
di Paolo Zanotto
La teoria dei germi come mito igienista e strumento di potere
Prologo: l’invenzione della malattia
Una volta, qualcuno ha detto: «Il più grande trionfo della propaganda medica non è stato quello di curare le malattie, ma d’aver persuaso le masse che vi fosse un unico modo per farlo». Con la nascita della cosiddetta “teoria dei germi” – che attribuisce la genesi delle malattie all’invasione del corpo umano da parte di microrganismi patogeni esterni – la modernità ha eretto un paradigma biologico che ha mutato radicalmente la percezione della salute e della malattia, trasfigurando l’essere umano in un campo di battaglia chimico-microbico e conferendo ai tecnocrati dell’igiene un’autorità quasi sacerdotale. Da Louis Pasteur a Robert Koch, la storia della microbiologia è stata narrata come epopea scientifica, occultando dietro i camici bianchi l’emergere di un potere bio-politico che ha dissolto la medicina naturale, disprezzato la saggezza ippocratica e addomesticato l’organismo umano sotto l’egida dell’intervento farmacologico.
La teoria dei germi, tuttavia, lungi dall’essere un dogma oggettivo e scientificamente incontestabile, si configura piuttosto come un mito igienista che ha servito interessi ben più vasti della mera tutela sanitaria, rivelandosi a tutti gli effetti uno strumento di potere perfettamente funzionale a una strategia di ingegneria sociale e industriale. La sua affermazione nel corso del XIX secolo ha segnato non soltanto il trionfo di un paradigma biologico riduzionista, ma anche l’occultamento sistematico delle vere cause ambientali, nutrizionali e iatrogene delle patologie moderne. Come ha ben osservato un’indagine contemporanea, la teoria dei germi divenne il capro espiatorio perfetto per tutti quelli che avvelenavano l’ambiente, permettendo loro di impossessarsi dell’assistenza sanitaria, bandire la medicina naturale e rivendere i propri scarti tossici come “cure” a un pubblico ignaro[1].
L’impostura dell’olio di serpente: da Clark Stanley a John D. Rockefeller
Emblema di tale deriva è l’immagine folklorica del “venditore di olio di serpente” – sovente evocata al fine di denigrare quei rimedi oggi definiti “alternativi” – che cela una verità oltremodo scomoda: archetipo del truffatore sanitario nell’immaginario collettivo, infatti, paradossalmente tale figura è in realtà antesignana proprio di quella medicina industriale che suole presentare se stessa come scientificamente accreditata. Fu precisamente quel modello, in effetti, all’apparenza fraudolento, a ispirare l’industria farmaceutica moderna[2]. Una fra le attribuzioni più comuni riconduceva l’impiego dell’olio di serpente ai nativi americani, che ne avrebbero tramandato la conoscenza terapeutica ai primi coloni europei; un articolo di giornale di fine XIX secolo, molto popolare e spesso ripubblicato, ne attribuiva invece l’origine ai “medici vudù africani”; un’altra versione narrava infine che i migranti cinesi lo avessero portato con sé negli anni Quaranta dell’Ottocento per diffonderlo in tutto il paese, mentre posavano i binari della ferrovia transcontinentale, usandolo per alleviare il dolore alle articolazioni[3]. Qualunque fosse la sua vera origine, l’olio di serpente era di gran moda a metà del XIX secolo, promosso dagli “spettacoli di medicina” americani e dai venditori che vi lavoravano. Era la “cura per reumatismi, sordità, catarro, febbre da fieno, crampi, dolori e mal di gola di qualsiasi natura”, come recitava una tipica pubblicità[4]. A fine Ottocento, Clark Stanley iniziò a pubblicizzare il proprio unguento miracoloso, il Clark Stanley’s Snake Oil Liniment, spacciandolo a sua volta per una “panacea” (cure-all): «Dev’essere stato uno spettacolo incredibile all’Esposizione Universale di Chicago del 1893. Clark Stanley, meglio conosciuto come il Re dei Serpenti a Sonagli, infilò la mano in un sacco, ne estrasse un serpente, lo aprì e lo immerse nell’acqua bollente. Quando il grasso affiorò in superficie, lo scremò e lo usò sul posto per creare l’“Olio di Serpente di Stanley”, un linimento che andò immediatamente a ruba presso la folla che si era radunata per assistere allo spettacolo»[5].
