Il governo britannico annuncia nazionalizzazione di British Steel
L’acciaio è tornato a essere una materia prima della potenza e non per una semplice questione economica, ma per una ragione strategico-militare.
In questo preciso momento, in un’epoca complessa di riassetto mondiale la capacità di produrre acciaio significa poter costruire navi militari, sottomarini, portaerei, carri armati, munizioni, infrastrutture critiche, reti ferroviarie, impianti energetici e sostenere un’industria della difesa autonoma.
Non solo i nuovi corridoi composti di infrastrutture ma consideriamo che è il riarmo che è tornato al centro delle strategie delle grandi potenze, quindi chi controlla l’acciaio controlla una parte essenziale della sovranità di uno Stato.
La decisione del governo britannico guidato da Keir Starmer, il quale è ancora Primo Ministro, di riportare sotto il controllo pubblico l’acciaieria British Steel.
Non è il salvataggio di un’azienda in difficoltà, ma una scelta di sicurezza nazionale che segna il ritorno dello Stato come garante delle proprie capacità industriali strategiche.
Per oltre trent’anni il mondo occidentale ha creduto che fosse possibile esternalizzare la produzione industriale, affidando al mercato globale ciò che un tempo rappresentava il cuore della potenza economica degli Stati.
L’acciaio sembrava appartenere a un’altra epoca, quella delle grandi acciaierie e delle politiche industriali del Novecento, la globalizzazione aveva convinto molti governi che non fosse importante chi possedesse un’impresa strategica, purché producesse utili, garantisse occupazione e rimanesse competitiva. Oggi quella convinzione si sta sgretolando.
La vicenda di British Steel è emblematica.
L’azienda era controllata dal gruppo cinese Jingye, che l’aveva acquisita nel 2020 dopo anni di perdite, il gruppo ha chiesto al governo britannico un ingente sostegno finanziario per mantenere operativi gli impianti, ma fallito il negoziato, è emerso il rischio concreto della chiusura degli altiforni di Scunthorpe, gli ultimi in grado di produrre acciaio vergine nel Regno Unito.
Quando una potenza straniera acquisisce un’infrastruttura industriale strategica, il problema non è l’investimento in sé, il problema nasce quando quella capacità produttiva diventa uno strumento di pressione e ricatto sullo Stato che la ospita.
Se il proprietario estero decide di interrompere la produzione, ridurre gli investimenti o subordinare la continuità industriale all’ottenimento di aiuti pubblici, le conseguenze non ricadono sull’investitore, ma sull’interesse nazionale del Paese.
La globalizzazione aveva promesso efficienza, la geopolitica ha riportato al centro il tema della vulnerabilità.
Per Londra la perdita degli ultimi altiforni non avrebbe significato soltanto migliaia di posti di lavoro in meno, ma avrebbe significato perdere la capacità di produrre acciaio primario, diventando dipendente dall’estero proprio mentre il mondo entra in una fase di crescente competizione strategica.
Per questo il governo britannico è intervenuto, introducendo una normativa che facilita il controllo pubblico delle imprese siderurgiche e avviando il percorso di nazionalizzazione di British Steel, che non è un caso isolato.
Anche l’Unione europea sta modificando profondamente il proprio approccio. Dopo anni nei quali la competitività era affidata quasi esclusivamente al libero mercato, Bruxelles considera oggi l’acciaio un settore strategico da preservare.
Il riarmo europeo, la guerra in Ucraina, la competizione con Cina e Stati Uniti richiedono la necessità di rafforzare la base industriale della difesa e di garantire la sicurezza delle filiere che stanno riportando la siderurgia al centro delle politiche industriali dell’Unione.
Non pensiamo che sia un ritorno al protezionismo ideologico, ma alla consapevolezza che esistono comparti che non possono essere lasciati esclusivamente alle logiche del mercato globale.
Energia, semiconduttori, terre rare, infrastrutture digitali, cantieristica navale e acciaio sono diventati elementi della sicurezza nazionale prima ancora che dell’economia e la “lezione” dovrebbe essere chiara.
British Steel racconta una trasformazione del modello di globalizzazione che aveva separato economia e sicurezza ed oggi queste due dimensioni tornano a coincidere.
L’acciaio è uno di quei materiali apparentemente invisibili che sostengono l’intera architettura del potere. Per questo Londra è intervenuta e per questo Bruxelles sta cambiando politica industriale.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


