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LA PROPAGANDA CONTRO ISRAELE

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Le bugie su Israele: dalla Guerra dei Sei Giorni alla guerra dell’ignoranza
Quando la verità è un’opinione e la storia un alibi.
C’è un tratto comune in ogni discussione su Israele: tutti hanno un’opinione, pochissimi hanno letto i documenti, e quasi nessuno ha mai messo piede in Medio Oriente.
È così che nascono le verità prefabbricate – quelle che si citano “perché l’ha detto un giornale”, “perché l’ha scritto un professore”, “perché l’ha condiviso un influencer”.
La tragedia del conflitto israelo-palestinese non è solo politica: è epistemologica.
Si combatte non solo con le armi, ma con le menzogne.
La nascita della “narrazione legittima”
Tutto comincia nel giugno del 1967.
La Guerra dei Sei Giorni dura meno di una settimana, ma basta per riscrivere mezzo secolo di geopolitica.
Israele vince in modo schiacciante contro Egitto, Siria e Giordania, conquistando il Sinai, le Alture del Golan, Gaza e la Cisgiordania.
Ma da quella vittoria nasce un paradosso: il vincitore diventa il colpevole.
Nel giro di pochi mesi la diplomazia internazionale trasforma un’azione di difesa preventiva (storicamente documentata) in un simbolo di “espansionismo coloniale”.
È qui che nasce la prima grande bugia: che Israele abbia iniziato la guerra.
La realtà, confermata da documenti CIA e archivi arabi, è che i Paesi confinanti avevano mobilitato centinaia di migliaia di uomini lungo i confini e chiuso lo Stretto di Tiran – un atto di guerra a tutti gli effetti.
Ma quella parte della storia non fa notizia: la propaganda funziona meglio se ha un cattivo chiaro.
La legalità selettiva
Dopo il 1967, arriva l’altra parola magica: “illegalità”.
Le risoluzioni ONU diventano citazioni selettive, brandite come armi retoriche.
Tutti citano la 242, pochi l’hanno letta.
Parla di “ritiro da territori occupati”, non da tutti i territori.
La differenza di un articolo indeterminato, ma decisiva.
Il diritto internazionale viene piegato a seconda di chi lo pronuncia: per Israele è “ambiguità diplomatica”, per gli oppositori è “violazione strutturale”.
E così si impone un altro mito: quello dell’“illegalità permanente” di Israele, che serve più a semplificare le colpe che a risolvere le cause.
Il mito della colonizzazione eterna
Negli anni Ottanta e Novanta, quando l’URSS implode e il mondo riscopre la parola “imperialismo”, Israele diventa l’alibi perfetto.
Un Occidente pieno di sensi di colpa trova un nuovo colpevole su cui scaricare la propria frustrazione post-coloniale.
Israele diventa “colonizzatore” anche se la sua popolazione è composta in larga parte da rifugiati, ebrei scappati da Paesi arabi dove erano cittadini di serie B.
La narrativa cambia pelle ma non sostanza: da Davide circondato da eserciti ostili, Israele diventa improvvisamente Golia, il gigante che schiaccia i deboli.
L’inversione morale è servita.
E i giornali, come sempre, seguono la corrente che vende.
Il marketing della memoria
Ogni conflitto ha la sua estetica.
Quello israelo-palestinese ha la sua iconografia: la pietra contro il fucile, il muro contro la mano, l’occupante contro il profugo.
Funziona, perché è immediata.
Non serve leggere, basta guardare.
E chi controlla le immagini controlla le coscienze.
La storia reale, invece, è fatta di compromessi rifiutati, trattati non firmati, corruzione endemica nelle leadership palestinesi e una quantità imbarazzante di soldi internazionali finiti nel nulla.
Ma questo non si vede in una foto.
Meglio un frame di dieci secondi con un drone e una caption indignata.
Così si costruisce una moralità prêt-à-porter: indignarsi costa zero, capire costa fatica.
L’ignoranza come identità
Oggi discutere di Israele è diventato un atto di appartenenza.
Non serve sapere, basta schierarsi.
Chi cita Golda Meir è “reazionario”.
Chi cita Chomsky è “progressista”.
Chi dice “due popoli, due Stati” crede di essere moderato, ma ripete un mantra che nessuno ha più intenzione di realizzare.
Il problema è che la maggior parte delle persone che parlano di Israele non ha idea di dove inizi la West Bank, cosa significhi Area C, o quale sia la differenza tra un insediamento e un kibbutz.
Eppure si permettono di parlare di “legittimità” e “diritto internazionale” come se fossero testimoni oculari.
È la geopolitica da salotto: indignazione istantanea, competenza opzionale.
Il vero conflitto
La verità è che la questione israelo-palestinese è rimasta intrappolata in due estremi: la propaganda israeliana e la propaganda anti-israeliana.
Entrambe selettive, entrambe utili, entrambe false nella misura in cui semplificano ciò che è complesso.
Nel mezzo c’è la realtà: due popoli incapaci di separarsi, due leadership logore, e un mondo che preferisce tifare piuttosto che risolvere.
La vera guerra oggi è contro la conoscenza.
Contro la superficialità elevata a opinione.
Contro l’idea che leggere due titoli equivalga a capire settant’anni di storia.
Lì nasce il bias: nella presunzione di essere informati.
La verità non ha confini. Solo editori.
“Ho letto sui giornali” – è tutto qui il dramma.
Lì dentro c’è l’arroganza di chi confonde informazione con verità.
Israele, come ogni Paese, ha colpe, limiti, eccessi. Ma non merita di essere ridotto a metafora morale per compensare le nevrosi dell’Occidente.
Chi vuole davvero capire, deve sporcarsi le scarpe di sabbia e non solo le mani di tastiera.
Perché il Medio Oriente non si capisce da lontano, e la verità non si trova nei titoli.
Si trova tra le righe che nessuno legge, nei documenti che nessuno cita, e nelle sfumature che nessuno sopporta.
Il resto è solo rumore: un rumore comodo, fatto di pregiudizi, hashtag e analfabetismo storico travestito da coscienza civile.

Autore

  • Redazione

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