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La fine della normalità: guerre, potere e collasso dell’ordine globale

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collasso dell'ordine globale

La capacità del potere di mascherarsi si è indebolita

C’è un errore ricorrente nel modo in cui l’opinione pubblica osserva le guerre contemporanee ha la tendenza a personalizzarle.

Si cercano i colpevoli nei leader, si concentrano le responsabilità sui presidenti di turno, si riducono trasformazioni sistemiche a questioni di carattere, temperamento o stile politico. È una semplificazione forse rassicurante, ma certamente fuorviante.

Le guerre non nascono mai da un singolo uomo, ma da sistemi di potere che entrano in fase di stress, da equilibri che non reggono più, da assetti economici, militari e finanziari che cessano di essere sostenibili.

In questo senso, ciò che osserviamo oggi non è un’eccezione, ma una continuità che si manifesta in forma più esplicita.

Negli ultimi decenni l’ordine internazionale ha funzionato secondo una logica precisa di interventi militari decisi da cerchie ristrette, giustificati da una narrazione morale e sostenuti da un apparato mediatico e finanziario capace di assorbirne i costi politici.

Afghanistan e Iraq non sono stati incidenti di percorso, ma pilastri di questo modello, milioni di morti, guerre lunghissime, dossier manipolati, responsabilità diffuse e mai realmente assunte. Eppure, per molto tempo, tutto questo è rientrato nella “normalità” del sistema.

Nel 2010 la pubblicazione degli Afghan War Logs e degli Iraq War Logs rivelò crimini di guerra, torture e uccisioni indiscriminate di civili da parte delle forze armate statunitensi, mentre al governo vi erano amministrazioni accompagnate da una retorica morale altisonante dei progressisti in nome della democrazia.

Quelle rivelazioni, con prove concrete compreso il video ripreso da un elicottero Apache della morte di due giornalisti della routers, provocarono una reazione durissima dell’apparato militare e di intelligence statunitense e diedero origine a un lungo procedimento giudiziario che portò alla detenzione di Julian Assange.

Anche questo, per anni, è stato trattato come un effetto collaterale accettabile dell’ordine esistente.

Oggi quella “normalità” non esiste più, non perché il potere sia diventato improvvisamente più concentrato, ma perché la sua capacità di mascherarsi si è indebolita. Le decisioni appaiono più dirette, i tempi più compressi, le conseguenze più immediate.

La frattura non è morale è strutturale. In un mondo profondamente finanziarizzato, anche la guerra interagisce con i mercati e non perché ogni azione militare sia pensata in funzione speculativa, ma perché l’asimmetria informativa è diventata una risorsa strategica.

Chi controlla il tempo dell’informazione, chi decide quando comunicare e quando tacere, esercita potere. I mercati reagiscono, come hanno sempre fatto. Confondere questa reazione con la causa è un errore analitico grave, purtroppo molto diffuso.

La questione centrale, oggi, non è stabilire se una guerra sia “giusta” o “sbagliata” sulla base di simpatie politiche contingenti. È prendere atto che il sistema che ha retto l’ordine internazionale dalla fine della Guerra Fredda è arrivato al limite.

Le sue contraddizioni sono emerse tutte insieme, con la concentrazione del potere, le crisi di legittimità, l’incapacità di costruire consenso duraturo, un uso crescente della forza come strumento di gestione del declino.

Indignarsi selettivamente serve a poco, le guerre si sa quando iniziano, ma non quando finiscono, ma soprattutto, i sistemi di potere non crollano per un leader sbagliato, crollano quando non riescono più a convincere il mondo e se stessi di essere necessari.

Ed è esattamente il punto in cui siamo arrivati.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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