiste attualmente una specifica adeguata modellizzazione teorica degna di questo nome: una circostanza, quest’ultima, che finisce per far lavorare gli addetti ai lavori con strumenti, logiche e filosofie obsolete e del tutto palesemente inadeguate.

Come ben si vede il quadro generale, segnatamente il contesto economico politico in cui ci troviamo a vivere è alquanto diverso da quelli in cui in passato si sono trovati ad operare gli economisti ed i responsabili delle politiche monetarie, ambiti in cui le crisi inflattive erano tipicamente di natura strettamente economico-finanziaria e non frutto di sconvolgimenti di ben altra natura, il che –in primo luogo– comporta il dover accettare quanto prima stabilizzazioni dei prezzi a livelli più elevati di quelli pregressi e quindi un tasso di inflazione medio ben superiore al 2% ed altamente instabile, cercando di operare mantenendo i nervi ben saldi per evitare che il tutto si tramuti in nuovi conflitti a livello internazionale ed in vere sommosse a livello locale al di qua come al di là dell’Atlantico, con buona pace dei Zelensky e dei Netanyahu di turno e del loro essersi trovati coinvolti in conflitti di portata ben più ampia di quella che si sono prefigurati.

Fatta questa premessa appare evidente l’inadeguatezza di quanto fatto da FED e BCE fino ad ora per affrontare efficacemente una inflazione che, a conti fatti, inflazione non è se con questo termine ci riferiamo acriticamente a quanto riportato alla voce “inflazione” accedendo al sito della BCE dove testualmente si legge che:

“Nelle economie di mercato i prezzi di beni e servizi possono subire variazioni in qualsiasi momento: alcuni aumentano, altri diminuiscono. Si ha inflazione quando si registra un rincaro di ampia portata, che non si limita a singole voci di spesa. Questo significa che con un euro si possono acquistare oggi meno beni e servizi rispetto al passato. In altre parole, l’inflazione riduce il valore della moneta nel tempo” evidenziando che “Quando si calcola l’incremento medio dei prezzi si attribuisce un peso maggiore alle variazioni dei beni e servizi per i quali i consumatori spendono di più (ad esempio l’energia elettrica) rispetto a voci di spesa meno significative (quali lo zucchero o i francobolli)”: tutto giustissimo ma senza alcun riferimento alla causa che determina queste variazioni la definizione resta valida, ma gli strumenti per affrontarle possono rivelarsi totalmente inadeguati allo scopo, al pari degli obiettivi perseguiti.

Ed infatti, il farlo, il fronteggiare l’inflazione nel contesto attuale,  alzando i tassi, come previsto dai monetaristi attualmente attivi, per giungere ad una stagflazione pilotata (perché è questo che stanno cercando di fare) che punti, con il rialzo dei tassi, a calmierare i salari facendo contrarre gli investimenti e quindi l’occupazione (cioè l’offerta di lavoro rispetto alla domanda) e di conseguenza, di riflesso i prezzi al consumo, non può essere un buon modus operandi in quanto questo è solo un modo per scaricare sulle imprese private (con il calo dei prezzi al consumo e quindi delle entrate della aziende) e sui cittadini il peso della crisi facendo, per somma, sì che le famiglie attingano ai propri risparmi che immessi sui mercati lo rendono disponibile in alternativa a quello che in caso contrario lo Stato avrebbe dovuto immettere a debito: in altri termini un qualcosa che può, nella migliore delle ipotesi, funzionare per concedere del tempo a chi di dovere per valutare delle vere soluzioni prima che sia troppo tardi, dove il “troppo tardi” diventa il momento in cui le disponibilità accantonate dai privati si sono esaurite.

Occorre inoltre avere ben chiaro che un tale modo di procedere oltre ad impoverire le famiglie crea nel tempo disagi sociali potenzialmente forieri di crescenti tensioni che i Governi attualmente in carica, a cominciare da quello statunitense, devono cercare in ogni modo di contenere per evitare che si venga a costituire una massa critica, costituita da milioni di comuni cittadini ed imprenditori titolari di aziende in sofferenza, potenzialmente incontrollabile sotto tutti i punti di vista: un qualcosa che potrebbe essere in linea di principio la molla scatenante le azioni, rigorosamente eteroguidate ed a conti fatti altamente destabilizzanti delle economie occidentali, degli Houthi nel Mar Rosso, visti gli effetti che anche sull’inflazione tutto questo ha e potenzialmente potrebbe a maggior ragione avere perdurando un tale stato di cose.

In un tale contesto la BCE ha comprensibilmente seguito la FED: e lo ha fatto palesemente in primo luogo per garantire la tenuta della quotazione di mercato dell’Euro al fine contenere gli effetti inflattivi derivanti dall’aumento dei costi energetici e delle materie prime importate ora anche da dove mai sarebbero state acquistate in precedenza (si veda a tale proposito il caso dell’LNG statunitense), che come noto – e già sottolineato per quello che riguarda gli USA – si scaricano, a fine filiera produttiva, sui consumatori garantendo pure all’erario un aumento delle entrate derivanti dall’incremento delle rimesse IVA: un comodo modo per mettere artatamente mano ai risparmi delle famiglie che le statistiche degli Uffici Nazionali di Statistica, ISTAT in testa, si guardano bene (sia pure nel pieno rispetto formale delle regole da seguire per l’analisi dei dati economici) dall’evidenziare per non far notare quale sia una delle fonti primarie reali di una certa tenuta dei conti pubblici, visto che uno dei parametri utilizzati per valutare il PIL parte proprio dal gettito IVA che si traduce poi nel dato “consumi”, quei consumi che tanta importanza rivestono nella costruzione del dato finale relativo alla crescita del PIL, ossia di quella “crescita” che tanta parte ha sin qui avuto nel presentare come successi gestionali della cosa pubblica dei veri e propri fallimenti della politica economica sia nazionale che internazionale tanto del Governo in carica che di quello che l’ha preceduto.

