Home Politica LA MORTE DI NAVALNY OSTACOLA I CONTATTI PER CHIUDERE LA VICENDA UCRAINA

LA MORTE DI NAVALNY OSTACOLA I CONTATTI PER CHIUDERE LA VICENDA UCRAINA

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Non ha molta importanza la narrazione, qualsiasi narrazione essa sia, relativa alla morte del dissidente e principale oppositore russo Alexei Navalny, 47 anni, deceduto nella colonia carceraria artica numero 3 del distretto autonomo di Yamalo-Nenets per essersi sentito male dopo una passeggiata.

Quello che ha importanza è che un dissidente politico è stato detenuto dal gennaio del 2021, per scontare una pena di 19 anni di carcere, in una colonia artica che ricorda i gulag e che è stato più volte punito per futili motivi, come, ad esempio, per non essersi allacciato bene la divisa carceraria.

Sarà morto per un accidente qualsiasi, oppure sarà morto perché lo si è fatto morire? Non lo sapremo mai. E’ morto.

Rimane il fatto che uno degli ultimi messaggi su X dell’oppositore russo risale alle tre di pomeriggio del 14 febbraio, due giorni prima del suo decesso e nel messaggio si legge: “Il carcere di Yamal ha deciso di battere il record di Vladimir allo scopo di adulare e compiacere le autorità di Mosca. Mi hanno appena dato 15 giorni in una cella di punizione. Questa è la quarta cella di punizione in meno di 2 mesi che sono con loro”.

Vogliamo classificare i carcerieri di Alexei Navalny come aguzzini? Sono aguzzini. C’è una tracotanza nazi-stalinista in certi comportamenti che fa ribrezzo ad ogni coscienza civile.

L’annuncio della morte del dissidente russo è stato dato dal servizio penitenziario nazionale della Russia.  “Il 16 febbraio il detenuto A.A. Navalny si è sentito male dopo una passeggiata, perdendo quasi subito conoscenza – si legge in una nota del servizio penitenziario – Immediatamente è arrivato il personale medico dell’istituto ed è stata chiamata un’ambulanza. Sono state eseguite tutte le misure di rianimazione necessarie, che non hanno dato risultati positivi. I medici dell’ambulanza hanno quindi dichiarato il decesso del detenuto”.

Le autorità locali precisano inoltre di “non aver mai ricevuto lamentele formali” da parte di Navalny durante la sua detenzione. Una buffonata di pessimo gusto, tipico di chi, da aguzzino, ha perso anche il minimo senso della dignità.

Anche nei campi di concentramento nazisti e nei gulag di Stalin nessuno si lamentava e se anche si fosse lamentato nessuno lo avrebbe ascoltato o, peggio, qualcuno lo avrebbe punito.

Il fatto è che Navalny non si è lamentato; ha protestato sin dall’inizio, dichiarandosi innocente e prigioniero politico, vittima di un regime dispotico.

Tre giorni fa il braccio destro dell’oppositore russo, Leonid Volkov, aveva detto che Navalny era “in condizioni psicofisiche sorprendentemente buone” e che non temeva per la sua vita, assicurando di “sentirsi al sicuro”.

Sui social media la madre di Navalny, Lyudmila Ivanovna Navalnaya, stando a quanto riporta Novaya Gazeta, ha dichiarato: “Non voglio sentire alcuna condoglianza. Abbiamo visto mio figlio nella colonia penale il giorno 12, avevamo una visita. Era vivo, sano, allegro”.

Se stava così bene cosa è accaduto? Morto sua sponte o per altrui spinta? Dubbio più che legittimo.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che le autorità russe non hanno alcuna informazione sulle cause della morte di Navalny. Peskov ha precisato che le indagini sono a carico del servizio penitenziario federale e che non sono necessarie ulteriori istruzioni da parte del Cremlino riguardo all’inchiesta in corso.

Amen. Partita chiusa? No, apertissima, sia sul fronte internazionale, sia su quello interno, perché la morte di Navalny non è facilmente collocabile in termini di attribuzione politica.

A pochi mesi dalle elezioni la morte di Navalny non può, all’interno, essere favorevole a Putin, in quanto alimenta la protesta e la dissidenza.

