
di Angelo Giubileo
In ambito filosofico – inerente alla disciplina letteraria che, stando al giudizio condiviso di Giorgio Colli, prende forma e sostanza nella Grecia del VI secolo e.a. -, la concezione dell’“idea” di Platone conduce alla divisione del “logos” e quindi, attraverso Aristotele, alla separazione tra le categorie di potenza e atto.
Eppure, come evidenzia saggiamente Martin Heidegger – nel corso dell’intera sua opera e in fine nei Sentieri interrotti: “L’essere dell’ente è allora l’ενέργεια. L’energia, che Aristotele concepisce come il tratto fondamentale dell’esser-presente (dell’eon, n.d.r.: da Late Latin aeon, da Greek aiōn “età, forza vitale; un periodo di esistenza, una vita, una generazione; un lungo spazio di tempo,” al plurale, “eternità,” da radice PIE *aiw- “forza vitale, vita, lunga vita, eternità.” Correlato: Eonian; eonic; in eon – Etimologia, origine e significato | etymonline, 11.12.2024); l’idea, che Platone concepisce come il tratto fondamentale dell’esser-presente; il logos, che Eraclito concepisce come il tratto fondamentale dell’esser-presente; la Moira, che Parmenide concepisce come il tratto fondamentale dell’esser-presente; il Χρreωn (n.d.r.: da Χρόνος, “tempo”, + eon; il termine composito rinvia pertanto al termine italiano “creazione”) che Anassimandro concepisce come l’essenza dell’esser presente – designano tutti il Medesimo”.
La separazione – dell’essere e dall’essere – introdotta dal linguaggio di Aristotele – mediante l’uso dei termini che diverrà da allora in poi comune, e cioè “potenza” e “atto” – determina il passaggio, nell’ambito dell’intero discorso epi-stemico, dal “dis-velamento dell’essere”, che opera continuamente, all’“oblio dell’essere” – e cioè “la differenza ontologica tra essere e ente” – e, conseguentemente, al dominio separato dell’“ente”; che raggiunge il proprio apice nella concezione politico-religiosa di Costantino I, imperiale e cristiana.
I Romani traducono quindi con actualitas il significato del termine ενέργεια.
Tutto ciò che nel pensiero di Parmenide era rappresentato come “essere” (che non può non essere) diventa la rappresentazione sfigurata – anzi nient’affatto reale ma vana, illusoria, utopica – di un’idea che diventa atto, rectius: di un’idea che può diventare atto. Nella rappresentazione del “teatro di scena”, il posto centrale – che tocca necessariamente all’essere – viene assunto, letteralmente preso, dalla potenza di creare o trasformare le cose che sono.
E allora, aggiunge Heidegger: “Il tutto dell’ente è divenuto l’unico oggetto di un’unica volontà di conquista. La semplicità dell’essere è sepolta in un oblio totale”. Occorre dunque, in fine, soltanto disperarsi? In realtà, no! Almeno, non ancora!
Perché ciò che diciamo “potenza” rappresenta piuttosto una “possibilità”, che, continuamente, si scontra con la realtà: “In Democrito, fisico risoluto, troviamo ancora come il bene più alto ‘una mente sgombra da timore’. La parola greca per scienza è episteme, e deriva da un verbo che significa ‘far fronte a’. Questo significato può esser d’aiuto più di molte teorie economiche per spiegarci come mai la scienza in Grecia non andasse soggetta a pressanti richieste di risultati pratici, come invece si è poi sempre verificato dalla Rinascenza ai giorni nostri“.
L’idea e la scienza “atomistica” di Democrito, fondata sulla concezione dell’atomo ovvero un’unità minima di massa dura e pesante, nell’attualità deve “far fronte a” l’idea e scienza “quantistica” di Heisenberg, fondata sulla concezione del quanto ovvero un’unità minima di energia dei campi. In proposito, scrive Jim Baggott; “Non sarà il sogno a cui si erano aggrappati i filosofi, ma è pur sempre un sogno”.
Analogamente, l’idea della fede politica e religiosa deve “far fronte a” una realtà che, continuamente, si sottrae alla presa di potere di entrambe. Così che potremmo semplicemente e senz’altro banalmente concludere affermando che: la realtà vince sempre.
Paolo aveva finalmente inteso il messaggio o informazione che proveniva dall’essere che, come dice Heidegger, tutto man-tiene: Non c’è Giudeo né Greco, né schiavo né libero né maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Galati 3,28). Non fatevi ingannare: l’immagine del Cristo Gesù, che occupa centralmente il teatro di scena, è la stessa del Χρῆστος (Chrestos) di Platone.
Eventualmente, la stessa prefigurata da Heidegger: “Le teorie della natura, le dottrine della storia, sono impotenti di fronte allo sconvolgimento. Esse confondono tutto nell’inconoscibile, perché esse si nutrono della confusione (n.d.r.: lo stesso termine, tradotto, con il quale Plutarco accusa Platone di aver generato confusione con la propria teoria delle idee, cfr. adversus Colotem) che regna nei confronti della differenza tra ente ed essere. C’è qualche salvezza? Essa c’è in primo luogo e soltanto se il pericolo è (ist). Il pericolo è se l’essere stesso va all’estremo e capovolge l’oblio che proviene dall’essere stesso”.
Riassumendo: fino a quando l’essere emerge dall’oblio, che dall’essere stesso proviene, il pericolo non è e se il pericolo non è non c’è salvezza. Siamo tutti già salvi!