Reperire serpenti a sonagli in quantità sufficiente, però, si rivelò presto troppo laborioso e dispendioso, ragion per cui, una volta terminato lo spettacolo che serviva al lancio pubblicitario, la ricetta originale sarebbe stata rimpiazzata segretamente con una miscela di paraffina, trementina e grassi animali. La condanna morale del suo operato ha tuttavia offuscato il fatto che, in modo ben più sistemico e legittimato, il medesimo schema fu poi replicato su scala globale: sebbene venga oggi ricordato come un truffatore, infatti, Stanley è una figura simbolica che ben rappresenta il precursore, per quanto inconsapevole, dell’integrazione fra marketing, chimica industriale e retorica scientifica. La medesima logica, con ben altro potere e legittimità, fu di fatto applicata su scala planetaria dal petroliere e monopolista John D. Rockefeller. Con la creazione della Rockefeller Foundation all’inizio del XX secolo, infatti, s’inaugurò la fase tecnocratica della medicina industriale. Petrolieri come Rockefeller compresero che investire nella ricerca medica e nella formazione universitaria rappresentava il veicolo ideale per colonizzare epistemologicamente la medicina, permettendo così all’industria chimica di riciclarsi come industria della salute: attraverso la propria Fondazione, Rockefeller ristrutturò radicalmente la medicina occidentale, imponendo una visione meccanicista della malattia e finanziando solo ed esclusivamente scuole di medicina allopatica[6].
Il noto magnate del petrolio costruì dunque un modello sanitario fondato su brevetti chimici, brutale soppressione dell’omeopatia, sistematica delegittimazione delle scuole di medicina naturale e accentramento della pratica medica intorno al farmaco di sintesi[7]. La stessa germ theory, promossa a verità assoluta, divenne la cornice ontologica ideale per vendere, con autorità clinica, i sottoprodotti tossici dell’industria petrolchimica spacciandoli come “medicine”[8]. In tal modo, ogni approccio curativo che si fondava su princìpi vitalistici od olistici – tipo l’omeopatia, la fitoterapia, o la naturopatia – venne proditoriamente bollato come “superstizione” e progressivamente espulso dal campo accademico: «Nella prima metà del XX secolo, i giganti petrolchimici organizzarono un colpo di stato contro le strutture di ricerca medica, gli ospedali e le università. La famiglia Rockefeller finanziò la ricerca e donò somme di denaro a università e facoltà di medicina che svolgevano ricerche basate sui farmaci. Estesero ulteriormente questa politica alle università e facoltà di medicina straniere in cui la ricerca era basata sui farmaci tramite il loro International Education Board. Gli istituti e la ricerca non basati sui farmaci si videro rifiutati i finanziamenti e presto vennero sciolti a favore della redditizia industria farmaceutica»[9].
La burocrazia della cura e l’esilio del medico tradizionale
L’atto decisivo di questa rivoluzione epistemologica fu il celebre Flexner Report[10]. Nel 1908, alcune tra le più influenti entità private degli Stati Uniti – in particolare la Carnegie Foundation for the Advancement of Teaching, l’American Medical Association, la banca d’affari J.P. Morgan e la nascente Rockefeller Foundation – commissionarono e finanziarono un’inchiesta su larga scala, ufficialmente volta a scrutinare lo stato della formazione medica sul territorio statunitense e canadese[11]. A tal fine, venne incaricato un certo Abraham Flexner, un pedagogista privo di qualsiasi formazione medica, la cui unica credenziale risiedeva nei legami personali del fratello Simon – eminente economista e dirigente del Rockefeller Institute for Medical Research – con i vertici dell’élite industriale ed accademica nordamericana[12]. Fu in tale contesto che, nel 1910, vide la luce il famigerato Flexner Report, documento destinato a ridisegnare in maniera radicale l’infrastruttura educativa della medicina moderna[13]. Nel rapporto si raccomandava la chiusura delle scuole di medicina non conformi ai presunti standard “scientifici” imposti dalla sedicente filantropia industriale, stabilendo nuovi criteri accademici improntati al paradigma chimico-farmacologico. L’impatto sociale sulle minoranze etniche e sugli strati economicamente svantaggiati della popolazione fu devastante: «Le raccomandazioni del rapporto contribuirono alla chiusura di cinque delle sette facoltà di medicina consolidate che formavano principalmente medici neri. Negli anni successivi, il numero di medici neri qualificati diminuì notevolmente, mentre il numero di medici bianchi aumentò»[14]. Tale atto, apparentemente teso a innalzare il livello dell’insegnamento medico, rappresentò in realtà una spregiudicata manovra di accentramento epistemico e finanziario, che nel giro di breve tempo finì col trasformare la salute in merce ed il medico in asettico funzionario del biopotere[15].
