ZTL vietate alle auto ibride ed elettriche, eppure vi avevano promesso il paradiso. Avete comprato un’auto ibrida o elettrica. Avete pagato 10.000 o 15.000 euro in più rispetto a un’auto a benzina equivalente. Vi avevano promesso Ztl libere, sosta gratuita, bollo azzerato, risparmio sul carburante, coscienza ambientale a posto. Vi avevano detto che stavate facendo la scelta giusta per voi e per il pianeta.
Vi hanno fregato.
A Bologna, dal primo gennaio 2026, le ibride dei non residenti sono fuori dalla Ztl. Chi entra viene immortalato dalle telecamere ai varchi e riceve a casa una multa da 95 euro, come fosse un camion Euro zero. Trentamila permessi attivi nel 2023, diecimila tagliati con un tratto di penna. Nel tempo che passa tra un’infrazione e la notifica, chi non lo sa rischia di accumulare multe seriali. A Ravenna il divieto colpisce anche le elettriche, che iniziano a pagare la sosta. A Napoli un sistema bizantino di tagliandi, app obbligatorie e quote Isee spenna chi credeva di risparmiare. A Milano le ibride sopra i 100 grammi di CO2 pagano 7,50 euro a ingresso nell’Area C, e dal 2030 pagheranno tutte. A Firenze niente più sosta gratuita. Ad Acireale vogliono bandire ibride ed elettriche dalla piazza principale.
Chi ha creduto alla propaganda green si ritrova trattato peggio di chi guida un diesel ventennale. Il paradosso è completo. Ma è solo l’inizio.
L’AUTONOMIA FANTASMA
Vi avevano promesso 400 chilometri con una carica. Ne fate 200, se va bene. D’inverno, con il riscaldamento acceso, anche meno. I numeri sbandierati dalle case automobilistiche escono dai banchi prova: temperatura ideale, velocità costante, niente salite, niente aria condizionata, niente traffico. Condizioni che esistono solo nei laboratori.
Sulla strada reale, dividete per due. E programmate il viaggio come un pellegrinaggio medievale: tappa alla colonnina, mezz’ora di attesa, preghiera che sia libera e funzionante. Chi aveva un’auto a benzina faceva il pieno in cinque minuti e aveva 700 chilometri davanti. Chi ha un’elettrica passa ore a pianificare soste, a cercare stazioni, a sperare che l’app non menta sulla disponibilità.
Il tempo è denaro, dicevano. Sessantaquattro ore l’anno perse in ricariche contro meno di due ore per i pieni di benzina. Chi lavora, chi ha famiglia, chi ha fretta, paga il conto in minuti rubati alla vita.
E quando arrivate alla colonnina e scoprite che la tariffa è più cara della benzina, il cerchio si chiude. Il risparmio promesso era l’ennesima bugia.
CHI HA PROMESSO
Nel 2019 Ursula von der Leyen presentò il Green Deal come “lo sbarco dell’uomo sulla Luna”. Frans Timmermans, il suo vicepresidente, evocava guerre per l’acqua e il cibo se non avessimo agito subito. La promessa: auto elettriche accessibili, aria pulita, milioni di posti di lavoro verdi, parità di costo con le termiche entro il 2024.
Il governo italiano fece la sua parte. Conte, Draghi, Meloni: tutti dentro, nessuno escluso. Ecobonus da 6.000 euro, che durante la pandemia salirono a 10.000. Le Regioni aggiunsero esenzioni sul bollo per cinque anni, alcune a vita. I Comuni aprirono le Ztl e regalarono le strisce blu. Le case automobilistiche quadruplicarono le pubblicità: risparmio, silenzio, futuro, coscienza pulita.
La parità di costo con le termiche non è mai arrivata. I posti di lavoro verdi nemmeno. Quelli tradizionali, invece, stanno sparendo.
LA CASSANDRA IGNORATA
Nel 2017 Sergio Marchionne disse una cosa semplice: “Per ogni 500 elettrica venduta perdiamo 20.000 dollari”. Non era un complottista. Era l’amministratore delegato di FCA. Conosceva i numeri. Avvertì che senza energia pulita a monte e senza costi sostenibili, la transizione sarebbe stata un suicidio industriale.
Lo ignorarono. Carlos Tavares, che di Stellantis era amministratore delegato fino a quando non lo hanno cacciato nel dicembre 2024, lo aveva detto chiaro: un’auto elettrica costa il 40% in più da produrre. Senza incentivi, il mercato si ferma.
Intanto gli stabilimenti italiani sono fermi davvero. Nel 2025: 213.706 auto prodotte, un quarto in meno dell’anno prima, la metà del 2023. Non si vedeva un dato così da settant’anni. Mirafiori, Cassino, Melfi, Pomigliano: tutti in rosso a doppia cifra. Metà della forza lavoro in cassa integrazione. L’obiettivo promesso al governo era un milione di veicoli. Ne hanno fatti meno di 380.000.
