La guerra nel Medio Oriente, come quella in Ucraina, è un laboratorio per ricalibrare la talassocrazia USA
“La tensione che interessa i principali colli di bottiglia del Medio Oriente, come vasi comunicanti – scrive Chiara Azzarini (Domino 5/2026) – sta titillando la vera essenza dell’impero statunitense, come uno stress test necessario per aggiornarsi all’ecosistema. La possibilità per Teheran di esercitare pressione su Hormuz e Bab el-Mandeb, e quindi sul canale di Suez, mette alla prova in modo provvido, lo stato dell’arte di Washington”.
La possibilità da lunedì è diventata una concreta realtà.
L’Iran, dopo aver detto stop ai negoziati con gli Stati Uniti ha detto senza mezzi termini: «Chiudiamo Hormuz e Bab el-Mandeb», aggiungendo che non ci sarà alcun negoziato “fino al ritiro di Israele da Libano e Gaza”, la qual cosa è del tutto impossibile a ottenersi.
La sfida, pertanto, è arrivata alle sue conclusioni e potrebbe portare ad un’inevitabile ripresa massiccia del conflitto che distrugga quel che resta di un’economia già fiaccata della Repubblica islamica.
Che ci sia il rischio che non si arrivi ad alcun accordo lo dice anche il continuo passaggio da Teheran a Washington e da Washington a Teheran delle bozze, continuamente cambiate.
Il gioco iraniano, oltre a mettere in discussione lo statu di potenza marittima degli Stati Uniti, intende raggiungere anche un obiettivo minore, ma non meno importante: portare Donald Trump alle elezioni di medio termine negli USA senza un accordo e con l’economia americana in sofferenza.
Difficile pensare che Trump possa andare avanti ancora per molto con questo tira e molla che, ovviamente, presuppone che il primo a firmare sia Mojtaba Khamenei, “noto per i suoi legami con i Pasdaran e spesso descritto come un ingranaggio del loro stesso potere”. (Lorenzo Maria Ricci, Domino 5/2026).
Il fatto è che l’attuale guerra ha modificato la catena di comando iraniana, favorendo i Pasdaran, che controllano non solo l’apparato militare e securitario, ma anche l’economia.
La firma preventiva, prima di quella della Casa Bianca, di Mojtaba Khamenei, sarebbe il segno che i Pasdaran accettano, cosa non scontata.
Lunedì scorso, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha accusato nuovamente gli Stati Uniti di cambiare “costantemente” posizione. “Fin dall’inizio – ha detto – sapevamo, e continuiamo a sapere, che stiamo negoziando in un clima di sfiducia”.
Il problema è che la sfiducia, al di là delle parole ottimistiche di Trump, c’è anche negli USA, in quanto l’interlocutore iraniano è diviso e, pertanto, inaffidabile.
Lunedi, secondo quanto riferito da una fonte informata all’agenzia di stampa Iran International, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian avrebbe inviato una lettera di dimissioni alla Guida Suprema Ayatollah Mojtaba Khamenei.
Nella lettera in questione, Pezeshkian avrebbe avvertito che il governo del Paese è caduto sotto il pieno controllo dei comandanti del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, mentre la sua amministrazione è stata completamente isolata dai processi decisionali chiave dall’inizio della guerra con gli Stati Uniti e Israele a febbraio.
Non è chiaro se Khamenei accetterà le dimissioni di Pezeshkian. Ovviamente la notizia è stata smentita dalle autorità iraniane.
Nella missiva Pezeshkian avrebbe lamentato l’esclusione del presidente e del governo dalle decisioni strategiche importanti, con un controllo effettivo da parte di fazioni dalla linea dura dell’IRGC (Guardie Rivoluzionarie). Per questo motivo si sarebbe dichiarato incapace di esercitare le sue responsabilità costituzionali e avrebbe chiesto di dimettersi immediatamente.
La notizia è stata ripresa da vari media internazionali come Jerusalem Post, Times of Israel, Fox News, Gulf News, ma è stata smentita come falsa dall’Iran.
Comunque sia, la vicenda si inserisce in tensioni note tra la presidenza (più “riformista” o pragmatica) e l’IRGC, che detiene un potere enorme soprattutto in tempo di guerra.
Il fatto è che le garanzie scritte sono considerate carta straccia dall’Iran, che si fida di più del nucleare e dei missili balistici e che ritiene la classe dirigente della Casa Bianca un interlocutore inaffidabile.
Il presupposto per qualsiasi accordo che sia tale è che i due soggetti che si devono accordare si ritengano reciprocamente affidabili. Da quel che si capisce, siamo ben lontani da questo contesto.
Se davvero l’Iran bloccherà Hormuz e Bab el-Mandeb è possibile che, non essendoci molto tempo ancora per chiudere la vicenda con la diplomazia, gli Stati Uniti possano chiuderla con un attacco massiccio alle infrastrutture iraniane, mettendo in ginocchio il regime.
La distruzione di impianti petrolchimici, acciaierie e complessi industriali ha già messo ulteriormente in difficoltà la già asfittica economia iraniana.
A Teheran coppie con due stipendi e anni di lavoro alle spalle raccontano di non riuscire più a coprire le spese essenziali. I salari si esauriscono entro la metà del mese, mentre l’inflazione corre e la paura dei licenziamenti impedisce persino di chiedere aumenti.