Come sottolineato da numerosi storici della medicina, tuttavia, tale spinta riformista era tutt’altro che neutrale: essa si accompagnava infatti all’ascesa delle grandi industrie farmaceutiche, le quali vedevano nella standardizzazione allopatica un potente strumento di monopolizzazione della salute pubblica. Dal 1910 in avanti, le facoltà di medicina poterono accedere a ingenti fondi elargiti da banchieri e fondazioni private, che permisero la costruzione di nuovi edifici, laboratori e strutture sperimentali d’avanguardia. Tali concessioni, tuttavia, erano tutt’altro che disinteressate e, di conseguenza, le risorse economiche venivano rigorosamente subordinate all’accettazione di ben precise condizioni: l’adozione esclusiva di un paradigma scientifico riduzionista, fondato sulla centralità del farmaco industriale e sulla marginalizzazione di ogni approccio terapeutico olistico[16]. L’intero apparato formativo della medicina moderna si uniformò in tal modo a una rigida visione positivista e farmacocentrica, escludendo metodicamente i medici non conformi al nuovo dogma terapeutico. Sotto la parvenza del progresso scientifico e dell’ammodernamento, dunque, si consumò una trasformazione strutturale della medicina occidentale, orientata in misura sempre crescente verso gli interessi della nascente industria farmaceutica e sempre meno verso la pluralità dei saperi terapeutici. In simile contesto, prese forma un vero e proprio processo di epurazione accademica: espulsi dalle cattedre universitarie, privati della legittimazione scientifica e in molti casi perfino dell’abilitazione all’esercizio professionale, gli esponenti delle tradizioni mediche naturali si ritrovarono inesorabilmente relegati ai margini della Storia[17].
Con un’abile manovra di riforma istituzionale, la medicina diveniva così un’emanazione diretta dell’industria, convertendo il medico in un tecnico della soppressione sintomatica. Siffatta medicalizzazione sistemica, basata su un’idea di malattia come difetto molecolare da correggere, ha condotto a una visione del corpo umano quale macchina biologica da mantenere con l’impiego di strumenti sintetici. Da quel momento in poi i medici vennero puntualmente formati secondo una logica che riduceva il corpo umano a un mero apparato biochimico, da riparare attraverso la soppressione sintomatica anziché riequilibrare tramite la comprensione causale. Il principio vitale – nevralgico in ogni tradizione medica anteriore, dall’Ayurveda alla medicina ippocratica – venne scartato con sdegno in quanto “superstizione”, mentre l’antibiotico divenne simbolo totemico della nuova era, come se ogni patologia non fosse altro che una guerra da vincere con l’adeguato armamentario chimico. A principiare da quel preciso momento, pertanto, le pratiche terapeutiche non riconducibili alla farmacologia di sintesi – in particolare la fitoterapia, l’omeopatia e la medicina naturopatica – furono sistematicamente stigmatizzate come “pseudoscientifiche” o addirittura denigrate come pericolose, in favore di un modello esclusivamente allopatico e chimico-centrico[18].
