
di Gianvito Caldararo
In occasione della cerimonia di inaugurazione dell’Anno Giudiziario, la drammatica situazione carceraria è stata illustrata con dovizia di dati e situazioni. Si è giunti a ricordare l’intervento dell’on. socialista Filippo Turati, svolto alla Camera dei deputati nel lontano 18 marzo del 1904, quando disse testualmente quanto segue :” Le carceri italiane rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta : noi crediamo di aver abolita la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata ; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono a goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice ; “noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento dei malfattori”. Parole di un discorso memorabile, che poi fu pubblicato in un opuscolo sotto il titolo “Il cimitero dei vivi”.
Anche nel dibattito alla costituente il problema delle carceri fu discusso nelle giornate del 27 e 28 ottobre del 1948. L’intervento più autorevole fu quello di Piero Calamandrei, il quale disse: “Onorevoli colleghi, al Senato è stato parlato lungamente delle carceri. e’ un argomento sul quale, credo che quello che dirò non potrà suscitare opposizione o interruzioni da nessuna parte. Si è parlato lungamente delle carceri e ne hanno parlato soprattutto coloro che più avevano il diritto di parlarne, cioè quelli che vi sono stati lungamente, che vi hanno sofferto e che hanno sperimentato quel che vuol dire di essere recluso per dieci o venti anni”. E rivolgendosi al al Ministro, affermava: “Signor Ministro, alle raccomandazioni fatte al Senato sulla necessità di una riforma fondamentale dei metodi carcerari e degli stabilimenti di pena, ella ha risposto dando generiche assicurazioni. Ora io vorrei che non ci si contentasse di assicurazioni non impegnative, come tutti i Ministri – anche quando sono seri e coscienziosi come ella è – sono disposti a dare , nel rispondere alle osservazioni che si fanno sui loro bilanci”.
In tale circostanza, Calamandrei ” ricordava di un magistrato di eccezionale valore che i fascisti assassinarono nei giorni della liberazione sulla porta della Corte d’appello, il quale aveva chiesto, una volta, ai suoi superiori il permesso di andare sotto falso nome per qualche mese in un reclusorio, confuso coi carcerati, perchè soltanto in questo modo egli si rendeva conto che avrebbe capito qual è la condizione materiale e psicologica dei reclusi, e avrebbe potuto poi, dopo quella esperienza , adempiere con coscienza a quella sua funzione di giudice di sorveglianza , che potrebbe essere pienamente efficace solo se fosse fatta da chi avesse prima sperimentato quella realtà sulla quale deve sorvegliare.
Vedere, questo è il punto essenziale “.Sono trascorsi oltre cento anni dall’intervento di Turati e la situazione carceraria si presenta ancora in una situazione di grande gravità. E anche in questi anni i vari Ministri continuano a balbettare sia sulle condizioni delle carceri e sia sulla piaga dei suicidi, che riguardano i reclusi e anche gli agenti della Polizia penitenziaria. La giornalista Donatella Stasio, su la Stampa illustrava le seguenti cifre del penoso sovraffollamento: sovraffollamento medio del 126%, con punte folli del 215% a Brescia, del 203% a Foggia, del 2023% a Como, Taranto e in un’altra decina di carceri. Nel 2023 i suicidi sono stati 67 e nei primi 15 giorni del 2024 si contano già 20 morti, di cui sei suicidi. Il Cappellano del carcere di Busto Arsizio, Don David Maria Riboldi, ha sottolineato che se si ” vuole evitare che ben 7 su 10 vi rientrano una volta usciti dal carcere, bisogna investire in progetti di inclusione lavorativa “. Lo dicono anche i dati del CNEL: chi esce avendo lavorato, non rientra in carcere.
Non bisogna dimenticare che “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. E la soluzione a tale grave situazione non può essere quella di utilizzare caserme dismesse da usare come carceri. In questo modo, come afferma il direttore dell’ufficio diocesano della pastorale carceraria di Napoli, Don Franco Esposito, si continua a perpetuare un sistema che è contro l’unica risposta che sa dare una giustizia malata, farisaica, e vendicativa, che produce recidive spaventose e inganna la giusta domanda di sicurezza della società”. Coloro che vivono il tempo in carcere, sottolinea Don Franco Esposito, “subiscono una pena che non è solo la mancanza di libertà ma diventa mancanza di dignità, dove i diritti fondamentali vengono quotidianamente calpestati”.
Non bisogna dimenticare che la nostra Costituzione, all’artico 27 – 3° comma – afferma: ” Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato “. Siamo in presenza di un obiettivo non ancora pienamente conseguito, anche se puntualmente auspicato. Non bisogna dimenticare, inoltre, che il nostro Paese è stato più volte destinatario di pronunce della CEDU -Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – sul sovraffollamento delle carceri. Don Franco Esposito, è giunto a definire le carceri italiane “una struttura antiumana e anticristiana”.





