Il potere giudiziario: la Magistratura
I poteri sono “senza” controllo? La domanda può sembrare irriverente e quasi improponibile.
Il potere se è senza controllo è arbitrario, è dispotico.
L’arbitrio è inaccettabile in democrazia.
Non è solo inaccettabile perché è qualcosa di iniquo, ma è un “virus” che colpisce la società civile nei suoi principali e fondamentali gangli.
Il potere, in un sistema democratico, deve essere sottoposto a controllo.
Noi riteniamo che questo controllo, in via normativa sui poteri, vi sia.
Ma resta da capire di che grado e in quale forma.
Il potere senza controllo, oltre a non essere espressione di democrazia, è fonte di iniquità e differenze che, se lasciate libere, formano quel malcontento sociale che genera, o può generare, la illegalità diffusa.
Il potere senza controllo porta al dispotismo e al populismo dispotico.
La nota tripartizione dei poteri di Montesquieu si rispecchia nella realtà delle democrazie attuali.
La tripartizione è rappresentata dal potere legislativo, dal potere esecutivo e dal potere giudiziario.
Solo un’alchimia e un equilibrio tra gli stessi poteri consente uno sviluppo armonico della democrazia rappresentata dalla partecipazione del popolo all’esercizio di ogni “potere”.
Il potere giudiziario è autonomo e svincolato dagli altri due poteri, legislativo ed esecutivo.
Opera esclusivamente attraverso l’applicazione della legge, demandata a soggetti “prescelti” con concorso pubblico, selezionati per competenze e capacità e che, pur essendo soggetti interni all’amministrazione dello Stato, sono un potere indipendente che risponde a un organo costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura, che ha una composizione mista.
I magistrati sono scelti tra i laureati in legge e devono superare un concorso pubblico molto selettivo e, quindi, all’esito di tale concorso vengono individuati i migliori giuristi.
Fin qui tutto bene e tutto chiaro.
Fin qui (anche) tutto molto teorico.
I magistrati, dopo la selezione, vengono assegnati alle varie sedi, secondo la graduatoria che si è formata e, talvolta, secondo le attitudini, non tanto “dimostrate”, ma “desiderate”, dal soggetto interessato.
Vengono fatti passare da un periodo di “praticantato” e poi gettati nell’agone giudiziario.
Tutto quanto senza una “specializzazione” di alcun genere e senza una separazione delle carriere.
Noi – ma sappiamo di essere in minoranza – riteniamo più grave la prima che la seconda problematica.
La mancanza di specializzazione crea un magistrato “tuttologo” che, in verità, almeno all’inizio, è praticamente impossibile ed è foriero di gravi errori con ripercussioni sulla collettività.
Sulla specializzazione dovrebbero essere per primi i magistrati a battersi, poiché se un concorso può selezionare i migliori “magistrati” in senso tecnico non è detto che il bravo, se non, addirittura, ottimo giurista sappia svolgere il ruolo di giudicante piuttosto che quello di inquirente.
Qui si entra in un’annosa questione per la quale il “vero” magistrato deve avere la piena conoscenza del ruolo giudicante e del ruolo inquirente.
Ma ciò sacrifica le attitudini e, soprattutto, la specializzazione che, in una realtà iper-specializzata fa, veramente, specie che il mondo giudiziario, e qui coinvolgo anche l’avvocatura, non voglia “specializzarsi”.
Riteniamo che ci si debba specializzare sia rispetto al ruolo sia esso giudicante sia esso requirente e ci si debba specializzare, per il ruolo requirente, in base a materie ben individuate.
Peraltro, in alcuni settori, occorrono conoscenze di ordine psicologico che riguardano i reati contro le vittime fragili.
La preparazione e la conoscenza devono correre di pari passo con l’empatia, del tutto soggettiva, e la psicologia, branca di studio, praticamente, ignorata dal mondo giudiziario.
So benissimo che sono temi ostici da mandare giù e che i giuristi “puri” guardano con sospetto.
La magistratura, in certi casi, non ama essere contraddetta e non ama sapere che occorre un aggiornamento che passa non solo dalle leggi e dalle sentenze, ma anche da approcci culturali a fenomeni sociali.
La magistratura non è, e non deve essere, un potere avulso dalla società.
Deve riuscire a interpretare quelle particolarità e specificità che la società esprime.
Non deve essere solo valutativa e repressiva, ma svolgere nel diritto quella funzione di direzione nella legalità.
Non fare morale ed etica, ma esprimere quella nomofilachia delle leggi che restituisce il senso più alto della magistratura.
Occorrono qualità e capacità unite a onestà, libertà e indipendenza.
Qualità e capacità ve ne sono, ma a causa proprio di una “gestione” interna talvolta vengono “mozzate le ali” proprio ai più capaci.
Appare fin troppo facile il riferimento a quanto il CSM fece al Dott. Giovanni Falcone che avrebbe dovuto rivestire il ruolo di Procuratore Antimafia Nazionale e fu bersagliato a tal punto che nemmeno divenne Procuratore Capo della Procura di Palermo.
Solo un illuminato Ministro della Giustizia quale l’On. Claudio Martelli lo portò a Roma al Ministero.
Senza scordare quest’esempio di totale inefficienza del CSM, se non anche di altro, basta far riferimento a quanto accaduto con il Caso Palamara.
E qui veniamo all’oggi e al punto di questa nostra riflessione.
Il CSM in questa composizione e con questo sistema di “reclutamento” è organo idoneo a tutelare il prestigio, l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura?
Riteniamo che il CSM, purtroppo, abbia dato nella vicenda Palamara ampia prova di totale incapacità di reagire a quanto accaduto al proprio interno.