All’esterno va detto che in questi giorni Putin ha più volte lanciato messaggi intesi a dire che la guerra in Ucraina può concludersi e che spetta agli Usa far sì che questo accada.

E forse sta qui la chiave per comprendere l’accaduto.

Non è impossibile che l’ala dura di chi non intende intavolare alcuna trattativa, con la morte di Navalny metta una pesante ipoteca su ogni possibile avvio di mediazione, sollevando le proteste dell’Occidente e minando la credibilità di Putin.

Conclusione: Putin è un criminale, con Putin non si tratta.

Opzione che va a pennello con chi, da ambo i lati del fronte, non vuole che la guerra in Ucraina finisca.

I guerrafondai non mancano, negli States e in Russia.

Se la domanda è: cui prodest la morte di Navalny, la risposta più attendibile è: a chi vuole che le guerra continui.

Se guardiamo alle reazioni, inevitabili, che vengono dall’Occidente, l’obiettivo di chi vuole rigidità sembrerebbe raggiunto.

Cominciamo dal nostro ministro degli Esteri AntonioTajani:  “Il governo sarà sempre a fianco di chi lotta per la democrazia, per la libertà di pensiero e per i diritti inalienabili di ogni essere umano. Sono molto colpito dalla morte di Alexei Navalny dopo anni di persecuzione in prigione, ci stringiamo alla sua famiglia e al popolo russo”. Equilibrata, senza lasciarsi andare a attribuzioni di colpa.

Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, su X scrive: “Alexei Navalny ha combattuto per i valori della libertà e della democrazia. Per i suoi ideali, ha fatto l’estremo sacrificio. L’Ue ritiene il regime russo l’unico responsabile di questa tragica morte. Porgo le mie più sentite condoglianze alla sua famiglia e a coloro che lottano per la democrazia in tutto il mondo nelle condizioni più buie. I combattenti muoiono ma la lotta per la libertà non finisce mai”.

Sulla stessa linea di Charles Michel Ursula Von der Layen: “Profondamente turbata e rattristata dalla notizia della morte di Alexei Navalny. Putin non teme altro che il dissenso del suo stesso popolo. Un triste promemoria di ciò che rappresentano Putin e il suo regime. Uniamoci nella nostra lotta per salvaguardare la libertà e la sicurezza di coloro che osano opporsi all’autocrazia”. 

Allineato anche il cancelliere tedesco, Olaf Scholz , il quale durante la conferenza congiunta con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky a Berlino ha detto: “Probabilmente ha pagato il suo coraggio con la vita”. Scholz ha descritto Navalny come un uomo coraggioso e ha definito un segno “terribile” di cosa sia diventata la Russia che, “da tempo non è una democrazia, ma è un regime”.

Ovvia la reazione di Volodymyr: “Navalny è stato ucciso e Putin dovrà rendere conto dei suoi crimini. Putin uccide sempre. Egli è la personificazione di questa guerra e non si fermerà. Possiamo solo fermarlo insieme”.

Il presidente della Lettonia, Edgars Rinkevics, in perfetta linea con Zelensky, in un tweet ha affermato: “Qualunque sia il vostro pensiero su Alexey Navalny come politico, è stato appena brutalmente assassinato dal Cremlino. Questo è un fatto ed è qualcosa che si dovrebbe sapere sulla vera natura dell’attuale regime russo. Le mie condoglianze alla famiglia e agli amici”.

Rishi Sunak, primo ministro britannico parla di “enorme tragedia per il popolo russo”. “Questa è una notizia terribile – ha dichiarato Sunak -. Come il più accanito sostenitore della democrazia russa, Alexei Navalny ha dimostrato un coraggio incredibile per tutta la sua vita. I miei pensieri vanno alla moglie e al popolo russo, per il quale questa è un’enorme tragedia”.

Diverse le reazioni Usa.

Joe Biden, commentando la morte del dissidente russo ha detto: “Vladimir Putin è responsabile della morte di Alexei Navalny. Non sono sorpreso e allo stesso tempo sono sconvolto dalla notizia della morta di Navalny”.

La vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris, parlando alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ha definito la morte di Navalny “un ulteriore segno della brutalità di Putin”, sottolineando che “qualunque storia raccontino la Russia è responsabile”.

