La battaglia per il controllo
Nel mondo greco, gli automi erano già presenti, concepiti come giocattoli, idoli religiosi per impressionare i fedeli o strumenti per dimostrare principi scientifici, come quelli costruiti da Filone di Bisanzio nel III secolo a. C. o Erone di Alessandria nel I secolo a. C., il quale studiava di idraulica, pneumatica e meccanica, in opere conservate da bizantini e arabi e tradotte in latino e italiano nel Cinquecento.
I Trattati spiegavano come costruire macchine idrauliche per l’approvvigionamento dell’acqua, ma anche organi a canne, ad aria compressa, per simulare il canto degli uccelli.
Poi c’erano gli automi, sulla cui costruzione Erone aveva scritto uno dei suoi trattati di maggior successo, “Automata”. All’interno la descrizione di teatrini dotati di moto autonomo, rettilineo o circolare, da far funzionare per tutta la durata di uno spettacolo.
Ma non scordiamoci che nel diciottesimo libro dell’Iliade nei versi 372 -377, Omero parla di robotica, quando racconta di Teti, madre di Achille che si reca a fare visita a Efesto, nella sua fucina.
Efesto era il dio dell’ingegneria, del fuoco e della metallurgia: “venti tripodi ei forgiava per collocarli lungo le pareti dell’aula ben costrutta; e avea disposto sotto i loro piedi rotelline d’oro, perché da soli entrassero ai concilii degl’immortali, e poi, mirabil cosa ritornassero all’aula”.
Quindi, erano stati creati degli automi con 3 piedi muniti di ruote da utilizzare come aiutanti meccanici per trasportare bevande a tutti gli dei durante le loro riunioni.
E ancora: “ancelle d’oro simili in tutto a giovinette vive venivan sorreggendo il lor signore; ché vivo senso chiudon esse in petto, e hanno forza e favella, e in bei lavori instrutte son dagl’immortali Dei”.
Un passaggio dell’Iliade che continua a interrogare il nostro tempo più di quanto siamo disposti ad ammettere. Omero mette in evidenza che avevano appreso le arti dagli dèi immortali e sostenevano il loro signore mentre camminava nella sala luminosa, questa indicazione è decisiva perché il poeta non parla di statue decorative ma di entità artificiali dotate di capacità cognitive e operative capaci di assistere il loro creatore con competenza e autonomia funzionale.
Omero insiste sul fatto che si trattava di uno spettacolo degno di meraviglia quasi a suggerire che la potenza della tecnica risiede non solo nell’utilità ma nella capacità di superare i limiti ordinari dell’esperienza.
In quel frammento arcaico non c’è tecnologia nel senso moderno del termine ma vi è qualcosa di più profondo che riguarda l’immaginazione strategica di una civiltà capace di concepire automi non come semplice prodigio ma come estensione del potere e della sovranità divina, perché Efesto non è soltanto artigiano ma architetto dell’ordine olimpico e le sue creature metalliche amplificano la sua capacità di agire e di sostenere la struttura del mondo degli dèi in modo efficiente silenzioso e instancabile.
Se si osserva con attenzione il passo dei tripodi che si muovono autonomamente verso il banchetto si comprende che l’epica omerica contiene già l’idea di una logistica automatizzata di una infrastruttura capace di ridurre lo sforzo umano e garantire continuità operativa e questo elemento.
Oggi risuona nelle fabbriche robotizzate, nei sistemi di trasporto autonomo, nelle reti digitali che coordinano flussi materiali e immateriali con una precisione che supera quella umana.
Ancora più sorprendente è la descrizione delle ancelle d’oro del Libro XVIII versi 368 – 377 perché qui l’automa non è solo meccanismo ma simulacro di umanità e la presenza della mente e della parola introduce un tema che oggi definiamo con il linguaggio dell’intelligenza artificiale ossia la possibilità che la tecnica non si limiti a eseguire comandi ma sia in grado di assistere interpretare e operare entro un quadro stabilito dal suo creatore.
La distanza tra la fucina di Efesto e i laboratori contemporanei non è soltanto cronologica ma ontologica e tuttavia la continuità simbolica è evidente perché in entrambi i casi la tecnologia nasce come risposta a una vulnerabilità e nel mito è la menomazione fisica del dio a generare l’esigenza di automi che lo sostengano, mentre oggi è la complessità sistemica del mondo globale a spingere le società a delegare funzioni sempre più sofisticate a sistemi automatizzati capaci di operare su scala e velocità non più gestibili dall’uomo.
La vera questione strategica non risiede nella fascinazione per la macchina ma nel rapporto tra potere e tecnica perché nel Libro XVIII gli automi non sono entità ribelli ma strumenti inseriti in una gerarchia chiara in cui il creatore mantiene il controllo, la dinamica è centrale anche nel presente dove la sovranità tecnologica si misura nella capacità degli Stati di governare infrastrutture digitali reti di dati e sistemi automatizzati senza cedere il monopolio decisionale a strutture opache o incontrollabili.
L’epica omerica suggerisce inoltre che ogni avanzamento tecnico è inseparabile da una visione politica del mondo perché la fucina di Efesto nel Libro XVIII non produce oggetti neutrali ma armi e scudi destinati a incidere sull’esito della guerra di Troia e allo stesso modo oggi le tecnologie avanzate si collocano in una zona in cui innovazione economica e competizione strategica si intrecciano costantemente ridefinendo gli equilibri di potere.
Rileggere i versi 368 – 377 dell’Iliade significa comprendere che la tensione tra creazione e controllo, tra potenziamento e rischio, tra autonomia della macchina e responsabilità del suo artefice è inscritta nella nostra cultura da millenni e che l’idea stessa di robot non nasce nei laboratori del Novecento ma nell’immaginazione di un poeta che seppe intuire come la tecnica potesse diventare prolungamento dell’intelligenza e della volontà.
L’innovazione sviluppata in un presente continuo può essere compresa guardando all’indietro, ma può assolutamente essere vissuta solo in avanti.
E la domanda è sempre la solita: saremo in grado di indirizzarla per non autodistruggerci?
Perché il dubbio che l’uomo sia in grado di fare quasi tutto, ma che non sia in grado di tenere sotto controllo tutto, continua ad agitare le nostre menti. In questa consapevolezza si gioca ancora oggi la battaglia decisiva del nostro tempo.





