
Troupe Rai, Minneapolis, cattolicesimo, non violenza, una messa a punto
C’è una scena, in questa nostra epoca pedagogica e ipersensibile, che vale più di cento trattati di morale: un’auto ferma a Minneapolis, una troupe della Rai dentro, agenti americani fuori che ordinano alla troupe di scendere.
Ordine secco, tono per nulla catechistico, minaccia esplicita: «Romperemo il finestrino e vi tireremo fuori». E i giornalisti, improvvisamente meno eroici di quanto siano nei talk-show romani, scoprono che l’autorità, quando è vera, non chiede il permesso e non apre dibattiti.
È un buon punto di partenza per tornare a una questione che da anni viene trattata in Italia, da cattolici e mangiapreti, come una favola edificante per bambini delle elementari: l’obbedienza, la forza, la violenza, la presunta “non violenza” cristiana elevata a dogma universale.
Perché il bello della faccenda è che molti di questi paladini della disobbedienza civile — così feroci contro il “poliziotto fascista” di casa nostra; così indulgenti con chi tira pietre, spranghe e molotov “per protesta”; così ripetitivi nel guardare a Trump come a un Nerone che suona la lira mentre Roma brucia, — a Teheran, dove son morti più di trentamila persone, non ci metteranno MAI piede.
A Minneapolis ci sono andati, sì, ma con l’ingenuità – o la furbizia – di chi crede che il mondo intero funzioni come certi quartieri italiani, dove l’agente in divisa è per definizione un servo del sistema, bersaglio legittimo di insulti, sputi e indagini giudiziarie preventive.
In Italia, si sa, l’autorità è un mestiere a rischio: rischio di denuncia, rischio di inchiesta, rischio di gogna mediatica, rischio di essere processati prima nei salotti televisivi e poi, con comodo, nei tribunali. Con l’aggravante di mezzo Parlamento che, a ogni manganellata, rispolvera il repertorio d’ordinanza: “fascismo”, “repressione”, “deriva autoritaria”. Parole passepartout, buone per assolvere chi spacca e per condannare chi tenta di impedire che la città si trasformi in una discarica di vetri rotti.
Eppure, basterebbe sfogliare pagine celeberrime per accorgersi che questa mitologia della non violenza cristiana non ha fondamento né nella Scrittura né nella storia.
San Paolo, che non scriveva editoriali su Repubblica per compiacere le ONG, ricorda ai Romani che l’autorità «non porta invano la spada». Spada, non girasole. E che resistere all’autorità significa resistere all’ordine voluto da Dio.
Una frase che oggi varrebbe la scomunica istantanea da parte di almeno tre redazioni e due assemblee studentesche. E, più di tutto, da molti conferenze episcopali.
Tertulliano, senza arrossire, annota che i cristiani militano nelle legioni. Non per sabotarle dall’interno con volantini pacifisti, ma per combattere sul serio.
E Gesù stesso, interrogato dai soldati, non li invita a disertare, a fondere i gladi e a dedicarsi alla raccolta delle margherite, ma a non abusare del loro potere: «Non maltrattate nessuno, non estorcete nulla, accontentatevi delle vostre paghe». Il problema non è la forza, ma l’ingiustizia. Non l’autorità, ma il suo abuso.
E allora torniamo a Minneapolis. Lì l’autorità si è mostrata per quello che è: nuda, concreta, talvolta brutale. Si può discutere se il tono fosse eccessivo, se la minaccia fosse proporzionata. Ma una cosa è certa: nessuno ha gridato al “fascismo”. Nessun parlamentare americano ha organizzato una conferenza stampa per spiegare che l’agente era un pericoloso nostalgico di un duce, peraltro di tradizione italiana. Nessun magistrato zelante ha aperto un fascicolo “contro ignoti” prima ancora di sapere come si chiamasse l’ignoto.
Perché in America — con tutti i suoi difetti — l’autorità resta una cosa seria. Si obbedisce prima, si discute dopo. Da noi, invece, si discute prima, si insulta durante e si indaga sempre. Con il risultato che l’agente finisce per esitare, il delinquente per sentirsi tutelato e il cittadino per scoprire, troppo tardi, che senza autorità non esiste libertà, ma soltanto il dominio del più prepotente.
Ed è qui che il catechismo sentimentale della “non violenza” mostra tutta la sua inconsistenza. Perché predicare la bontà disarmata è facile quando altri, armati fino ai denti, vegliano sulla nostra sicurezza. È comodo invocare la pace universale quando il lavoro sporco lo fanno le forze dell’ordine, pronte a essere poi sacrificate sull’altare della rispettabilità politica.
Resta infine la domanda che nessuno osa formulare: la disobbedienza sistematica all’autorità legittima non è forse essa stessa una forma di violenza? Non è un attentato quotidiano all’ordine che rende possibile la convivenza? Non è, in ultima analisi, un modo elegante per delegare il caos agli altri e salvarsi l’anima con qualche slogan edificante?
Il cattolicesimo — quello vero, non quello da volantino parrocchiale vaticanosecondo — non ha mai predicato la resa permanente. Ha insegnato il discernimento, non l’anarchia; l’obbedienza critica, non l’insurrezione permanente; l’uso giusto della forza, non la sua demonizzazione.
Il resto è ideologia da attico romano, buona per indignarsi brandendo un drink e per scoprire, a Minneapolis come a Roma, che l’autorità non chiede il permesso prima di bussare.
E quando bussa in uniforme, conviene ricordarselo: non sempre disobbedire è virtù. Talvolta è soltanto un modo, banale, per fingersi rivoluzionari senza rischio. In Italia, ovviamente.





