
Ieri si è celebrata la giornata della memoria. Sono risuonate le solite frasi di circostanza. “Per non dimenticare”. “Ricordare è necessario perché certi orrori non si ripetano”. “No all’antisemitismo”.
Tutto bene? Niente affatto. In piazza c’erano anche quelli che gridano ogni giorno contro Israele, che bruciano le sue bandiere. In piazza c’erano anche quelli che hanno sostenuto e sostengono la teoria folle della cancel culture, ossia l’esatto contrario del non dimenticare, del coltivare la memoria, del guardare ai fatti del passato per trarne insegnamento.
I cialtroni che hanno sostenuto e sostengono la cancel culture, che vogliono bandire dagli studi Platone o Shakespeare, o che vorrebbero purgare opere letterarie per mondarle dal presunto razzismo, dal suprematismo bianco, e via discorrendo, non dovrebbero andare in piazza nel giorno della memoria.
Il motivo è semplice: la cancel culture è nazismo in purezza; è stalinismo in purezza; è dittatura lesiva della libertà; è inquisizione.
Chi sta dalla parte del nazismo e dello stalinismo non dovrebbe mettere piede nei luoghi della memoria, perché quella memoria parla di loro, dei roghi dei libri che sono l’equivalente dell’ostracismo attuale degli studi classici o di parti della storia che non si devono conoscere perché non vanno bene a chi la cancel culture l’ha inventata per introdurre una nuova dittatura mascherata.
E allora è necessario fare qualche distinguo. Non si può celebrare la giornata della memoria, con la quale si vogliono mettere le nuove generazioni davanti agli orrori del nazismo e (sarebbe ora) anche dei gulag stalinisti senza condannare le nuove forme di negazionismo.
Sì, perché la cancel culture è la forma nuova del negazionismo.





