
Liberale e conservatore sono due termini aggettivali che fanno riferimento essenzialmente a due forme di pensiero filosofico, finanche politico e morale. E tuttavia, entrambi hanno una matrice comune.
Premesso che è sempre difficile intendersi sul significato proprio di un termine, soggetto a svariate forme di accezioni e quindi interpretazioni, nell’accezione oggi comune il pensiero “conservatore” fa riferimento a ciò che comunemente indichiamo come “tradizione”, mentre il pensiero “liberale” fa riferimento a un modo di essere e quindi a forme di un comportamento, che in quanto tale oggi è anch’esso suscettibile di diverse interpretazioni, sedicenti liberal, liberale, liberista.
Nell’attualità , si parla molto di crisi dell'”Occidente” e dei “valori liberali” sui quali sarebbe geopoliticamente fondato. In circa trent’anni siamo passati dall’avvento dell'”ultimo Uomo”, preconizzato da Francis Fukuyama, alla crisi o tramonto della “liberaldemocrazia”. Ciò che rappresenta una nuova e sedicente ultima versione della narrazione di Oswald Spengler relativa al “tramonto dell’Occidente”. Ma, mai dire mai…
E comunque ritengo che occorrerebbe innanzitutto risalire al vero significato di ciò che chiamiamo “tradizione”. Infatti, la più antica tradizione – comune ad entrambe le aree geografiche, oriente e occidente, e di cui si è senz’altro vissuta comune esperienza nel Levante di cui, tra i tanti, ci parla diffusamente Mario Liverani – concerne un pensiero essenzialmente “identitario” in cui ogni uomo fa esperienza di un mondo, anch’esso del tutto incerto, in cui pensa e agisce.
In questo mondo originario e originale, Aristotele chiarisce molto bene che “i corpi (n.d.r.: e in particolare gli astri, secondo una rivendicazione gnostica) sono dei e il divino racchiude l’intera natura. Il resto della tradizione è stato aggiunto più tardi in forma mitica…”. E dunque ciò che Heidegger chiama “pensiero iniziale” è essenzialmente il pensiero – conservatore – che riflette questa tradizione identitaria dell'”ente”-uomo (parte) in relazione all'”essere” (intero) che è.
L’identità – e la conseguente esperienza identitaria, costituisce quindi il fondamento o la matrice comune sia del pensiero conservatore che liberale.
In un recente saggio dal titolo “Quadrante occidentale”, il professore Renato Cristin scrive in sintesi che: “Di tutto ciò (n.d.r.: che serve o servirebbe) è simbolo Israele, e tutto ciò può insegnare al resto dell’Occidente, se questo avrà orecchi per ascoltare e intelligenza per apprendere”.
Considerati i fatti recentissimi, Cristin è stato senz’altro un profeta. Ciò però che non condivido rispetto all’intero contenuto del suo saggio, è l’ancoraggio a una tradizione che, altresì comunemente, viene definita prima “giudaica” e poi, compiutamente, “ebreo-cristiana”.
Per l’appunto, una tradizione che tuttavia sembra oggi tramontare o soggiacere sotto il peso del nichilismo e dell’islamismo, al punto che la stessa tradizione avrebbe perduto o rischierebbe di perdere ciò che l’Autore chiama “legittimazione trascendentale, al di là della quale c’è solo il formalismo”.
Personalmente, non credo che sia così e che ciò avvenga, innanzitutto perché il pensiero e la storia di Israele – che precedono di alcuni secoli l’avvento del pensiero “giudaico” prima ed “ebraico” poi -, e di altri popoli, come quello che lo stesso Autore dice altrettanto emblematico degli Stati Uniti, dimostrano la continua e ininterrotta sopravvivenza di una tradizione liberale fondata sul principio identitario di “giustizia”. Laddove il termine giustizia va anch’esso inteso, nel suo significato originario ed essenziale, come l’esatta e quindi la giusta misura di tutto ciò che è. E quindi la misura, identitaria ed essenziale, di ogni uomo compreso nel “grande gioco” delle parti.





