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Le vacanze romane di Peter Thiel

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Peter Thiel

L’architettura ideologica dell’intellettuale della Silicon Valley

Il trumpismo è caratterizzato da una straordinaria flessibilità ideologica. L’America First non è una dottrina coerente o un sistema di pensiero strutturato: nelle stesse parole di Donald Trump, finisce spesso per coincidere semplicemente con ciò che Trump decide, di volta in volta, essere nell’interesse dell’America.

Tuttavia, all’interno dell’universo politico trumpiano esistono anche figure che cercano di costruire una vera architettura ideologica. Una di queste è il vicepresidente J. D. Vance, la cui ascesa politica è stata sostenuta e finanziata in modo decisivo dal miliardario della Silicon Valley, Peter Thiel.

Ed è proprio Peter Thiel che è a Roma dal 15 al 18 marzo per una serie di conferenze e incontri riservati. Non è ancora chiaro con chi si incontra.

Il governo guidato da Giorgia Meloni sembra mantenere una certa prudenza, anche perché, negli ultimi tempi, Roma ha cercato di prendere una certa distanza dall’universo ideologico del trumpismo americano, con cui Thiel è strettamente associato e che ha sostenuto apertamente attraverso la sua vicinanza politica e finanziaria a Donald Trump.

La visita, però, è interessante, soprattutto per il contenuto delle conferenze che Thiel sta tenendo negli ultimi anni.

Negli ultimi due anni il fondatore di PayPal e Palantir ha organizzato una serie di lezioni private dedicate addirittura alla figura dell’Anticristo. Non come figura soprannaturale, ma come possibile sistema politico contemporaneo.

Secondo la sua interpretazione, l’Anticristo potrebbe manifestarsi come un leader globale che promette pace, stabilità e sicurezza all’umanità, ma che per ottenerle imporrebbe una forte regolazione tecnologica e un controllo politico centralizzato.

Nel suo schema, la paura di grandi crisi globali – cambiamento climatico, guerre nucleari, catastrofi tecnologiche – verrebbe utilizzata per giustificare la creazione di una sorta di governo mondiale capace di limitare l’innovazione tecnologica e la libertà economica.

Thiel sostiene che la regolazione della tecnologia, la limitazione dello sviluppo scientifico e perfino alcune politiche ambientali potrebbero diventare strumenti di questo sistema.

In alcune delle sue conferenze ha persino indicato figure come Greta Thunberg come esempi di persone che, anche senza rendersene conto, potrebbero incarnare questa dinamica.

Già questo basterebbe a far capire quanto il discorso si allontani rapidamente dalla realtà.
Ma il problema non è soltanto la dimensione quasi apocalittica di queste teorie. È la visione politica ed economica che le accompagna.

Peter Thiel rappresenta, infatti, una corrente molto precisa della Silicon Valley: quella che guarda con crescente ostilità alla democrazia liberale, alla regolazione pubblica e alle politiche redistributive.

In un celebre saggio del 2009, Thiel scrisse apertamente di non credere più che libertà e democrazia siano compatibili. Il suo ragionamento è semplice: la democrazia di massa porta inevitabilmente a più redistribuzione, più regolazione e più limiti all’innovazione tecnologica.

In questa visione il progresso dovrebbe essere guidato soprattutto da élite tecnologiche e imprenditoriali, non da sistemi politici che devono rispondere a milioni di cittadini.
È una visione che può sembrare provocatoria o anticonformista. In realtà è profondamente antistorica.

Le società che hanno prodotto più innovazione, prosperità e stabilità negli ultimi due secoli non sono state quelle dominate da oligarchie economiche, ma quelle che hanno saputo costruire un equilibrio tra economia di mercato, istituzioni democratiche e politiche redistributive.

Il capitalismo di mercato è un motore straordinario di innovazione e creazione di ricchezza. Ma ha anche una caratteristica strutturale molto chiara: tende a concentrare la ricchezza nelle mani di pochi.

Senza correttivi democratici questa concentrazione economica diventa inevitabilmente concentrazione di potere politico.

Il risultato non è la libertà.

Il risultato è l’oligarchia.

Per questo le democrazie liberali hanno sviluppato sistemi fiscali progressivi, politiche sociali e regolazioni antitrust: non per bloccare il capitalismo, ma per renderlo compatibile con una società libera e relativamente equilibrata.

C’è poi un’ulteriore contraddizione difficile da ignorare.

Molti degli imprenditori tecnologici che oggi attaccano lo Stato e la regolazione pubblica hanno costruito le loro fortune proprio dentro un ecosistema creato da enormi investimenti pubblici.

Internet nasce da programmi di ricerca finanziati dal governo americano. La Silicon Valley cresce grazie a università pubbliche e fondi federali. E la stessa Palantir ha prosperato grazie a contratti con apparati governativi e di sicurezza.

Infine, c’è la questione ambientale, che nelle teorie di Thiel diventa quasi un elemento apocalittico.

L’idea che la preoccupazione per il cambiamento climatico possa essere parte di una sorta di progetto quasi biblico contro il progresso tecnologico non è una posizione provocatoria.

È semplicemente una negazione delle evidenze scientifiche.

L’impatto dell’attività umana sul pianeta è oggi documentato da una quantità enorme di dati: aumento delle temperature globali, perdita di biodiversità, deforestazione, acidificazione degli oceani.

Non si tratta di opinioni politiche ma di fenomeni misurati e osservati.

Quando il dibattito pubblico arriva al punto di descrivere l’ambientalismo o la regolazione tecnologica come manifestazioni dell’“Anticristo”, il problema non è l’eterodossia delle idee.

Il problema è che il discorso smette semplicemente di essere serio.

C’è infine un elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’origine intellettuale di alcune di queste idee.

Parte della visione politica apocalittica che Peter Thiel evoca nei suoi discorsi deriva infatti dal pensiero di Carl Schmitt, il giurista tedesco che aderì al partito nazista nel 1933 e che fornì una giustificazione teorica al potere autoritario del Terzo Reich.

Schmitt elaborò una concezione radicalmente anti-liberale della politica, fondata sulla contrapposizione assoluta tra “amico” e “nemico” e sull’idea di un potere sovrano capace di sospendere le regole democratiche in nome della sopravvivenza dello Stato.

Questo non significa che Thiel sia un nostalgico del nazismo.

Ma è un fatto che alcune delle categorie teoriche che utilizza – come l’interpretazione politica dell’Anticristo e la paura di un ordine mondiale unificato che sopprima le libertà – affondano le loro radici proprio in quella tradizione intellettuale.

Ed è un paradosso curioso.

Nel timore di un potere globale che promette pace e sicurezza, riemergono concetti elaborati da uno dei principali teorici del potere autoritario del Novecento.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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