Home Opinioni La vita di un ladro vale piu di un fascista. No, aberrazione

La vita di un ladro vale piu di un fascista. No, aberrazione

0

“La vita di un ladro vale più di quella di un fascista.” Annarita Briganti, giornalista di Repubblica, opinionista Mediaset, tredici libri in catalogo. Non una ragazzina in preda all’adrenalina da social. Una professionista dell’informazione, ai microfoni della Zanzara di Cruciani. Parole pronunciate con la tranquillità di chi enuncia un’ovvietà.

Rileggiamo. Un ladro vale più di un fascista. La vita di chi ruba, scassina, aggredisce, entra in casa altrui alle tre di notte, vale più di quella di chi viene etichettato come fascista. E chi distribuisce le etichette? La Briganti e il suo mondo. Con criteri elasticissimi.
Fascista è il ristoratore che blocca chi gli svaligia il locale. Fascista è chi chiede più polizia nel quartiere. Fascista è Mario Cattaneo, l’oste di Casaletto Lodigiano, settant’anni, tre nipotini che dormono al piano di sopra, quattro ladri nel ristorante alle tre di notte. Cattaneo imbraccia il fucile. Un colpo parte. Un ladro muore. Per la Procura, tre anni di carcere. Per Cattaneo. Non per i complici in fuga. Sette anni di processo. Due gradi di giudizio. Assolto. La prima cosa che fa uscendo dal tribunale è andare in chiesa a pregare per l’uomo che ha ucciso. Nella scala morale della Briganti, quell’oste vale meno del trentaduenne che gli stava portando via tutto.
Ma fermiamoci sulla parola magica. Fascista.
In un Paese dove il fascismo è morto e sepolto da ottant’anni. Non esiste un partito fascista. Non esiste un’organizzazione fascista. Non esiste un programma fascista. Non esiste un solo elemento della vita pubblica italiana che possa essere definito fascista se non in malafede. Eppure la parola risuona ovunque, a ogni ora, in ogni dibattito, con la frequenza ossessiva di un tic nervoso.
Perché? Perché chi la pronuncia non ha più nient’altro. Niente idee, niente proposte, niente visione del mondo. Non sai come affrontare la sicurezza? Grida “fascista” a chi la chiede. Non hai una politica sull’immigrazione? Dai del fascista a chi ce l’ha. Non sai più parlare agli operai, ai commercianti, alle periferie che ti hanno voltato le spalle?
Fascista, fascista, fascista. È una parola che ha sostituito il pensiero. Un riflesso pavloviano al posto del ragionamento. Togli il “fascista” dal vocabolario di questa gente e resta il silenzio. Il nulla. Un parterre di opinionisti senza opinioni, di intellettuali senza intelletto, di progressisti che non sanno più verso cosa progredire.
Nel frattempo, il comunismo è vivo, vegeto, operativo.
Centri sociali che devastano le città. Collettivi che aggrediscono studenti nelle università. Antagonisti che lanciano bombe carta contro la polizia. Se un esaltato alza il braccio destro in un bar, è la prova del ritorno del fascismo. Se un corteo di autonomi mette a ferro e fuoco Torino, sono “manifestanti”.
Le Brigate Rosse? Fenomeno storicizzato, ci spiegano. Nessuna continuità ideologica. Capitolo chiuso. Eppure la galassia antagonista ne rivendica i simboli, ne ripete gli slogan, ne coltiva la memoria come fosse un vanto. Ma non si può dire. Il comunismo non è mai un insulto. Non è mai una condanna civile. Non è mai un marchio d’infamia. Chi ha deciso questa asimmetria? Con quale autorità morale?
Provate l’esperimento. Sostituite “fascista” con qualsiasi altra categoria. “La vita di un ladro vale più di quella di un ebreo.” “Di un nero.” “Di un omosessuale.” Carriere stroncate, denunce, ostracismo sociale. Giustamente.
Ma il fascista si può disumanizzare. Anzi, si deve. È l’unico essere umano la cui eliminazione morale non provoca scandalo nei salotti buoni.
Questo non è un incidente verbale da talk show. È un codice.
Il criminale è vittima sociale, disagio incarnato, prodotto delle disuguaglianze. Va compreso, contestualizzato, affidato alla comprensione dei sociologi. Il “fascista” è il nemico assoluto. Va cancellato, delegittimato, ridotto a sottouomo. La sua vita vale meno. Lo dice una che scrive su Repubblica, non un murales in un centro sociale.
La sinistra che produce queste perle si definisce inclusiva. Accogliente. Dalla parte dei diritti. Di tutti i diritti. Tranne uno: il diritto di non essere derubati. Quello è un capriccio borghese. La proprietà privata è un feticcio. La sicurezza è un’ossessione di destra.
Il cittadino che si difende è un potenziale assassino. Il ladro che lo aggredisce è una creatura fragile da proteggere.
Perché in fondo è questo il punto: quella sinistra si è autoproclamata depositaria della superiorità morale. Non discute: rieduca. Non argomenta: corregge. Chi dissente non sbaglia: è malato, va curato, riportato sulla retta via. Lo sa bene il sindaco di Reggio Emilia, del PD peraltro, umiliato pubblicamente da Francesca Albanese per aver osato nominare gli ostaggi israeliani come condizione per la pace. “Non lo giudico, lo perdono. Ma non lo dica più.” Il sorriso condiscendente della maestra che corregge il bambino deficiente. Dal palco del Teatro Valli, davanti a una folla in delirio.
Pol Pot mandava nei campi di rieducazione chiunque portasse gli occhiali, perché leggere era sospetto. Qui non si usano i campi di riso, si usano i talk show, le liste di proscrizione sui social, l’ostracismo professionale. Ma la logica è identica: esiste un pensiero giusto. Chi non vi aderisce va eliminato dal consesso civile. Con dolcezza, magari. Con il sorriso e l’occhiolino alla folla. Ma va eliminato.
E la Briganti? Ci pensa davvero che un ladro valga più di un fascista? Probabilmente no. Se le entrassero in casa alle tre di notte, strillerebbe come chiunque e chiamerebbe i Carabinieri, non un sociologo. Quella frase non sembra una convinzione. Appare una ciambella di salvataggio. Un segnale di appartenenza tribale, il modo per dire al proprio ambiente: sono dei vostri, non cacciatemi. Conformismo puro, travestito da coraggio intellettuale. Che è la cosa più spregevole che esista. Perché almeno il fanatico ha la scusa della fede cieca. Il conformista sa di mentire e mente lo stesso, per non perdere l’invito al festival letterario giusto e l’ospitata nel salotto televisivo giusto.
La vita di un ladro vale più di quella di un fascista. No. La vita di un ladro vale quanto quella di chiunque altro.
Quella di un cittadino onesto, che sia di destra, di sinistra o di nessuno, non si misura sulle pagelle ideologiche di chi ha trasformato il giornalismo in catechismo senza Dio e senza morale.
Autore: Roberto Riccardi

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui