Home Opinioni L’America a rimorchio di Netanyahu

L’America a rimorchio di Netanyahu

0
L'America a rimorchio di Netanyahu

Una pace in bilico

Gli ultimi giorni sono stati per il Mondo intero una vera e propria attesa trepidante.

Tutti si attendevano una “pace”, anche temporanea che si chiama tregua, tra l’America di Trump e l’Iran dei “santoni” islamici.

I negoziati di pace guidati dalla delegazioni pachistana non si sono fermati e si sono messe a punto delle circostanze dell’accordo molto chiare.

La logica vorrebbe che a fronte di un crescendo di incontri e un concretizzarsi di intese il clima e, soprattutto, la guerra in Oriente si fermasse.

Lo Stretto di Hormuz riaprisse e le vite umane cessassero di esser reclamate dalla morte per interessi ora dell’uno schieramento ora dell’altro.

Tutto ciò, se la vicenda dell’attacco all’Iran fosse lineare e fosse dettato da due principali motivi:

  1. impedire all’Iran di armarsi con una potenzialità atomica;
  2. impedire all’Iran di violare i diritti civili all’interno del Paese.

Diciamo subito che Trump sulla motivazione della guerra all’Iran cambia idea a ogni alito di vento.

Ora è il nucleare, ora sono i diritti civili, ora è il petrolio, ora è quello che gli passa per la testa.

Un comportamento che, a livello internazionale, non si era mai visto e che determina una profonda instabilità e insicurezza.

Un’instabilità piena di domande e di profonde contraddizioni.

Ma, ormai, da mesi è chiaro quale sia il ruolo in questa guerra del Paese occidentale in territorio arabo, ovvero, Israele.

Israele sta condizionando, in modo grave e irreparabile, i rapporti di forza nel Medio Oriente.

E si assiste a una singolare situazione, ma molto chiara: l’America cerca una soluzione con l’Iran ed Israele bombarda il Libano.

Tutto questo evidenzia la scarsa capacità di Trump di tenere a bada Netanyahu.

Anzi, talvolta, appare che il Presidente israeliano condizioni ogni e qualsiasi scelta dell’alleato americano.

Trump è debole nei confronti di Netanyahu, che è l’unico tra i due che non sa benissimo cosa vuole: un Oriente pacificato con le bombe e incapace di attaccare Israele.

Tutto questo è irreale, perché un’evenienza del genere si potrebbe avere solo se tutti i Paesi arabi che circondano Israele fossero i primi a riconoscere la sovranità di Israele.

Ma vi è di più in tutto questo.

L’America appare al traino di Netanyahu e del suo governo, che vuole debellare il territorio di chi ha portato al 7 ottobre 2023.

È assolutamente vero che il terrorismo islamico non vuole cessare di attaccare Israele, ma pensare di debellarlo con una guerra contro tutti i Paesi arabi circostanti e, in particolare, l’Iran appare follia.

Senza contare che l’amministrazione di Gerusalemme non vuole due popoli e due stati. Non vuole il riconoscimento della Palestina come soggetto politico sovrano.

Israele è sicuramente il Paese di confine con l’Islam e, quindi, anche con l’Islam violento, ma ritenere che per una strategia di guerra interregionale si coinvolga il mondo intero ce ne corre.

Senza contare le vittime innocenti fatte da ambo le parti.

Legittima è la difesa di Israele, ma è anche legittimo mettere un punto e cercare di mediare per una guerra che non ha un valore solo circoscritto a quella zona, ma che coinvolge tutto il Mondo.

L’America, a ogni modo, è sempre più comprimaria in questa guerra rispetto a Israele.

Se i negoziatori cessano di trovare una soluzione e l’esercito di Gerusalemme attacca il Libano non è difficile prevedere che gli accordi non prenderanno mai una definizione.

Gli Stati Uniti sono stanchi  della guerra in Medio Oriente perché vedono le proprie merci aumentare, ma non possono lasciare solo Israele, alleato fidato.

Sono in una situazione nella quale è difficile uscirne.

Soprattutto, è difficile uscirne con dignità.

Gli States non possono “tradire” Israele e, quindi, non possono perdere il contatto con l’amministrazione, oggi al Governo, né, però, può rischiare di prolungare oltre l’estate il conflitto.

Un conflitto che ha ripercussioni sia politiche, sia militari, sia economiche di grande rilevanza.

L’America è in difficoltà sul fronte dell’Iran e lo si è distintamente capito nel viaggio che Trump ha fatto in Cina.

Al di là delle potenzialità economiche e commerciali della sinergia tra USA e Cina vi è ben altro.

L’America è andata a chiedere un aiuto alla Cina per far cessare il conflitto con l’Iran e per avere un motivo in più per defilarsi da un conflitto che somiglia sempre di più a quanto accaduto in Iraq e in Afghanistan.

L’America, è chiaro, se potesse far cessare oggi il conflitto che ha conseguenze economiche inimmaginabili, lo farebbe.

Come abbiamo scritto l’Iran non è il Venezuela, ma assomiglia sempre di più a un Vietnam o una Corea.

La potenza statunitense si scontra con la fragilità del sistema economico globale e un battito d’ali di una farfalla in Cina o in Russia, due Paesi non a caso, potrebbe significare la vita o la morte della politica della Casa Bianca.

Non vi è dubbio che l’America, oggi, soffra la chiusura dello Stretto di Hormuz più della Cina e della Russia e quanto l’Europa.

La guerra, quindi, ha favorito gli avversari dell’America e non il contrario.

Il problema è come uscirne dopo avere dato mille motivi per farla e, nel contempo, non offendere l’alleato israeliano.

Netanyahu è il vero ago della bilancia nei rapporti tra pace e guerra più di quanto non lo sia Trump o i “santoni” islamici dell’Iran capaci solo di schiacciare con la violenza le manifestazioni di piazza uccidendo la migliore gioventù.

In questi giorni il Pakistan ha annunciato la firma per la pace.

Sinceramente vogliamo attendere gli eventi perché non siamo certi che non ci possano essere colpi di scena.

Autore

  • Massimo Rossi

    Massimo Rossi, laureato in Giurisprudenza, assistente volontario in Procedura Penale, Dottrina Generale del Processo e Teoria Generale del Processo anni 1990/2005 presso l'Università degli Studi di Siena. Dottorato di ricerca in Procedura Penale presso l'Università di Genova. Avvocato. Ha pubblicato diversi lavori giuridici in riviste specializzate e ha partecipato come autore in varie pubblicazioni giuridiche collettanee. Relatore in convegni di carattere nazionale e istituzionale anche nelle sedi parlamentari. Dal 1994 al 1997 ha svolto funzioni di Vice Procuratore Onorario presso la Procura di Siena. Già consulente della Presidenza della Prima Commissione Parlamentare sulla morte del dott. David Rossi ed estensore unitamente ad altri consulenti della relazione finale nel 2022. Attualmente è docente a contratto presso l'Università di Firenze in Procedura Penale con insegnamento presso la Scuola Nazionale dei Sottufficiali dell'Arma dei Carabinieri.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui