
di Giuseppe Augieri
Bombardare un ospedale è un crimine di guerra. Lanciare i razzi sulle case è un crimine di guerra. Uccidere civili è un crimine di guerra. Prendere degli ostaggi è un crimine di guerra. Farsi scudo di civili è un crimine di guerra. Belle le regole. Sulla carta. Perché la guerra non è un confronto tra gentiluomini. Guerra è qualcosa di sporco, di crudele, di inumano. E’ non solo truppe, cioè giovani vite, spezzate al fronte ma anche bombardamenti su case, strade, obiettivi civili con annesse strage se solo c’è il sospetto che essi possano nascondere il nemico.
E talvolta anche sapendo che questo sospetto non esiste: Testimonianze? Chiedere a: Dresda, Amburgo, Napoli, Berlino nella seconda guerra mondiale secondo la filosofia di Churchill e Roosevelt; a Corea, Guatemala, Indonesia, Congo, Laos, Kuwait, Libia, Iran, Iraq, …. per citare solo alcuni Paesi bombardati dal 1950 in poi; a centinaia di villaggi in Vietnam e in Afganistan. Ed anche qui, vicino casa nostra. “Diluvio di missili sulle città di Milosevic” titolava il Corriere della Sera a marzo 1999: e trascurava di citare le migliaia di bombe a grappolo che si accompagnarono ai missili. Ed ora Ucraina. E poi Gaza.
Ogni volta c’è chi si meraviglia, si scandalizza, punta il dito accusatorio contro chi è in guerra: non perché ha preferito abbandonare la via diplomatica e dare la parola alle armi, ma perché sta facendo la guerra in “modo scorretto”. Bisogna rassegnarsi all’inumanità? No. Ci si deve vietare di indignarsi per le ignominie che si compiono? No. Quello che mi da fastidio è l’aria di giudice supremo, con annesso orgoglioso richiamo a princìpi che si sono mille volte elusi, anche da parte di chi li richiama.
Giudicare “il modo” anziché “il fatto”. Come se la guerra – che è un’atrocità – si potesse fare senza atrocità. Un modo per esorcizzare il concetto stesso di guerra. Che invece è la negazione del vivere civile: ripeto, una cosa sporca. Quasi sempre anche inutile.
Quando poi la sua inutilità risulta massima ed evidente a chiunque non voglia tapparsi occhi ed orecchie, quando questa inutilità è accompagnata dal timore di dover fare i conti con i propri errori passati, quando si ha la coscienza sporca perché i “contesti” rendono più difficile una soluzione e quei contesti non conviene che siano pubblicizzati, la scelta di trovare – tra i contendenti – a chi addossare le peggiori infamie è la via più comoda. E si alimenta tutto questo con dimenticanze, omissioni, rifiuto di raziocinio. Anche a costo di non eliminare le cause e le condizioni che di quella guerra sono state il motivo, o meglio l’alibi.
In questi giorni il gioco si ripete. Sinceramente, non mi va di partecipare.