Conclusioni: oltre la patologizzazione del vivente
La teoria dei germi ha svolto anche un’importante funzione ideologica: ha permesso di spostare l’attenzione dalle cause ambientali – come l’inquinamento atmosferico, l’acqua contaminata o la denutrizione – verso agenti infettivi invisibili. Tale struttura narrativa si rivela perfetta per giustificare l’introduzione di farmaci, antibiotici e vaccini in risposta a patologie che, molto spesso, hanno per contro un’origine sistemica e ambientale. I medesimi gruppi industriali che disseminano tossine nella natura possono così posizionarsi come salvatori, vendendo “cure” che sono, in realtà, derivati sintetici dei loro stessi rifiuti. L’ambiente, da contesto vivente e sacrale, è stato ridotto a semplice variabile di secondo ordine. L’attenzione alla qualità del cibo, all’equilibrio fra corpo e spirito, all’indescrivibile potenza ed efficacia di un sistema immunitario integro viene puntualmente sminuita e ridicolizzata come “pseudoscienza”, mentre s’impone una dipendenza farmacologica e vaccinale che progressivamente aliena l’individuo dalla sua responsabilità sanitaria. In tal senso, la medicina moderna ha assunto i tratti inquietanti di un sistema autoreferenziale: crea i presupposti patologici e fornisce le soluzioni, imponendole come necessarie attraverso la presunta autorità della scienza istituzionalizzata.
Occorre interrogarsi criticamente su simile paradigma. La medicina moderna ha ottenuto risultati innegabili, ma ad un prezzo spirituale, antropologico ed ecologico elevatissimo. La riduzione della salute ad “assenza di sintomi” e della malattia ad “invasione esterna” ha disintegrato ogni visione olistica del corpo e del mondo. Recuperare la dignità smarrita delle medicine tradizionali non implica affatto un salto nel buio dell’irrazionalità, ma determina piuttosto il reintegrare la dimensione simbolica, energetica e ambientale della malattia. Significa riaffermare che il medico non dovrebbe essere un tecnico del sintomo, ma un custode della vita. E che la vera cura non risiede nel contenere la biologia tramite la chimica, bensì nel comprendere la malattia come linguaggio del vivente.
[1] Cfr. Mike Stone, The Snake Oil Tycoon, in “Viroliegy: Exposing the lies of Germ Theory and virology using their own sources”, April 4, 2025 (https://viroliegy.com/2025/04/04/the-snake-oil-tycoon).
[2] Cfr. Lakshmi Gandhi, A History Of ‘Snake Oil Salesmen’, in “NPR Network”, August 26, 2013 (https://www.npr.org/sections/codeswitch/2013/08/26/215761377/a-history-of-snake-oil-salesmen).
[3] «[…] a more common attribution was to Native Americans, who had purportedly passed on therapeutic knowledge of snake oil to early European settlers. There are other origin stories. One wildly popular and oft republished late-19th-century newspaper article credited “African voodoo doctors” as snake oil’s source. Another version had Chinese migrants bringing it with them in the 1840s, spreading it across the country as they laid the tracks of the transcontinental railroad and used it to ease the pain in their aching joints»: Lucía Caballero (International Coordinator), How snake oil got a bad name, in “The Conversation: Academic rigour, journalistic flair”, September 1, 2021 (https://theconversation.com/how-snake-oil-got-a-bad-name-165574).
[4] «Wherever it had come from originally, snake oil was all the rage over the mid-19th century, boosted by American “medicine shows” and the salespeople who worked them. It was the “cure for Rheumatism, Deafness, Catarrh, Hay Fever, Cramps, Pain and Sore Throat of any nature”, ran one typical advertisement»: Ibidem.
[5] «It must have been quite a sight at the World’s Exposition in Chicago in 1893. Clark Stanley, better known as The Rattlesnake King, reached into a sack, plucked out a snake, slit it open and plunged it into boiling water. When the fat rose to the top, he skimmed it off and used it on the spot to create “Stanley’s Snake Oil,” a liniment that was immediately snapped up by the throng that had gathered to watch the spectacle»: Joe Schwarcz, Why are snake-oil remedies so-called?, in “Montreal Gazette”, February 23, 2008 (https://web.archive.org/web/20131122082012/http://www.canada.com/montrealgazette/news/books/story.html?id=666775cc-f9ff-4360-9533-4ea7f0eef233).