Il Segretario di Stato americano, Antony Blinken ha affermato che ”la Russia è responsabile della morte di Navalny. Se la notizia della morte di Navalny fosse confermata, ciò dimostrerebbe la debolezza della Russia e il marciume nel cuore del suo regime”.

Più asciutta la dichiarazione del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, il quale ha detto a National Public Radio che gli Stati Uniti stanno cercando attivamente la conferma della morte del leader dell’opposizione russa Alexei Navalny. “Se fosse confermato, sarebbe una tragedia terribile”, ha detto Sullivan.

Diversa la posizione del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, il quale prende tempo e chiede chiarimenti: “Sicuramente dobbiamo accertare i fatti e la Russia dovrà rispondere a tutte le domande, domande serie, sulle cause. Sono molto triste e preoccupato per queste notizie. Navalny è stata una forte voce per la democrazia e la Nato ha chiesto più volte il suo rilascio immediato. Oggi i miei pensieri vanno alla sua famiglia e ai suoi cari”.

Prende tempo, in attesa di capire, anche l’Onu. L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha esortato le autorità russe a garantire lo svolgimento di un’indagine credibile sulla morte in carcere del leader dell’opposizione Alexei Navalny. “Se qualcuno muore sotto la custodia dello Stato, la presunzione è che lo Stato sia responsabile. Una responsabilità che può essere confutata solo attraverso un’indagine imparziale, approfondita e trasparente condotta da un organismo indipendente”, ha dichiarato Liz Throssell, portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani. “Esortiamo le autorità russe a garantire lo svolgimento di un’indagine credibile”.

Chiede chiarimenti anche Giorgia Meloni: “La morte di Alexei Navalny, durante la sua detenzione, è un’altra triste pagina che ammonisce la comunità internazionale. Esprimiamo il nostro sentito cordoglio e ci auguriamo che su questo inquietante evento venga fatta piena chiarezza”.

Prudente la dichiarazione del presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola: “Il mondo ha perso un combattente il cui coraggio risuonerà attraverso le generazioni. Inorridita dalla morte del vincitore del Premio Sakharov, Alexei Navalny. La Russia gli ha tolto la libertà e la vita, ma non la sua dignità. La sua lotta per la democrazia continua a vivere. I nostri pensieri sono con sua moglie e i suoi figli”. 

Del tutto scontata la risposta di Mosca. Su Telegram la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova ha commentato: “La reazione immediata dei leader della Nato alla morte di Navalny, sotto forma di accuse dirette contro la Russia”, mostra la natura di questi Paesi. Lo scrive “Non esiste ancora un esame forense, ma le conclusioni dell’Occidente sono già pronte”.

Il portavoce del Parlamento russo (Duma) Vyacheslav Volodin ha dichiarato che i leader occidentali traggono vantaggio dalla morte di Alexei Navalny perché stavano “perdendo” la battaglia in Ucraina. I leader occidentali “hanno preso un gran numero di decisioni fallimentari e si aggrappano alle loro posizioni beneficiano della sua morte”.

La morte di Alexei Navalny, ovviamente, al di là dell’ovvio valore umano e morale che deve suscitare la chiara condanna di un sistema che manda in galera i dissidenti del regime, ha un valore politico di grande importanza.

Capire perché proprio ora, nel dubbio più che legittimo che la morte sia stata spintanea, è fondamentale per comprendere cosa si agita dalle parti del Cremlino.

Di morti spintanee ne abbiamo viste tante. C’è quella del “suicidio” di Epstein, per chiudere la bocca a chi poteva rivelare segreti spiacevoli. C’è chi, sapendo troppo, è volato da una finestra della sede di una banca e chi si è suicidato con un colpo di pistola alla tempia, in quanto depositario di segreti di tangenti e di traffici mafiosi e, ancora, chi si è talmente stretto un sacco di celofan sulla testa da soffocarsi per non dire più nulla.

Chi è senza morto eccellente scagli la prima pietra.

Roberto Calvi, ad esempio, per essere sicuro di morire, si è messo due mattoni in tasca.

Un suicidio per Alexei Navalny non sarebbe stato credibile. Meglio una trombosi.

Spintanea o spontanea la morte di un carcerato per le sue idee suscita legittima condanna, ma, nella fattispecie, anche molti interrogativi sul perché ora.

E’ degli interrogativi che sarà opportuno occuparsi.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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