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LA FRANCIA “LAICA” RIVUOLE IL PRESEPE, DA NOI SI CANCELLA IL NOME DI GESU’

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La Francia ufficiale si dice laica, inflessibile, severa come una maestra con la bacchetta in mano. Ma la Francia reale — quella che cammina per strada, che entra nei municipi, che accende una candela senza chiedere il permesso a Bruxelles — si ostina a voler festeggiare il Natale. Con tutto il suo imbarazzante armamentario: il Bambino, la Madre, il Padre putativo, i Magi, la paglia e perfino l’asinello. Uno scandalo.

 Eppure i numeri, quei noiosi e testardi numeri, parlano chiaro. Alla domanda se i presepi possano stare nei municipi francesi, quasi otto cittadini su dueci rispondono di sì, senza balbettii e senza distinguo.

Sì a sinistra, sì al centro, sì a destra. Sì tra giovani e anziani, tra uomini e donne, tra occupati e disoccupati. Un consenso così largo da far sembrare il presepe non un simbolo confessionale, ma un fatto di civiltà elementare, come il pane o il calendario.
Con buona pace dei sacerdoti della laïcité, eredi di una legge del 1905 che oggi compie centoventi anni e li dimostra tutti. Una legge nata – si disse mentendo – per “limitare il potere della Chiesa”, una vecchia scusa buona pe tutte le stagioni, e finita per diventare un feticcio ideologico, brandito come una clava contro qualunque segno di identità, purché sia cristiana.
Perché — non prendiamoci in giro — la neutralità vale sempre, non a senso unico. Nessuno si sogna di contestare il velo islamico in nome della sensibilità altrui; ma un Bambinello in una teca comunale diventa una minaccia per la Repubblica.
Eppure il fondamentalista del laicismo è, oggi, la figura più ridicola del panorama europeo: rigidissimo con le proprie radici, flessibilissimo con quelle altrui. Pronto a cancellare Gesù dai canti natalizi per non “offendere”, salvo poi togliersi le scarpe, se si calpesta il suolo della sacra umma islamica, oppure evitare un bicchiere di vino. Una buffoneria morale, aggravata dall’incoerenza, che viene persino spacciata per virtù.
E qui veniamo a casa nostra, dove il riflesso pavloviano è lo stesso, se non peggiore. In nome di un laicismo militante — spesso professato da certe maestrucole ideologizzate di Reggio Emilia  e da opinionisti con l’elmetto di una guerra che non c’è — si raschia via il nome di Gesù dalle canzoni che parlano di Lui, come se bastasse una gomma da cancellare per riscrivere duemila anni di storia.
Il risultato non è l’inclusione, ma il vuoto. Non la convivenza, ma l’anemia culturale.
Quanto all’Unione Europea, tanto amata dai sacerdoti del politicamente corretto, la verità è più semplice e ancora più crudele, non è morta. Poiché non è mai nata e dunque manca di un suo “natale”.
Perché un’Europa che rifiuta le sue radici giudaico-cristiane e greco-romane non è una pianta secca: è un vaso senza semi. E senza quell’incontro — tra Gerusalemme, Atene e Gerusalemme — nulla di vivo può reggere alla prova della storia.
Ma ex malo bonum: il presepe, alla fine, non divide: smaschera. Rivela la distanza abissale tra le élite che predicano e i popoli che ricordano. E ricorda, soprattutto, che nulla è più intollerante di chi si proclama tollerante per professione. Nulla è più dogmatico di chi combatte i dogmi altrui con la furia di un inquisitore da romanzetto pseudostorico alla Umberto Eco.

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  • Redazione

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