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La sfida americana al socialismo esangue

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La sfida americana

Un’opportunità per la socialdemocrazia

Il social-comunismo, dopo la fine dell’Unione sovietica, è passato armi e bagagli alla finanza neo liberale globalista, diventando altro da sé, ossia progressismo.

Il mutamento radicale del socialismo ha messo da parte la socialdemocrazia uscita dalla svolta di Bad Godesberg, in quanto non funzionale alla nuova era del globalismo.

Molti social-comunisti hanno conservato, come una sorta di illusoria, quanto falsa, fedeltà alla loro storia lo schema hegeliano, che nella versione social-comunista è il materialismo dialettico marxista.

Con il berrettino marxista e l’armamentario hegeliano del materialismo dialettico, i social-comunisti si sono sentiti assolti dal passaggio diretto dal popolo alla finanza, dalla classe alla massa, dalla difesa dei più deboli alla sudditanza ai più forti.

Non contenti dell’asservimento, ne hanno sposato l’ideologia, passando dall’homo economicus all’homo deus senza fare una piega. Hanno finto di difendere i diritti, quando questi venivano quotidianamente ridotti e calpestati.

È così accaduto che la destra si è appropriata dei diritti sociali, economici, del welfare e si è proposta di soddisfarli, mentre i social-comunisti si sono dati al green, al gender, alla cancel culture, al transumanesimo e a tutte le idiozie che il globalismo è riuscito a elaborare.

Dall’America trumpiana ora arriva una sfida che parte dalla considerazione che il globalismo è finito e che il mondo che aveva pensato come definitivo (l’idiozia della fine della storia) è miseramente finito.

La nuova sfida è riassumibile nel “capitalismo nazionale”, dando una base materiale alla potenza americana dopo decenni di deindustrializzazione. La sfida significa riaprire fabbriche, disciplinare i magnati, favorire un’economia più plurale e geograficamente meglio distribuita, il tutto tramite uso aggressivo di dazi, politiche antitrust, politica industriale.

Carlos Roa, su Limes di febbraio, scrive in merito alla sfida americana: “L’arte di governo economica è oggi lo strumento decisivo della potenza americana. Nella lista di priorità della Strategia di sicurezza nazionale, circa la metà riguarda l’economia: commerci equilibrati, sicurezza mineraria, indipendenza delle filiere, supremazia energetica, reindustrializzazione (in particolare bellica), conservazione della preponderanza finanziaria. È un riconoscimento che la sicurezza americana dipenderà d’ora in avanti dalla produttività e che la proiezione di potenza militare oltremare esiste anzitutto per centrare l’obiettivo di mantenere le industrie in funzione e le filiere produttive lontane da mani ostili”.

“L’unica strada percorribile – aggiunge Roa – è una svolta deliberata verso il nazionalismo economico guidato dallo Stato, giustificato dal linguaggio della sicurezza, perché soltanto un paese in grado di continuare a produrre ciò di cui ha bisogno può dirsi sicuro. Il neoliberismo ha speso quattro decenni a convincere le élite occidentali che la prosperità potesse andare a credito all’infinito e che la manifattura potesse essere delocalizzata senza conseguenze. Allo stesso modo, le élite sono state convinte che il debito sovrano, aziendale e persino privato potesse in teoria aumentare per sempre, fintanto che fossero rimasti stabili alcuni pilastri: il dollaro come riserva mondiale, la volontà della Federal Reserve di comprare titoli del Tesoro eccetera. Il risultato è un paese il cui debito federale sta «andando a sbattere lentamente», secondo J. P. Morgan, le cui imprese finanziano il riacquisto di proprie azioni con denaro in prestito, le cui famiglie affogano nei debiti, il cui tasso di partecipazione al mondo del lavoro non si è mai ripreso dal 2008 e la cui base industriale è stata smantellata e spedita all’estero, creando pericolose dipendenze da un rivale che non ha mai creduto nelle promesse neoliberiste”.

Roa pone un interrogativo fondamentale per chi pensa di essere sensibile ad una società democratica e socialmente equa e orientata al bene comune.