Giovani lavoratrici condividono appartamenti e acquistano pane, olio o concentrato di pomodoro a credito, dividendo tra loro i debiti per sopravvivere. Nei supermercati e nei forni tornano i quaderni dei crediti: impiegati ben vestiti, studenti e famiglie chiedono di pagare a fine mese, spesso con vergogna e gli occhi bassi.
Molti iraniani stanno affrontando una grave crisi economica, aggravata da alta inflazione, svalutazione del rial, dalla disoccupazione, dalle carenze di medicinali e beni essenziali e dagli effetti della guerra e delle sanzioni recenti (2025/2026).
L’inflazione ufficiale supera spesso il 50%, con picchi molto più alti per cibo e beni di prima necessità, mentre il salario minimo mensile è sceso sotto i 100 dollari equivalenti in molti periodi.
In zone industriali (esempio Eshtehard, provincia di Alborz) si ha notizia di licenziamenti di massa, stipendi dimezzati e eliminazione di benefit come pasti e trasporti.
Nel porto di Genaveh il mercato è fermo: i commercianti non riescono più a importare merci dagli Emirati (accessori per cellulari, vestiti, scarpe), con scorte in esaurimento.
Una personal trainer di Teheran ha tagliato drasticamente la spesa (ultima carne comprata due mesi prima) e descrive la crisi come un problema di salute mentale collettiva. Molti clienti non possono più permettersi sessioni. Un professionista con master/PhD (citato in contesti simili) guida taxi o cambia valuta per sopravvivere: “L’obiettivo è sopravvivere”.
Economisti iraniani e osservatori internazionali parlano di spirale inflazionistica, contrazione del PIL (stime di calo 6-10% annuo), aumento della povertà (milioni di persone in più sotto la soglia) e “lavoratori poveri” (persone impiegate che comunque non arrivano a fine mese). Il cibo ha visto aumenti fino al 100% in certi periodi, con medicine e forniture mediche inaccessibili per molti.
Queste testimonianze provengono principalmente da media indipendenti o oppositori (Iran International, Altreconomia, AP, ecc.) e riflettono una situazione diffusa, soprattutto nelle città e tra classi medie e lavoratrici. La situazione varia per regione, connessioni familiari o accesso a sussidi, ma il quadro generale è di grande sofferenza quotidiana per “arrivare a fine mese”.
È vero che, come scrive Gabriele Massano (Domino 5/2026) che l’Iran ha impostato il conflitto come una maratona e che Teheran è uno Stato rivoluzionario che concepisce il conflitto con la medesima logica con cui il miliziano concepisce la guerriglia, ma quanto può resistere ad un eventuale attacco che sia davvero di annientamento delle infrastrutture non solo militari, ma anche civili?
L’Iran ha giocato la carta di una proiezione imperiale di potenza nell’area medio orientale finanziando e armando Hamas, gli Hezbollah, le milizie irachene e gli Houthi, ma, come fa notare Gabriele Massano, questa strategia, con il tempo “ha comportato costi economici, politici e sociali sempre più elevati, portando segmenti crescenti della popolazione a mettere in discussione la sostenibilità di un confronto permanente con gli Stati Uniti. Il paradigma concepito per logorare il principale rivale ha così finito per sfiancare la stessa società che avrebbe voluto proteggere”.
Anche Stati Uniti e Israele devono fare i conti con il tempo. La loro capacità offensiva è soverchiante, ma le loro difese no. L’impiego di droni sta cambiando radicalmente i parametri della guerra. La logica della guerriglia usa droni e barchini, mentre per contrastarli Israele e USA devono usare armi costosissime e limitate nel numero.
In questo scenario in movimento e con tutta probabilità in movimento verso uno show down di guerra, gli europei pigolano.
In un messaggio diffuso su X dopo aver parlato con i leader regionali, Macron ha affermato lunedì che è “essenziale” raggiungere rapidamente un accordo tra Stati Uniti e Iran. Macron ha avuto colloqui con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il sultano dell’Oman Haitham bin Tariq, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed e il suo omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi.
Macron afferma che un cessate il fuoco deve essere una “priorità” tra gli Stati Uniti e l’Iran e chiede la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz “senza condizioni e in conformità con il diritto internazionale”.
“I colloqui – aggiunge – devono quindi proseguire per raggiungere un accordo globale e solido su altre questioni, in particolare sui programmi nucleari e balistici e sulla stabilità regionale. La Francia è pronta a fare pienamente la sua parte contribuendo al ripristino del traffico marittimo attraverso la missione multinazionale indipendente istituita con il Regno Unito”.
Forse non se ne è accorto, ma ha dichiarato che l’Unione Europea non esiste.
La missione internazionale franco-britannica per lo Stretto di Hormuz è un’iniziativa multinazionale strettamente difensiva guidata da Francia e Regno Unito per garantire la libertà di navigazione nel Golfo Persico, particolarmente nello Stretto di Hormuz. La missione
coinvolge decine di paesi (oltre 40-50 nazioni hanno partecipato a summit di Parigi). Contributi possono includere asset militari, supporto logistico, contributi finanziari o solidarietà politica. Paesi come l’Australia hanno già espresso disponibilità.
La missione però, ecco il punto chiave, la missione viene attivata solo dopo un accordo di cessate il fuoco duraturo. Diciamo pure che la missione partirà quando sarà inutile. Per ora, tutti a casa.