[6] Cfr. Tycoon John D. Rockefeller Couldn’t Hide His Father’s Con Man Origins (https://www.history.com/articles/john-d-rockefeller-father-con-man-origins).
[7] Cfr. Harris L. Coulter, Divided Legacy: A History of the Schism in Medical Thought (4 voll.), Austin (TX), Brownstone Institute, 2024 [1ª edizione: Berkeley (CA), North Atlantic Books / Washington (DC), Wehawken Book Company, 1973-1994].
[8] Cfr. E. Richard Brown, Rockefeller Medicine Men: Medicine and Capitalism in America, Berkeley (CA), University of California Press, 1979.
[9] «In the early half of the 20th century, petrochemical giants organized a coup on the medical research facilities, hospitals and universities. The Rockefeller family sponsored research and donated sums to universities and medical schools which had drug based research. They further extended this policy to foreign universities and medical schools where research was drug based through their “International Education Board”. Establishments and research which were were not drug based were refused funding and soon dissolved in favor of the lucrative pharmaceutical industry»: The Center for Media and Democracy (Edited by), Rockefeller Foundation, in “SourceWatch” (https://www.sourcewatch.org/index.php/Rockefeller_Foundation).
[10] Cfr. Edward D. Frohlich, Leadership in American Medicine as I See It: A Background in the Beginning, in “Ochsner Journal”, Vol. 12, Issue 4 (December 2012), pp. 302-307 (https://www.ochsnerjournal.org/content/12/4/302.abstract).
[11] Cfr. Paul Starr, The Social Transformation of American Medicine, New York, Basic Books Publishers, 1982, Chap. Three “The Consolidation of Professional Authority, 1850-1930”, pp. 79-144 (in particolare: pp. 118-127).
[12] Cfr. Thomas Neville Bonner, Iconoclast: Abraham Flexner and a Life in Learning, Baltimore (MD), Johns Hopkins University Press, 2002, pp. 43-49.
[13] Cfr. Medical Education in the United States and Canada: A Report to the Carnegie Foundation for the Advancement of Teaching | By Abraham Flexner | With an Introduction by Henry S. Pritchett President of the Foundation | Bulletin Number Four (1910) | 437 Madison Avenue New York City 10022 | The Carnegie Foundation for the Advancement of Teaching. 1910.
[14] «The report’s recommendations contributed to the closure of five out of seven established medical schools that primarily trained Black physicians. In subsequent years, the number of trained Black physicians diminished greatly, while the number of White physicians increased»: Health & Medicine 1910: The Flexner Report, in How History Has Shaped Racial and Ethnic Health Disparities: A Timeline of Policies and Events, in “KFF: The independent source for health policy research, polling, and news” (https://www.kff.org/how-history-has-shaped-racial-and-ethnic-health-disparities-a-timeline-of-policies-and-events?entry=1900-to-1929-the-flexner-report).
[15] Cfr. David DeLeon, The American as Anarchist: Reflections on Indigenous Radicalism, Baltimore (MD) and London (UK), The Johns Hopkins University Press, 1978, pp. 176-179.
[16] Cfr. Ivan Illich, Limits to Medicine. Medical Nemesis: The Expropriation of Health, London, Marion Boyars, 1976 [1ª edizione: Medical Nemesis: The Expropriation of Health, London, Calder & Boyars, 1975], trad. it. Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Milano, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2004 [1ª edizione: Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1977].
[17] Cfr. Harris L. Coulter, Divided Legacy cit., Vol. III Science and Ethics in American Medicine 1800-1914 [1ª edizione: Divided Legacy: The Conflict Between Homoeopathy and the American Medical Association, Berkeley (CA) North Atlantic Books, 1982].
[18] Cfr. James C. Whorton, Nature Cures: The History of Alternative Medicine in America, New York (NY) and Oxford (UK), Oxford University Press, 2002, pp. 101-119 e pp. 123-134.





