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“LE NOSTRE GUERRE SONO PER LA PACE

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di Paolo Raffone

La citazione nel titolo di quest’articolo è la dichiarazione di un giovane colono israeliano in Cisgiordania occupata dove la popolazione palestinese è sottoposta a legge marziale con la possibilità di uscire solo un paio d’ore al giorno, così in un reportage di RaiNews del pomeriggio del 16 novembre.

“Sei anni fa, Bezalel Smotrich, allora un giovane membro della Knesset al suo primo mandato, pubblicò il suo pensiero su un finale di partita per il conflitto israelo-palestinese … Invece di mantenere l’illusione che un accordo politico sia possibile, ha sostenuto, la questione deve essere risolta unilateralmente una volta per tutte. Ecco la soluzione proposta da Smotrich. “I 3 milioni di residenti palestinesi hanno una scelta: rinunciare alle loro aspirazioni nazionali e continuare a vivere nella loro terra in uno status inferiore, o emigrare all’estero. Se, invece, sceglieranno di prendere le armi contro Israele, saranno identificati come terroristi e l’esercito israeliano inizierà a uccidere coloro che hanno bisogno di essere uccisi”. Quando gli è stato chiesto, in un incontro in cui ha presentato il suo piano a personalità religiose-sioniste, se intendeva anche uccidere famiglie, donne e bambini, Smotrich ha risposto: “In guerra come in guerra”. Così riferisce Orly Noy, presidente del B’Tselem’s Executive Board, in un suo articolo del 10 novembre scorso[1].

Dal 1967 al 1989, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato 131 risoluzioni sul conflitto tra Israele e gli arabi palestinesi. Tutte disattese e ignorate da Israele. Il 15 novembre 2023, dopo vari tentativi bloccati dal veto degli Stati Uniti e del Regno Unito, è stata approvata una nuova risoluzione vincolante che chiede di attuare “tregue umanitarie a Gaza”. Dei 15 membri del CdS a favore hanno votato in 12, incluse Francia e Cina, mentre si sono astenuti Stati Uniti, Regno Unito e Russia. Mentre le prime due astensioni hanno l’esplicito effetto di rendere debole la risoluzione, la Russia si è astenuta perché alle “tregue” preferiva “il cessate il fuoco”. Israele ha respinto la risoluzione. Secondo il ministero degli esteri israeliano non c’è posto per tali misure finché gli ostaggi saranno tenuti nelle mani di Hamas. La risoluzione è “distaccata dalla realtà”. “E’ deplorevole che il Consiglio continui a ignorare e rifiuti di condannare o anche solo menzionare il massacro compiuto da Hamas”, ha detto Gilad Erdan ambasciatore d’Israele all’Onu, che ha concluso beffardamente: “E ora che fate?”.

L’infatuazione biblico-escatologica del governo israeliano intende realizzare “il Grande Israele” delle scritture. La Bibbia contiene tre definizioni geografiche della Terra d’Israele. La descrizione della “Terra Promessa” si trova nel Genesi 15:18-21, ma è vaga: descrive un ampio territorio “dal Nilo all’Eufrate”, costituito da tutto l’attuale Israele, i territori palestinesi, il Libano, gran parte della Siria, la Giordania e parte dell’Egitto. Altri due riferimenti biblici si riferiscono ad un territorio d’Israele nettamente più piccolo. Resta il fatto che il primo ministro Netanyahu già negli anni Settanta sosteneva che “Nella prossima guerra, se lo facciamo bene, avremo la possibilità di far uscire tutti gli arabi… Possiamo ripulire la Cisgiordania, sistemare Gerusalemme”[2]. Ahimè la “sistemazione” di Gerusalemme sarebbe cominciata nel dicembre 2017 con la nota dichiarazione di Trump a favore di Gerusalemme capitale di Israele. E’ noto che anche il ministro delle finanze Smotrich ha a lungo sostenuto una soluzione che “una volta per tutte risolva unilateralmente la contraddizione intrinseca tra le aspirazioni ebraiche e palestinesi” ponendo fine all’illusione che qualsiasi tipo di compromesso, riconciliazione o spartizione sia possibile.

Nel senso sopra citato – annichilimento, espulsione o sottomissione degli arabi e dei palestinesi – le parole del colono israeliano – “le nostre guerre sono per la pace” – assumono una totalizzante e tremenda immanenza.