Alla luce di tutto quanto visto che peso dare alla ‘strategia’ proposta da Giorgetti di ritorno da Davos?

Per prima cosa non dobbiamo dimenticare che per poter parlare di una strategia occorre non trovarsi con il classico cappello in mano, ossia nella attuale posizione del Governo italiano e del suo Ministro Giorgetti che al World Economic Forum di Davos è arrivato con una priorità su tutte le altre: trovare 450 Mld di EURO – e trovarli alla svelta – perché a partire da Giugno 2024 la BCE smetterà di reinvestire in metà dei titoli in scadenza comprati a partire dalla pandemia, il che mette il Tesoro nella spiacevole condizione di trovare compratori alternativi dei propri Btp per 150 Mld di EUR, nonché per il rinnovo di ben oltre 300 Mld in scadenza: una priorità che ha fatto passare in secondo piano qualsivoglia altro tema a cominciare da quelli dello sviluppo industriale e di quello tecnologico mentre la  Premier Meloni gioca a fare lo statista ed il Ministro della Difesa Il von Clausewitz della Domenica.

Stando a quanto riportato dalla stampa relativamente all’incontro che Giorgetti ha avuto con Raymond Dalio, quel Dalio che con l’Hedge Fund  Bridgewater Associates – il più grosso a livello mondiale – gestisce qualcosa come 235 Mld di USD, l’unico risultato portato a casa dal Ministro italiano sembrerebbe essere il “Wonderful, very wonderful ” con cui l’imprenditore statunitense avrebbe laconicamente commentato il tutto.

Un commento che ha permesso a Giorgetti di osservare alquanto autoreferenzialmente come  “Al netto del fatto di quello che stiamo facendo”, la discussione sarebbe stata “molto interessante da un punto di vista intellettuale” in quanto “Dalio non è solo un uomo di finanza, gli piace riflettere in modo più profondo”: una frase che di fatto lascerebbe il tempo che trova se non fosse che deve essere letta alla luce della sua sedicente ‘strategia’ riassunta perfettamente dalla parola d’ordine “Privatizzazione” che non può non essere tradotta con “svendita” dei gioielli di famiglia tanto per fare cassa senza avere la benché minima idea di medio–lungo periodo.

Lo stesso commento può essere riservato, senza grossa tema di smentita da parte dei fatti, agli analoghi colloqui avuti dallo stesso Giorgetti con due dei grandi padroni di fondi sovrani: il Ministro delle Finanze saudita Mohammed Al-Jardaan e quello del Qatar Ali bin Ahmed Al Kuwari, ossia con i rappresentanti di due Paesi, a dire di Giorgetti, chiave per noi essendo il Saudita un ago della bilancia degli equilibri in seno al G20 – ed il il rappresentante di quel Qatar che Giorgetti ha definito “un soggetto che lavora tantissimo con noi” senza mancare di concludere con la ennesima nota autocelebrativa volta a richiamare l’attenzione sul fatto che l’Arabia Saudita ed il Qatar sarebbero “Paesi che ci interessavano e abbiamo in qualche modo coltivato”, quando la realtà è palesemente un’altra vista la posizione strategica assunta dal primo nei BRICS e dal secondo, comunque la si voglia mettere, nello scacchiere europeo, ossia la posizione di chi vuole sfruttare al meglio la possibilità di assumere un peso non secondario nella politica dell’Italia e quindi dell’Europa e della NATO.

Direi che peggio di così non potrebbe andare se questi interlocutori rappresentano un campione significativo dei possibili “pazienti investitori” ai quali svendere ulteriormente, in tutto o in parte i citati “gioielli di famiglia”, ovverosia le nostre partecipazioni pubblicheì, per invogliarli in qualche modo a sottoscrivere ampie trance del debito in scadenza ovvero a finanziare parte del nuovo.

A pensar male si fa certamente peccato, ma non possiamo dimenticare che già in passato l’Italia ha dismesso importanti asset industriali per non parlare delle prodezze dell’allegra finanza italiana, quella di un Paese dove, tanto per citare, all’indomani della esplosione della bolla dei sub prime il Ministero del Tesoro ha svenduto, di fatto, alla Merryl Linch intere fette di proprietà immobiliari demaniali consentendo alla stessa di cartolarizzare la sua esposizione finanziaria collocando i relativi titoli presso gli istituti di credito nazionali (favorendo ulteriormente la loro instabilità e quindi danneggiando i cittadini stessi che a quelle strutture sono legate da conti e depositi ) al solo scopo di raccattare, vista l’imminenza della chiusura dei conti pubblici di fine anno, le somme necessarie da ascrivere all’attivo di bilancio per mantenere sulla carta il differenziale debito /PIL nei limiti previsti dagli accordi comunitari.

È a partire da queste considerazioni oggettive che certe raffinatezze verbali di Giorgetti, allorché parlando di privatizzazioni preferisce esprimere il concetto sottolineando che forse “È più corretto parlare di razionalizzazione del patrimonio delle partecipate” in quanto “è necessario fare ordine in un mondo che non sempre è ben organizzato, quindi il pubblico decide di entrare di più in alcune realtà e cedere altre quote perché tutto sia più efficiente e razionale e al passo con i tempi. Non è semplicemente fare cassa, è fare ordine”, insospettiscono e non poco soprattutto perché la geopolitica attuale può riservare amare sorprese da un momento all’altro, in primo luogo, perché noi palesemente non abbiamo nessuna visione geopolitica per motivi alquanto evidenti.

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  • Redazione

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