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LA NEMESI DI ISRAELE

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di Angelo Giubileo
Il fenomeno culturale che chiamiamo “postmoderno” nasce sul presupposto della “fine di ogni metanarrazione”, prefigurata già agli inizi del secolo scorso dalla teoria della fisica quantistica.
E quindi pur sempre una teoria, che, come già accaduto in passato sotto altre forme, sostiene che l’uomo e l’intera umanità non sia capace di dare un significato vero e certo (direbbe anche Vico) a ciò che accade, all’essere in quanto tale. Ma, ad ogni proposito, occorre piuttosto chiarire.
Citando Vico, il passaggio per così dire successivo alla teoria della fine di ogni metanarrazione, si esplica definitivamente nella teoria della “fine della storia”, di inizio anni Novanta, espressa allora da Fukuyama. I cui esiti sono però sotto gli occhi di tutti… in attesa che il Tempo ritorni al governo della narrazione, che da sempre presiede al destino, incerto, dell’uomo.
Ma, se incerto, cosa c’entra allora il Tempo? Cosa il Tempo definisce esattamente? E allora, come dicevamo, occorre fare chiarezza.
Infatti anche questa storia è la storia di “Israele”. Così che è piuttosto il ciclo della postmodernita’ ad avviarsi al proprio compimento. Inizio e fine di un’epoca in cui gli uomini hanno combattuto, come narrato a proposito di Giacobbe, contro Dio, ovvero il Tempo, e gli uomini, verso un futuro di androidi; ma tuttavia, a differenza di Giacobbe stesso, senza la presunta e diversa consapevolezza di avere vinto.
Negli anni Sessanta del secolo scorso, dalle stanze del Mit di Boston, lo storico della scienza Giorgio de Santillana evidenziava come non scorgesse altra sintesi al di qua dell’orizzonte fisico, di là pertanto supposto metà(dopo)-fisico, e che  ciò che veniva appellato “virtuale” non fosse altro che un “arbitrio” della mente creatrice o programmatrice. Voleva dire che anche la narrazione della fisica quantistica nasceva da una pretesa, arbitraria, dell’uomo di conoscere il destino di tutto ciò che accade.
E quindi: allo stesso modo di Giacobbe, ferito al calcagno, anche l’uomo “virtuale” avrebbe in qualche modo sottostato alle leggi del Tempo. Leggi che diremmo noi oggi riguardano la fisica del Tempo, prima e dopo Abramo. E perché Abramo, e Isacco, e Giacobbe? Ovvero: i tre patriarchi di un’unica progenie, o religione monoteista, ebraica cristiana e islamica, tutti insieme?
Perché “un allievo chiese al Maestro: “Perché è detto Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe (Esodo 3, 6) e non il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe?” E il Maestro rispose: “Perché Isacco e Giacobbe non si appoggiarono sulla ricerca e il servizio di Abramo, ma ricercarono da sé l’unità del Creatore e servirono Dio in modo diverso da Abramo”. Ecco la via dell’individuazione”.
(R. Della Rocca, Identità e alterità nel pensiero ebraico, in In principio Dio creò, Humanitas 53 (4/1998), p. 653).
E allora ecco che riemerge di nuovo il significato “essenziale”, come direbbe Heidegger, del Tempo arcaico, che rappresenta piuttosto la relazione tra tutte le cose possibili che nel tempo cronologico formano l’essere. Il Tempo che è detto: eterno, cronologico e cairologico.
Ma: è questo “ciò che” diciamo “verità”, è questo ciò che Vico suggerisce sia “verum et certum factum est”?
No.
Il Tempo definisce le relazioni del mondo fisico, allo stesso modo che le leggi della meccanica quantistica e delle scienze contemporanee forgiate dal linguaggio relazionale della matematica, secondo un ordine sia cardinale che posizionale. L'”antico tesoro” in ogni caso fonda l’incertezza del destino, il sapere meta-fisico di non sapere ciò che accade.
Giacobbe, che in passato ne aveva usurpato il titolo di successione dinastica, famigliare ma anche nazionale o imperiale che sia, in futuro riconosce la supremazia del fratello maggiore e pertanto si riconcilia con lo stesso Esaù. Chissà che nel destino odierno di Israele non accada altrettanto, e il Patto di Abramo finisca per trovare una nuova attualizzazione (actualitas)… almeno fintanto che le leggi del Tempo lo conservino, dato che, oltre l’epoca postmoderna, riecheggia in eterno il detto di Qoelet, figlio di Davide: “c’è un tempo per ogni cosa”.
 

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  • Redazione

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