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LE TRE ITALIE DELL’ANTIAMERICANISMO

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In Italia l’anti-americanismo è come il prezzemolo: lo trovi ovunque, anche dove non serve.
Sotto un post, in un talk show, tra i professori che parlano di geopolitica come fosse un romanzo, e perfino nei bar, quando qualcuno dice “eh, gli americani comandano tutto”.

Un Paese che vive immerso in prodotti americani ma si scandalizza dell’America.
Che usa iPhone, Netflix, Google e Amazon per denunciare l’imperialismo americano.
Una contraddizione perfetta, un corto circuito culturale.
L’Italia, oggi, si divide in tre anti-americanismi: ideologico, di riflesso e di comodo.
1. L’anti-americanismo ideologico
È il più antico, il più puro, il più stanco.
È quello che ancora vive nel lessico dei nostalgici del “terzomondismo”, di chi cita Che Guevara mentre scrive articoli su Word.
Una tradizione che viene da lontano: gli anni ’60, i cortei, il Vietnam, la NATO cattiva e il sogno di un mondo multipolare mai nato.
Oggi sopravvive in certi circoli universitari, in qualche redazione ideologizzata e nei nuovi pacifisti da salotto.
L’America, per loro, è sempre “il nemico”: il simbolo del capitalismo, del dominio, dell’impero.
Non importa se nel frattempo mezzo pianeta si è globalizzato e la Cina è diventata la nuova potenza economica – nella loro testa la mappa è ferma al 1973.
È un anti-americanismo liturgico, rituale, che serve a mantenere viva una postura morale, non una posizione politica.
2. L’anti-americanismo di riflesso
È più sottile, e forse più pericoloso.
È quello di chi non odia l’America, ma la subisce come alibi.
Una parte del Paese che si definisce “sovrana”, “autonoma”, “europeista a modo suo”, ma che in realtà si limita a lamentarsi dell’influenza americana perché non ha una propria identità.
Critica l’America per riflesso, non per convinzione.
Vuole un’Italia indipendente, ma senza rinunciare al dollaro, al mercato americano e alla protezione NATO.
È un anti-americanismo che non costruisce niente: serve solo a scaricare la responsabilità del declino su qualcun altro.
Quando non sai come spiegare un problema italiano, basta dire “è colpa degli americani”.
Un riflesso condizionato, come i cani di Pavlov, ma con più bandiere e meno idee.
3. L’anti-americanismo di comodo
È il più diffuso.
Quello degli indignati con l’iPhone, dei giornalisti che scrivono su piattaforme americane per denunciare la “colonizzazione americana”, degli influencer che usano TikTok (cinese) ma campano di pubblicità su Instagram (americano).
È un anti-americanismo che non costa niente, non richiede coerenza, non comporta rinunce.
Un ribellismo da salotto, una posa estetica.
Si detesta l’America a parole, ma si vive di America ogni giorno.
È la forma più triste di dipendenza: quella che si traveste da libertà.
Il paradosso italiano
L’Italia è uno dei Paesi più americanizzati al mondo.
Usiamo software americani, piattaforme americane, social americani, dispositivi americani.
La nostra economia digitale è costruita interamente su infrastrutture americane.
Eppure, la narrativa anti-USA continua a prosperare, come se fosse un gesto di resistenza culturale.
È l’illusione di chi scambia il consumo per ribellione.
C’è un’Italia che disprezza il modello americano ma non è mai riuscita a crearne uno alternativo.
Abbiamo distrutto le nostre industrie elettroniche, svenduto ricerca e università, e ora ci lamentiamo che tutto passa da Silicon Valley.
Ma se smetti di costruire, ti ritrovi sempre a comprare da chi sa farlo meglio.
L’America non ci impone niente: ci riempie i vuoti che lasciamo.
Il problema non è la loro forza, ma la nostra debolezza.
La dipendenza che non si vuole ammettere
L’anti-americanismo italiano è l’altra faccia della dipendenza psicologica dall’America.
Ogni volta che un politico o un opinionista “sfida” Washington, non lo fa per autonomia, ma per identità.
Serve sentirsi contro qualcuno per non ammettere di non essere più nessuno.
È un modo per mascherare il complesso d’inferiorità di un Paese che si racconta sovrano ma non produce sovranità.
E così continuiamo a vivere questa doppia vita:
critici dell’Occidente, ma connessi ai server americani;
ribelli contro il sistema, ma ospitati dalle sue piattaforme;
fieri della “nostra indipendenza”, ma nutriti dall’innovazione che non sappiamo generare.
Ci sono tre Italie, ma tutte con la stessa dipendenza.
Una lo ammette, una lo nega, una ci campa sopra.
E mentre le prime due si insultano sui social e la terza conta i click, l’unica potenza davvero in grado di dettare l’agenda continua a essere quella che tutti fingono di disprezzare.
Gli Stati Uniti.
Forse, più che anti-americani, dovremmo ammettere di essere anti-realistici.
Perché se odi ciò che ti nutre e non costruisci nulla per sostituirlo, non sei libero: sei semplicemente un ingrato con Wi-Fi.

Autore

  • Redazione

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