IL RICATTO DELLE MULTE
Il meccanismo europeo è semplice. Limiti di emissioni impossibili da rispettare: 93,6 grammi di CO2 per chilometro nel 2025, 49,5 nel 2030, zero nel 2035. Chi sfora paga 95 euro per ogni grammo in eccesso, moltiplicato per ogni auto venduta. Dieci grammi fuori target su un milione di veicoli fanno 950 milioni di euro. In un anno.
Gli obiettivi erano irraggiungibili e tutti lo sapevano. I consumatori non compravano abbastanza elettriche. I costi di produzione non scendevano. L’infrastruttura di ricarica non esisteva. I prezzi dell’energia, invece di calare, esplodevano.
Le multe non servivano a far rispettare gli obiettivi. Servivano a tenere l’industria europea al guinzaglio. Un cappio che Bruxelles poteva stringere o allentare a piacimento.
LORO SAPEVANO
È possibile che nessuno, tra Bruxelles, Berlino e Roma, avesse capito che i conti non tornavano? Marchionne glielo disse in faccia. I costruttori chiedevano deroghe mentre votavano i regolamenti. La clausola di revisione al 2026 era già scritta nella legge del 2023: se erano così sicuri, perché inserire una via d’uscita?
L’inchiesta di De Telegraaf ha rivelato il resto. La Commissione europea ha usato fondi pubblici per finanziare ONG ambientaliste con un compito preciso: fare pressione sui parlamentari affinché approvassero le norme che la Commissione stessa proponeva. Contratti con liste di politici da contattare, risultati da rendicontare, obiettivi di lobbying da raggiungere. Il commissario Piotr Serafin ha ammesso: “inappropriato”. Timmermans era al centro del sistema.
Non è un complotto. È un corto circuito istituzionale documentato: chi scriveva le norme finanziava chi doveva spingere perché fossero approvate.
Sapevano che non avrebbe funzionato. Hanno scelto di andare avanti lo stesso.
LA CINA RIDE
Mentre Bruxelles legiferava e Roma distribuiva bonus, Pechino costruiva. Oggi la Cina controlla il 69% della produzione mondiale di batterie, il 70% della raffinazione del litio, l’80% delle materie prime. Otto delle quattordici maggiori miniere di cobalto in Congo sono cinesi.
Abbiamo incentivato con soldi pubblici l’acquisto di tecnologie che non controlliamo, arricchendo i nostri concorrenti. Ora, per proteggere un’industria europea in ritardo cronico, invochiamo dazi che faranno salire i prezzi. Il contribuente paga tre volte: gli incentivi, i dazi, l’auto che costa di più.
L’AUTO COME UN IPHONE
La normativa Euro 7 introduce il monitoraggio in tempo reale delle emissioni. Sensori permanenti, trasmissione dati obbligatoria, limiti che valgono per tutta la vita del veicolo. Se un parametro sfora, l’auto diventa non conforme.
I veicoli connessi ricevono aggiornamenti da remoto. Lo stesso sistema che oggi aggiorna il navigatore domani potrà limitare le prestazioni o impedire la circolazione. Ricordate quando Apple rallentò di proposito i vecchi iPhone con un aggiornamento, per spingere gli utenti a comprarne uno nuovo? Multa da 500 milioni di dollari e class action. Ora immaginate lo stesso meccanismo sulla vostra auto. L’iPhone rallentato vi fa perdere tempo. L’auto bloccata vi fa perdere il lavoro.
Avete il libretto, pagate il bollo, l’assicurazione, le rate. Ma il controllo è altrove. È ancora la vostra auto?
LA RETROMARCIA CHE NON RIPARA NULLA
A dicembre 2025 la Commissione ha fatto marcia indietro. Lo stop totale ai motori termici nel 2035 diventa riduzione del 90%. Tornano le ibride, i biocarburanti, gli e-fuel. Non è una vittoria della ragionevolezza. È l’ammissione di una sconfitta.
Ma il danno è fatto. Le fabbriche hanno chiuso o ridotto i turni. I posti di lavoro sono andati. I consumatori che hanno creduto alle promesse si ritrovano con auto svalutate e città che li cacciano.
CHI PAGA
Il prezzo di questa transizione ideologica non lo pagheranno i politici che l’hanno imposta né i burocrati che l’hanno scritta né i CEO con le liquidazioni milionarie. Lo pagherà il ceto medio. Chi è costretto a guidare auto vecchie perché quelle nuove sono un lusso. Chi si è indebitato per comprare un’elettrica e ora scopre che le regole sono cambiate. Chi ha creduto alle promesse e si ritrova con una multa da 95 euro sul parabrezza.
Vi avevano promesso il paradiso verde. Vi hanno consegnato il conto.