La vicenda sollevata dalle indagini di Perugia al netto delle difese penali dei singoli soggetti – ma ci sembra che alla fine a “pagare” sia stato il solo Dott. Luca Palamara – hanno mostrato il “progetto” di direzione, di cooptazione dei ruoli e delle persone che erano scelti per ricoprirli che non aveva nulla a che fare con merito, il curriculum e le capacità del singolo, ma si appoggiava a una “frequentazione” di certe persone e di certi soggetti, politici e non, e di certi luoghi piuttosto che altri.
A fronte di tutto ciò, però, la risposta del CSM, che avrebbe dovuto dimettersi in blocco, vista la grave situazione, è stata solo accanirsi nei confronti del Dott. Luca Palamara, che, per certo non può essere ritenuto l’unico artefice di tutto quanto disvelato dalle indagini.
La risposta del CSM, organo di autogoverno dei magistrati, è stata tanto inadeguata quanto, addirittura, controproducente.
Da tale ultima vicenda dobbiamo trarre delle necessarie conseguenze.
Se a fronte delle prove di “aggiustamenti” sulle nomine, guarda caso di Procure, il CSM non ha svolto il ruolo disciplinare, se non verso il dott. Palamara, è evidente che siamo di fronte a qualcosa che è fuori dal sistema.
Siamo di fronte a un organo incapace di svolgere un’azione di “ripulitura” di se stesso e di piena “rigenerazione”.
Non vi è dubbio che lasciare il potere disciplinare in mano al CSM, ad oggi, con quanto abbiamo potuto osservare, appare molto inadeguato, se non del tutto inopportuno e deleterio per i magistrati stessi.
Ritengo sbagliato che gli avvocati possano “giudicare” i magistrati, lo dico subito, ma ritengo poco credibile un sistema nel quale i magistrati giudichino loro stessi rispetto a condotte deontologicamente scorrette o peggio, penalmente rilevanti.
Pertanto, occorre ripensare a un organo nel quale il potere disciplinare possa passare in mano a soggetti esterni alla magistratura e avulsi da quel contesto.
Nessuno può giudicare se stesso, nemmeno i magistrati.
Ripensare non vuol dire sconvolgere, ma riformare un sistema che, ormai, in più occasioni e in tempi diversi, ha dato evidenti segni di cedimento in molti livelli.
Aggravato tutto ciò, peraltro, da un ruolo molto significativo delle correnti, che può essere eliminato con il sistema di sorteggio dei candidati al CSM, e dal ruolo “legislativo” della corporazione ANM.
Il ruolo politico dei magistrati che ne dicano i diretti interessati è il profilo che fa caducare proprio il loro ruolo di “guardiani” della legge.
La questione porterebbe lontano, ma vi è una verità assoluta che non teme confronti: la politicizzazione della Magistratura è un male perché fa entrare nelle aule di Giustizia le ideologie, mentre devono albergare solo le leggi e le sentenze di legittimità.
Nessuno vuole impedire al magistrato di avere un’idea politica, ma deve tenerla per sé.
Nessuno vuole limitare l’attività politica attiva o passiva, ma, in questo caso, deve uscire dalla Magistratura e non svolgere ruoli politici e poi rientrare come se vi fossero “porte girevoli”.
Se si è parte di un potere dello Stato si deve essere coerenti e non si può fare l’altalena con il paracadute e la rete.
Stessa questione che è di grande rilevanza sono i ruoli ministeriali di taluni magistrati.
Riteniamo che anche questi devono essere molto contenuti e riservati a magistrati con grande esperienze e a fine carriera.
Nella pratica, però, non è così.
I magistrati fuori ruolo perché impegnati in incarichi ministeriali sono molti, anche molto competenti, e ciò toglie i migliori dalle aule di giustizia e dalle stanze delle Procure; luoghi di elezione di costoro.
Ma quello che preoccupa di più è che la magistratura che vuole incidere sulle leggi – vedi le volte in cui ANM fa fronte a riforme – quella che con le porte girevoli fa parte della politica – Parlamento e Governo -, quella assegnata a ruoli ministeriali crea un “vulnus” ampio nella tripartizione dei poteri e uno stato di “agitazione” rispetto alla vicenda complessiva.
La magistratura, per certi versi, è un “potere fuori controllo” perché – e vi sono prove concrete – crede di poter essere autoreferenziale.
La deriva della politica, poi, fa il resto e lascia margini di interfaccia alle associazioni della Magistratura organizzata che interferiscono con l’attività parlamentare e con quella di governo.
La necessità di una nuova modulazione dei ruoli e una riforma al CSM appare di primaria rilevanza e necessità.
Unitamente a ciò, più che pensare alla separazione delle carriere occorre convincere la magistratura a una reale e concreta specializzazione sia dei ruoli sia delle competenze.
Tutto ciò, come per l’avvocatura del resto, è da sempre lasciato alla coscienza del singolo, che, nella stragrande maggioranza, dà ottimi risultati, ma è inaccettabile che sia rimessa al singolo e non sia organizzata in modo compiuto, organico e trasparente, sebbene, per la verità, vi siano serie e organizzate iniziative di aggiornamento.
Sulla riforma – è inutile girarci intorno – pende il giudizio, fortemente, critico di ANM che, però, è e resta una “sigla sindacale” e non altro, ma che ha un ruolo politico molto significativo.
Ruolo politico che promana dai magistrati di livello e di spessore che l’hanno da sempre guidata e che – non credo sia un caso – sono tutti, o quasi, magistrati inquirenti, cioè Procuratori.
Le riforme si fanno in modo condiviso, ma resta al Parlamento e al Governo il compito di riformare e non alle associazioni sindacali, sebbene, esse siano, di grande rilievo pubblico.