Mentre siamo tutti accecati dalle opposte propagande di guerra, resta la realtà tragica a Gaza, in Cisgiordania ma anche in Libano e in Siria. Ad esempio, la ben nota (e condannata) operazione israeliana sull’ospedale Dar al-Shifa di Gaza doveva servire a “stanare” il comando centrale di Hamas che Israele cercava sotto l’ospedale. E’ strano che nessuno abbia ricordato a Israele che nel 1983, quando occupava Gaza, l’esercito israeliano costruì sotto quell’ospedale un bunker di comando e una fitta rete di tunnel, come riferiva Tablet nel 2014[3]. Quindi, come poter spiegare l’intervento militare israeliano sull’ospedale al-Shifa? Inoltre, le forze armate di Israele sono già penetrate all’interno del territorio del Libano per almeno 40km compiendo incursioni aeree e missilistiche che hanno provocato varie vittime innocenti (tra le più recenti, una nonna con i tre nipotini è stata incenerita in un veicolo colpito da un razzo). Nella guerra tra Israele e Hezbollah del 2006 l’intero distretto di Dahiya, limitrofo alla capitale Beirut, fu raso al suolo dalle forze israeliane comandate dal generale Eizenkot. Il generale, che è oggi membro del gabinetto del governo Netanyahu, nel 2008 dichiarò: “Quello che è successo nel quartiere Dahiya di Beirut nel 2006 accadrà in ogni villaggio da cui Israele viene colpito… Dal nostro punto di vista, questi non sono villaggi civili, sono basi militari… Questa non è una raccomandazione. Questo è un piano. Ed è stato approvato”. Come spiegare il senso delle attuali operazioni israeliane in Libano se non con l’intenzione di provocare una risposta muscolare di Hezbollah per ripetere il piano del 2006? Mentre le alture del Golan siriano furono catturate dall’esercito israeliano nel 1967 e de facto annesse ad Israele nel 1981 avevano un doppio obiettivo strategico – controllare dall’alto la Siria e assicurarsi le forniture d’acqua potabile del fiume Yarmouk – che senso hanno le attuali numerose e ripetute incursioni aree israeliane che bombardano infrastrutture civili a Damasco e Aleppo se non espandere la guerra?

E’ tragico constatare che in Israele, fatta eccezione una minoritaria opposizione, il pensiero totalizzante del citato Smotrich sia stato assimilato come “normalità”, nella convinzione che “le nostre guerre sono per la pace”. Una “normalità” che è una vera tragedia per Israele, per gi israeliani ebrei e arabi e palestinesi, ma che soprattutto coinvolge i Paesi europei e gli Stati Uniti. Mentre gli europei si arrotolano nell’ignavia e in ambigui manicheismi, gli Stati Uniti sono estremamente preoccupati che il diabolico piano di Netanyahu li costringa a “intervenire”. Le deboli resistenze del presidente Biden si infrangono con le teorie dei neoconservatori che occupano la sua amministrazione e gli apparati. Quelle teorie sono le stesse che nel 2002 convinsero Bush a intervenire in Iraq – perché, come gli aveva suggerito Netanyahu, quell’invasione “avrebbe stabilizzato la regione” inviando un chiaro messaggio anche all’Iran (Sic!). Mentre il gradimento domestico di Biden è in caduta libera – poca credibilità della sbandierata ripresa economica e dubbi crescenti sulle capacità dell’ottuagenario presidente che a un anno dalle elezioni si trova con ben due guerre in corso – il possibile ritorno dell’amico Trump alla Casa Bianca è nei calcoli di Netanyahu che ripete che “la guerra sarà lunga”. D’altra parte, Netanyahu convinse nel 2018 l’amico Trump a ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano ed oggi spera di “ripetere il colpo” portando l’amministrazione USA a colpire l’Iran. In tal modo, spera Netanyahu, le azioni militari israeliane in violazione del diritto internazionale e di quello umanitario sbiadirebbero in un conflitto di ben diverse proporzioni e scopi, a vantaggio suo personale e di Israele che consoliderebbe più facilmente il suo piano di espansione.

 

[1] https://www.972mag.com/smotrich-decisive-plan-israeli-public/

[2] Max Hastings, “Going to the wars”, 2000

[3] https://www.tabletmag.com/sections/news/articles/top-secret-hamas-command-bunker-in-gaza-revealed

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  • Redazione

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