Da vaste tendenze di sviluppo, impersonali e remote, dipende l’amara esistenza di coloro che restano esclusi dal “circuito produttivo moderno”
I giovani in cerca di primo impiego, i disoccupati e gli inoccupabili, coloro che non hanno potuto darsi, per quanto abbiano lottato, un mestiere adatto a questa società “tecnologica”, dove tutto cambia con angosciosa rapidità.
Sembra una spietata analisi del presente che viviamo nel nostro paese, ma invece si tratta di un passaggio di un editoriale di Arrigo Levi sulla “Stampa” di Torino del 13 maggio 1973, all’epoca diretta dall’autorevole giornalista e politologo di livello internazionale.
Dunque, a distanza di 53 anni, in uno scenario geopolitico profondamente mutato, i problemi italiani non sono cambiati, con la disoccupazione a cui si aggiungono l’aumento dei prezzi anche a causa di un nuovo shock petrolifero conseguente all’attacco degli Stati Uniti all’Iran, la perdita del potere d’acquisto, in generale incertezza sul futuro.
E allora come oggi, il partito che esprime il premier, di gran lunga quello con più consensi, è in crisi: nel 1973 preparando la consultazione referendaria abrogativa dell’anno seguente, quella sul divorzio; oggi dopo l’esito del referendum consultivo sull’ordinamento giudiziario, entrambi con conseguenze politiche disastrose, al tempo per la Democrazia cristiana e ora per Fratelli d’Italia.
Non è cambiato nulla, quindi? Niente affatto, dal 1973 ad oggi si è passati per convenzione politologica dalla I alla II Repubblica, le elezioni politiche si svolgono quasi senza preferenze, annullando il valore della partecipazione dal basso nella vita dei simulacri di partito che, senza strutture sul territorio, organizzano, anzi gestiscono la politica, fatta eccezione per la lodevole azione dei movimenti civici e di buon governo soprattutto al Sud.
Le stesse interferenze degli Usa nelle dinamiche politiche italiane, come quella al tempo di Kissinger contro l’ipotesi di “compromesso storico” tra DC e Pci, con le ombre sulla vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, si sono trasformate in supina acquiescenza nei confronti dell’attuale inquilino della Casa Bianca, le cui azioni stanno progressivamente vulnerando il modello di democrazia occidentale, con misure straordinarie adottate a giustificazione di uno “stato di eccezione”, quale espressione di un potere sovrano autolegittimato che sospende le leggi.
Una condizione, quest’ultima, evocatrice delle teorie di uno dei maggiori filosofi del diritto del Novecento, Carl Schmitt.
Ma, soprattutto, la differenza si coglie nella qualità della classe politica.
Nel 1973 il partito di maggioranza relativa, la DC, esprimeva, tra gli altri, leader come Moro, Fanfani e Andreotti, diversi tra loro per storia e formazione culturale, ma espressivi delle caratteristiche di all catch party.
Il Partito comunista con Enrico Berlinguer tentava, pur con molte contraddizioni e incertezze, di superare la sudditanza dall’Unione Sovietica, riconoscendo il valore delle istituzioni liberaldemocratiche e del pluralismo.
Il Partito socialista di Nenni, De Martino e Mancini iniziava lentamente quel percorso di approdo alla tradizione riformista delle socialdemocrazie europee sviluppato poi da Bettino Craxi, sino a quella fase politica richiamata dal Psdi di Saragat.
I partiti di ceppo risorgimentale, sia di tradizione mazziniana che cavourriana, rappresentavano la cultura della democrazia laica, diversi e distinti tra di loro, i repubblicani guidati da Ugo La Malfa con le tesi sulla programmazione economica di derivazione keynesiana, i liberali di Malagodi sulla scia di Luigi Einaudi sostenendo il libero mercato.
E, fuori dall’arco costituzionale, i neofascisti del MSI di Almirante, mentre già significativa, fuori dalle istituzioni, era l’azione per i diritti civili dei radicali di Marco Pannella, senza dimenticare il laboratorio culturale e politico costituito dai vari movimenti extra-parlamentari di sinistra.
Le stesse forze sociali esprimevano un personale dirigente di primissimo piano, con la Confindustria guidata dal 1974 dal più importante industriale italiano, Gianni Agnelli, a cui nel 1976 successe l’ex governatore di Bankitalia Guido Carli.
I sindacati, allora, rappresentavano uno dei maggiori poteri non solo sul versante delle decisioni in materia economica, ma anche sul terreno politico, avendo superato i vecchi schemi della I e della II Internazionale socialista, del sindacalismo cattolico e di quello rivoluzionario.
CGIL, CISL, UIL, guidate da Luciano Lama erede di Giuseppe Di Vittorio, Bruno Storti e Raffaele Vanni, con l’avanguardia della Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici e leader prestigiosi come Bruno Trentin, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto, in quella fase storica rappresentavano un movimento sindacale tra i più forti a livello mondiale – al pari delle Trade Unions inglesi, del DGB tedesco e dell’AFLO – CIO in America – nei cui confronti, avendo riunificato politica ed economia, si muovevano accuse di “pansindacalismo”.
Oggi, assistiamo ad una classe dirigente nazionale inadeguata sul piano culturale e improvvisata su quello gestionale, che sovente sfocia nel ridicolo e che riscontra l’affermazione – invero tardiva e autoaccusatoria – dello scomparso procuratore della Repubblica di Milano, che coordinava il cosiddetto “Pool Mani pulite”, Francesco Saverio Borrelli: non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale.
Per quello attuale molto aderente è il verso dantesco, contenuto nel canto VI del Purgatorio della “Divina Commedia”: Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello.


Maurizio Ballistreri, Ordinario ab. di Diritto del Lavoro Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell'Università di Messina. Delegato della Rettrice dell'Università di Messina alle Relazioni sindacali. Direttore degli "Annali" della Facoltà di Economia dell'Università di Messina. Componente del Centro de Estudos, Jurídicos Económicos e Ambientais dell'Universidade Lusíada di Lisbona. Rank Full Teaching Professor International Academy of Social Sciences of Catholic University of New Spain, Florida, USA. Presidente Istituto di Studi sul Lavoro, Roma.


