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L’irresponsabile

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L'irresponsabile

Il “modello Spagna” si è dissolto

C’era una volta il “modello Spagna”. Ogni stagione ha il suo santino, e per qualche anno l’Europa ha esibito Pedro Sánchez come il capoclasse della sinistra illuminata: economia brillante, transizione ecologica, accoglienza senza complessi, progressismo sorridente.

Bastava pronunciare “Spagna” e il dibattito era chiuso. Se Madrid lo faceva, bisognava farlo anche noi.

Poi è arrivata la realtà. E la realtà ha il pessimo vizio di non leggere i manifesti elettorali.

Il primo a sgretolarsi è stato il mito morale. Gli scandali per corruzione hanno investito il PSOE fino a lambire il cerchio più vicino al premier. Non è una novità nella storia politica.

La novità è che a cadere non è stato soltanto un governo, ma una pretesa di superiorità etica. Chi si presentava come il depositario delle virtù civili si è scoperto vulnerabile alle stesse tentazioni che imputava agli avversari.

Subito dopo è crollato il secondo dogma: quello della superiorità ecologista. La Spagna avrebbe dovuto dimostrare che bastava una volontà politica sufficientemente “verde” per piegare la natura alle delibere parlamentari.

Sono arrivati blackout, incendi sempre più devastanti e, quasi in silenzio, il ritorno al vecchio gas algerino. L’ideologia ha dovuto inginocchiarsi davanti alla geografia e alla fisica.

Naturalmente, il cambiamento climatico esiste. Ma proprio perché esiste, un governo serio dovrebbe preoccuparsi anzitutto di adattare il Paese alle sue conseguenze, proteggere il territorio, mettere in sicurezza foreste e infrastrutture, anziché limitarsi a distribuire certificati di virtù ecologica.

Le emissioni europee continuano a diminuire mentre la Cina inaugura centrali a carbone con la regolarità con cui altri inaugurano piste ciclabili. Le temperature, purtroppo, non leggono i comunicati di Bruxelles.

Infine è esploso il terzo mito: quello dell’immigrazione come formula magica della prosperità.

Per anni ci hanno spiegato che la crescita del Pil spagnolo era la prova definitiva del successo del modello Sánchez. Curiosa idolatria, da parte di chi considera il PIL un feticcio capitalistico quando cresce grazie alle imprese e un indice sacro quando aumenta insieme all’immigrazione.

La contabilità nazionale, però, non è teologia. Se cresce la popolazione, cresce quasi inevitabilmente anche il prodotto complessivo. Ma questo non dice nulla sulla qualità della crescita, sulla distribuzione della ricchezza, sulla sicurezza, sulla coesione sociale. Sono dettagli che sfuggono ai professori chiusi nei loro modelli matematici, molto meno agli abitanti dei quartieri popolari.

A questa narrazione si accompagna l’altra favola, ancora più resistente: quella secondo cui l’immigrazione sarebbe destinata a salvare le nostre pensioni. È uno di quei teoremi che vivono benissimo nei convegni e assai peggio nella realtà.

Perché il problema non è soltanto quanti lavoratori entrano oggi, ma chi sosterrà il sistema domani. Gli immigrati regolari pagano contributi, certamente; quelli clandestini, assai meno.

Ma anche gli uni, una volta integrati, invecchiano, vanno in pensione, fanno sempre meno figli, esattamente come è accaduto alle popolazioni europee.

Se questa fosse davvero la soluzione, bisognerebbe importare nuova immigrazione all’infinito, rincorrendo un equilibrio che si sposta continuamente più avanti.

La verità è molto meno ideologica e molto più banale. Nessuna società può delegare ad altri il proprio futuro demografico. Le pensioni si salvano soprattutto restituendo ai cittadini la possibilità, e perfino il desiderio, di mettere al mondo dei figli.

L’inversione della piramide demografica non si importa: si genera. Tutto il resto è un rinvio del problema, non la sua soluzione.

E adesso c’è Ceuta.

Ogni ideologia, prima o poi, incontra il proprio muro. Quello del socialismo spagnolo non è stato costruito da qualche governo conservatore: è il muro della realtà.

Quando migliaia di clandestini premono contemporaneamente contro una frontiera, le prediche sull’accoglienza universale si trasformano improvvisamente in problemi di ordine pubblico.

E uno Stato scopre di avere un dovere antico quanto la propria esistenza: difendere i confini.

È curioso osservare come i governi progressisti celebrino le frontiere aperte finché la pressione migratoria riguarda gli altri. Quando tocca a loro, scoprono improvvisamente il vocabolario del controllo, dei rimpatri, della sicurezza.

La differenza è che, nel frattempo, hanno trascorso anni a delegittimare proprio quegli strumenti che ora sono costretti a invocare.

Così il “modello Spagna” si è dissolto con una rapidità quasi imbarazzante. Corruzione, fallimenti energetici, crisi migratoria. Tre capitoli della stessa storia: quella di una classe dirigente convinta che bastasse proclamare un principio perché la realtà si adeguasse.

Pedro Sánchez aveva promesso di offrire all’Europa un modello. Ci è riuscito, ma non nel senso che immaginava.

La Spagna è diventata il modello di ciò che accade quando un governo confonde i desideri con i fatti, gli slogan con le politiche, l’ideologia con il governo di una nazione.

La realtà, invece, resta ostinatamente indifferente ai congressi di partito. E, quando presenta il conto, non concede sconti neppure a un irresponsabile con la faccia, tosta, da attore di pessime telenovelas.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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