Sul piano economico l’Italia ormi da molti anni non ha una politica economica orientata a promuovere e sostenere la crescita, congiuntamente ad un vero smarrimento di una propria politica industriale, anche per le imposizioni dell’Unione Europea.
I Governi hanno concentrato la loro attenzione esclusivamente al miglioramento dei conti pubblici, con scelte che hanno pesantemente penalizzato i lavoratori dipendenti, i giovani e i pensionati.
Il necessario perseguimento di politiche volte al risanamento è stato fine a sé stesso ed ha avuto come conseguenza quella di aggravare la recessione in atto nel nostro sistema economico e produttivo.
Il limite maggiore dell’azione economica dei Governi è stato proprio quello di non sostenere sviluppo e crescita.
Da anni è in atto, in Italia, un processo di cambiamento che ha modificato la geografia dello sviluppo, ha venduto beni pubblici con le privatizzazioni, ha impoverito lo Stato e i cittadini.
Nel nostro Paese, infatti, si è prodotta una situazione in cui, oggi, non può considerarsi civile e con uguali diritti, una società, se sceglie di non curare un anziano per salvare un cittadino più giovane; non lo è quando viola la libertà degli individui senza essere legittimata da nessuna regola democratica; non è civile quando impone la scelta fra il diritto alla vita, come nel periodo del coronavirus se non si accetta di restare in clausura oppure si limita il diritto al lavoro, quando si impone un pass per andarci e conseguentemente si riduce lo stipendio.
Non è civile quando il mondo del lavoro continua a licenziare e quando il lavoro non si trova se non con caratteristiche di contratti flessibili, negando la possibilità di farsi una famiglia perché si vive nel precariato. Oppure quando un’intera generazione, rischia di non trovare mai il lavoro. Non è una società di pari opportunità quando vi sono pochi ricchi e tanti poveri.
Per questo si è determinata una condizione in cui diritti e tutele si sono ridotte a poca cosa, come pure il Welfare.
Di fronte a tutto questo Pertanto, da tutte le rappresentanze politiche e sociali deve venire una nuova iniziativa che metta al centro della discussione politica la ricerca di nuove proposte, di nuove regole e nuovi diritti, quale prospettiva per gli anni a venire.
Occorrono programmi diversi, più ampi e complessi da discutere; occorre far vivere una concezione della “coesistenza” fra esperienze di pari dignità che ancora stenta ad essere accettata; occorre guardare con occhi attenti al rinnovamento, senza mostrare pericolose indifferenze; occorre ritrovare un rapporto con i giovani.
Su queste basi si può dare davvero l’addio al passato e trovare nuovi assetti costruttivi da porre a confronto.
Si devono rilanciare valori e solidarietà, coesione e certezze.
Troppi in questi anni hanno lavorato per distruggere la cultura del dialogo e del rispetto dell’altro ed hanno accentuato le difficoltà delle istituzioni, mettendone in risalto soltanto gli errori e, così facendo, hanno delegittimato i rappresentanti delle istituzioni stesse e qualsiasi elemento di partecipazione democratica.
Bisogna, invece, essere capaci di proporre “un patto per il progresso” tra soggetti autonomi, portatori di interessi diversi e con gradi diversi di responsabilità istituzionale, culturale e sociale, ma tutti uniti contro il rischio di imbarbarimento della convivenza civile.
La parte sana della società deve evidenziare nel Paese il comune sentire circa l’urgenza di porre fine alla perdurante situazione di povertà economica e infrastrutturale e quindi avanzare la richiesta di contribuire a ridefinire “regole nuove”, capaci di garantire il delicatissimo passaggio politico–istituzionale, che stiamo vivendo.
Diventa, quindi, pressante un impegno comune affinché il confronto sia ricondotto nell’ambito e nel rispetto dei diversi ruoli istituzionali, seppure nel contesto di una dialettica di contrapposizione politica.
E, in una società in cui la democrazia rappresentativa sembra al tramonto, la gente vive la politica come un corpo estraneo, lontano, inafferrabile.
In aggiunta la “deriva leaderistica” ha concorso pesantemente a rafforzare questa espropriazione del diritto di poter partecipare alle decisioni collettive, autonomamente e criticamente, producendo crescenti fenomeni di rigetto nei confronti di “questa” politica, misurabile nell’aumento esponenziale del non–voto, o di movimenti anticasta la cui identità viene mistificata parlandone in termini di “antipolitica”.
Ne consegue che la violenza verbale, la delegittimazione reciproca di maggioranza e opposizione, vanno evitate perché eccitano intolleranza e scontro tra i cittadini.
La distorsione sistematica, invece, dei fatti e dei loro significati ad opera della demagogia e della propaganda o la verità celata dalla ragion di Stato o il perseguimento d’interessi spesso illegali o egoistici inducono una violenza psicologica nei cittadini con l’effetto di limitarne la libera determinazione dei comportamenti nell’esercizio dei diritti individuali e collettivi.
La trasparenza della vita pubblica è condizione delle scelte libere e responsabili delle persone. Se queste scelte non sono né libere né responsabili, la democrazia diventa finzione di riti e procedure formali con il vizio originario di una coscienza violata e offuscata.
In una democrazia rappresentativa non può non essere il Parlamento, ove si conduce una leale competizione tra maggioranza e opposizione, il luogo della più alta visibilità della libertà di coscienza.
La democrazia stessa ha bisogno di un consenso libero e critico dei cittadini, per non cadere nelle coazioni demagogiche di una propaganda politica alimentata dall’ignoranza, dalla disinformazione, dalla formazione intellettuale o subcultura faziosa.
Tutti sintomi che sembrano preparare l’eclissi della democrazia stessa, che prelude non ad un vero e profondo cambiamento, ma a possibili fuoriuscite autoritarie dalla crisi, nuove deleghe in bianco alla tecnocrazia o al populismo.
Si impone, pertanto, proprio alla luce di queste considerazioni, l’esigenza di ripensare le regole della convivenza democratica, perché la democrazia è riconoscimento reciproco, è garanzia di pluralismo, è tutela delle diversità, è doveri e diritti, tutti principi che nell’attuale realtà sembrano essere stati messi da parte.
Su queste tematiche le battaglie politiche e sociali possono essere ancora vincenti e soprattutto se continuano a rappresentare la società, i cittadini, i lavoratori, i giovani in una nuova ottica di partecipazione e non come comparse passive di scelte fatte da altri.
Esse devono imporre il recupero del confronto dialettico e che si svolga nella completa libertà d’espressione e nel rispetto dell’interlocutore. Solo così si rafforza il sistema democratico violato, da chi, invece, rifiuta il confronto.
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