
di Sergio Restelli
Le rivolte contadine sono state una costante nella storia europea. Scatenate da un profondo malessere sociale, in coincidenza con fasi di forte accelerazione storica e di grandi ansie collettive, avevano e hanno assunto la forma di una protesta contro il potere quasi sempre violenta e rabbiosa. Oggi le. odierne manifestazioni con trattori al posto dei forconi risvegliano memorie di preoccupazioni e paure antiche. Così come accadde con la pandemia sono un passato rimosso dal valore della loro presenza nella coscienza e nelle élite per eccesso di superficialità e ottimismo storico, che ritorna in modo solo in apparenza rispettato. Le spinte e motivazioni di queste sollevazioni sono le medesime da sempre: l’esosità fiscale dei “Signori”, dei governi, il costo dei produrre agricolo che minaccia la sopravvivenza di agricoltori e coltivatori condannandoli alla fame, all’indigenza e ad una prospettiva di povertà o fallimento.
I costi eccessivi delle materie prime che incombono divorando la redditività della produzione e creando una realtà sociale ed economica che si sente abbandonata e marginalizzata per cui dall’impotenza della solitudine nasce la rabbia. Oggi purtroppo rispetto al passato i motivi del disagio sono maggiori e diversi. Nell’era dell’economia immateriale, della comunicazione digitale e delle relazioni sociali virtuali il carattere tellurico, primario in senso fisico, duramente materiale del lavoro agricolo si manifesta come anacronistico, in quanto presenza del passato! Nell’epoca del nomadismo globale e della fluidità come condizione esistenziale una realtà obbligata all’attaccamento del suolo appare sinistro e sospetto!
Nella migliore delle letture un nostalgismo patetico impedisce di comprendere il mondo reale e di adattarsi ad esso. Si sentono trattati come una specie condannata all’estinzione perché dal passato sono cambiate la visione del lavoro e il valore sociale annesso a quest’ultimo. Quello agricolo anche quando ipertecnologizzato ne riflette per definizione una idea intrisa di fatica fisica sacrifici personali, rivincite e rischi, con una distanza che nulla a che vedere con la mitologia odierna del lavoro flessibile domestico da remoto che sfrutta la conoscenza e destina la manualità alle macchine, orientata a valorizzare la creatività individuale e non a soddisfare necessità collettive. Chi oggi meritoriamente lo riscopre, il giovane in polemica con la società consumistica o la manager stanca della snervante routine metropolitana lo fa in una chiave idealizzante bucolica pubblicitaria, da turista in cerca di emozioni: la natura, la vita all’aria aperta, il contatto con gli animali, i buoni sapori di una volta dissociati però dal sudore, dai cattivi odori, e dai risvegli quotidiani albeggianti. In passato le rivolte contadine venivano represse nel sangue, domate dal paternalismo dei signori, o lasciate decantare nell’attesa che si esaurisse il furore. Oggi si pone il problema di come gestirle nella cornice del pluralismo democratico in società in corso di radicale trasformazione, avendo chiaro che non si tratta di una l’esplosione egoistica o di una categoria che chiede privilegi che non merita.
La sovranità alimentare non significa lotta contro il progresso tecnologico, ma al contrario la necessità di garantire la sicurezza e la qualità dei prodotti alimentari e di proteggere gli agricoltori. Questa situazione rappresenta una sfida per i partiti moderati cristiani, un incubo culturale che ritorna per la sinistra storica e un problema di consenso e rappresentazione per entrambi. La sinistra ha perso progressivamente il proprio legame con i territori e le vecchie dirigenze legate agli agricoltori, assumendo una posizione individualista e post-modernista che non ha mai considerato il settore agricolo come una classe universale degna di emancipazione sociale. Per la sinistra individualista e cosmopolita, le rivolte contadine rappresentano un sintomo di un ritorno generale di ondate politiche reazionarie e regressive. Gli agricoltori rappresentano l’attaccamento alla tradizione, alla difesa della proprietà familiare e hanno una visione scettica e deterministica della società e della storia, che va contro l’idea di progresso così come la sinistra la intende.
Mentre le rivolte contadine rappresentano una tentazione per le destre conservatrici nazionaliste e populiste, un modo di cavalcare ansie e proteste collettive per ottenere consenso politico. Tuttavia, queste forze politiche sono al governo e dovranno scegliere tra demagogia e responsabilità nel gestire le esigenze del settore agricolo. Questa realtà supera le singole famiglie politiche europee e coinvolge l’Unione Europea nel suo complesso. Non si tratta solo del modo in cui i partiti politici si comportano di fronte a questo ritorno del ribellismo contadino, ma riguarda anche l’approccio generale dell’UE alla transizione verde. La tendenza al fallimento delle politiche di transizione verde, caratterizzate da pianificazione burocratica e mancanza di considerazione per i costi umani e sociali, rischia di creare ulteriori tensioni tra gli agricoltori e le istituzioni europee. Queste considerazioni vanno approfondite per trovare all’interno di una visione di progresso un equilibrio sostenibile ma creativo tra conservazione e cambiamento.