“Possono – scrive Roa – le democrazie occidentali, America inclusa, sostenere programmi di welfare sempre più costosi […] se la base necessaria a sostenere quei sistemi collassa? Il buon senso dice no, da qualche parte qualcosa deve cedere. L’unica opzione per le economie occidentali, ma soprattutto per gli Stati Uniti, è ripiegarsi su di sé e ricostruire le basi materiali della potenza attraverso quello che chiamo «capitalismo nazionale»: un programma sistematico di politica industriale diretta dallo Stato. Un insieme di protezionismo, antitrust, sussidi per i settori strategici e deliberata (benché discreta) subordinazione della finanza alla produttività. A ciò si aggiunge una condizione unica agli Stati Uniti: trasformare le alleanze esistenti in meccanismi per estrarre capitale e tecnologia da soci che vogliono continuare ad accedere al mercato e alla protezione dell’America. Questo programma è in fase di attuazione, ovviamente non senza la resistenza degli attori economici e istituzionali che più ci rimettono”.

Nazionalismo economico, intervento dello Stato, produttività, welfare, son i temi della socialdemocrazia, ossia di quella forma di socialismo che è stata cancellata in Europa dalla svendita di sé stessi dei social-comunisti alla finanza globalista, dopo aver eliminato completamente Bad Godesberg e la Mitbestimmung (partecipazione).

Nella sua lectio magistralis al Senato della Repubblica italiana, Joseph Ratzinger asseriva: “Torniamo all’Europa. Ai due modelli di cui parlavo prima se ne è aggiunto ancora nel XIX secolo un terzo, ossia il socialismo, che si suddivise presto in due diverse vie, quella totalitaria e quella democratica. Il socialismo democratico è stato in grado, a partire dal suo punto di partenza, di inserirsi all’interno dei due modelli esistenti, come un salutare contrappeso nei confronti delle posizioni liberali radicali, le ha arricchite e corrette. Esso si rivelò qui anche come qualcosa che andava al di là delle confessioni: in Inghilterra esso era il partito dei cattolici, che non potevano sentirsi a casa loro né nel campo protestante-conservatore, né in quello liberale. Anche nella Germania guglielmina il centro cattolico poteva sentirsi più vicino al socialismo democratico che alle forze conservatrici rigidamente prussiane e protestanti. In molte cose il socialismo democratico era ed è vicino alla dottrina sociale cattolica, in ogni caso esso ha considerevolmente contribuito alla formazione di una coscienza sociale. Il modello totalitario, invece, si collegava con una filosofia della storia rigidamente materialistica e ateistica: la storia viene compresa deterministicamente come un processo di progresso che passa attraverso la fase religiosa e quella liberale per giungere alla società assoluta e definitiva, in cui la religione come relitto del passato viene superata e il funzionamento delle condizioni materiali può garantire la felicità di tutti”.

Il socialismo democratico, del quale parla Joseph Ratzinger, uno dei più lucidi intellettuali mitteleuropei, poi diventato Papa Benedetto XVI, è quello del Programma di Bad Godesberg (Godesberger Programm), che ha segnato l’abbandono formale del marxismo da parte della socialdemocrazia tedesca (SPD).

Approvato il 15 novembre 1959 nel congresso straordinario del Partito Socialdemocratico Tedesco a Bad Godesberg, questo documento rappresenta una svolta epocale nella storia della socialdemocrazia europea.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la SPD era rimasta a lungo ancorata a un’impostazione marxista-rivoluzionaria ereditata dai programmi precedenti (come quello di Erfurt del 1891 e Heidelberg del 1925). Tuttavia, le sconfitte elettorali pesanti del 1953 e 1957 contro la CDU di Konrad Adenauer, il successo clamoroso dell’economia sociale di mercato (Soziale Marktwirtschaft) nella Germania Ovest, la Guerra Fredda e la necessità di distinguersi nettamente dal comunismo sovietico e dalla SED della Germania Est, avevano reso insostenibile continuare a presentarsi come partito di classe operaia con prospettiva di superamento rivoluzionario del capitalismo.

Il programma di Bad Godesberg segna l’abbandono del materialismo storico e del determinismo economico marxista (non si parla più di crollo inevitabile del capitalismo né di dittatura del proletariato); la rinuncia all’obiettivo della socializzazione dei mezzi di produzione come fine primario (viene accettata l’economia di mercato e la proprietà privata come base dell’economia); la trasformazione da partito di classe a Volkspartei (partito popolare) della SPD (apertura a tutti i ceti sociali, non solo agli operai; il riconoscimento delle radici etiche multiple (il socialismo viene ancorato anche all’etica cristiana, all’umanesimo classico e al liberalismo, non più solo al marxismo) e, infine, l’accettazione del sistema democratico-parlamentare e dell’economia sociale di mercato come quadro entro cui realizzare riforme graduali e giustizia sociale.[i]

La sfida che viene dall’America impatta sul Vecchio Continente, proponendo il capitalismo nazionale, che significa sovranismo politico e chiedendo ai vari soggetti sociali una partecipazione che sappia unire gli interessi della produttività economica a quelli del welfare.

Siamo di fronte ad un mutamento totale di paradigma, al quale non si può rispondere con lo schema hegeliano come alibi e la sottomissione reale alla finanza.

La socialdemocrazia, in questa nuova stagione, può ritrovare una nuova occasione, sempre che ne abbia la volontà.

Sovranismo e Bad Godesberg, produttività e Mitbestimmung. Nuove alleanze per nuovi orizzonti.

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Note

[i] Il Programma di Bad Godesberg (Godesberger Programm), approvato il 15 novembre 1959 dal congresso straordinario della SPD a Bad Godesberg, è un documento fondamentale della socialdemocrazia tedesca post-bellica. Non è lunghissimo (circa 20 pagine nel testo originale), ma è strutturato in sezioni chiare.

Il testo integrale originale è in tedesco e disponibile sul sito ufficiale della SPD spd.de.

Esiste anche una versione inglese su German History in Documents and Images.

Struttura del programma

  1. Einleitung (Introduzione)
  2. Grundwerte des Sozialismus (Valori fondamentali del socialismo)
  3. Grundforderungen für eine menschenwürdige Gesellschaft (Esigenze fondamentali per una società degna dell’uomo)
  4. Die staatliche Ordnung (L’ordinamento statale)
  5. Landesverteidigung (Difesa nazionale)
  6. Wirtschafts- und Sozialordnung (Ordinamento economico e sociale)
    • Stetiger Wirtschaftsaufschwung (Crescita economica costante)
    • Eigentum und Macht (Proprietà e potere)
    • Einkommens- und Vermögensverteilung (Distribuzione del reddito e della ricchezza)
    • Agrarwirtschaft (Economia agraria)
    • Die Gewerkschaften in der Wirtschaft (I sindacati nell’economia)
  7. Soziale Verantwortung (Responsabilità sociale)
  8. Frau – Familie – Jugend (Donna – Famiglia – Gioventù)
  9. Das kulturelle Leben (La vita culturale)
    • Religion und Kirche (Religione e Chiesa)
    • Die Schule (La scuola)
    • Die Wissenschaft (La scienza)
    • Die Kunst (L’arte)
  10. Internationale Gemeinschaft (Comunità internazionale)
  11. Unser Weg (La nostra via)

Introduzione

«Questo è il paradosso del nostro tempo: l’uomo ha liberato l’energia atomica e ora ne teme le conseguenze; l’uomo ha sviluppato al massimo le forze produttive, ha accumulato immense ricchezze, senza garantire a tutti una giusta partecipazione a questo sforzo comune; l’uomo ha sottomesso gli spazi della terra, ha avvicinato i continenti, ma ora blocchi di potere armati fino ai denti separano i popoli più che mai e sistemi totalitari minacciano la sua libertà».

Valori fondamentali del socialismo –

Il passaggio più citato e simbolico dell’abbandono del marxismo: «Il socialismo democratico aspira a un ordinamento sociale in cui ogni essere umano possa sviluppare liberamente la propria personalità. Esso affonda le sue radici nella cultura occidentale, nel cristianesimo, nell’umanesimo e nella filosofia classica».

Sulla proprietà e sull’economia: «La libera concorrenza e l’iniziativa libera sono componenti importanti di un’economia sociale di mercato. […] Tanta concorrenza quanto possibile, tanta pianificazione quanto necessario». E ancora: «La proprietà privata dei mezzi di produzione ha diritto alla protezione e alla promozione, nella misura in cui non ostacoli un ordinamento sociale giusto». Conclusione –

Il programma si chiude con: «Il socialismo non è una rivelazione, non è un sistema finito. È un compito che deve essere risolto ogni giorno di nuovo».

Il testo completo in inglese è reperibile qui: https://germanhistorydocs.org/en/occupation-and-the-emergence-of-two-states-1945-1961/godesberg-program-of-the-spd-november-1959 (o in PDF associato).

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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