di Vito Schepisi
C’è un’ipocrisia di fondo in coloro che sostengono che si debba sempre aver fiducia nella Giustizia.
In un Paese civile e democratico, ove vi sia tra lo Stato ed il cittadino il dovuto rispetto, dovrebbe essere così.
Il dubbio sopravviene, però, dinanzi ad uno Stato che non vede, che fa finta di non sapere, ed in cui le sacche d’abuso e la percezione dei privilegi sono sempre più ampi.
Nessuna funzione, però, senza controlli, priva di limiti, carente nei doveri, ed ove non vi sia responsabilità e consapevolezza del costo sociale e privato causato dalla leggerezza e dagli abusi, può dirsi al di fuori del modo autoritario, quindi con pesanti carenze di equità e giustizia.
In un contesto di democrazia liberale esiste il principio, applicabile a tutti, del chi sbaglia paga.
Tutti possono sbagliare, ma occorre sempre valutare se gli errori o le disattenzioni rivengano da circostanze accidentali, difficili da interpretare, oppure da dolo, da pregiudizio, da parzialità, da leggerezza, se non da connivenze e opportunismo.
E’ stata appena emessa una sentenza con cui due magistrati sono stati condannati, perché avevano omesso di tener conto di prove a favore degli imputati.
E’ lecito chiedersi quante altre volte sia successo, senza che questa omissione (che è reato) sia emersa?
Sarebbe grave se nelle attività di alcuni funzionari dello Stato, con mansioni di responsabilità, come può essere il giudizio sul rispetto della legalità, si manipolassero le cose, si distraesse lo sguardo, ovvero si ponessero in atto azioni finalizzate ad ottenere scopi diversi da quelli dovuti.
La cronaca rivela di tutto sulla malagiustizia, anche di sentenze scritte già prima del processo.
Si legge anche di personaggi che agiscono per preparare il pentolone mediatico entro cui cucinare a fuoco lento personaggi d’una parte politica.
Si legge di dossier (sulla vita pubblica e privata, sulle frequentazioni e sugli affari) confezionati per essere usati e messi a disposizione di giornalisti e giornali, pronti a lanciare campagne di diffamazione e di disinformazione.
Un verminaio! S’immagina anche quante situazioni non emergano o vengano sottaciute, tanto da doversi chiedere se il nostro sia davvero uno Stato di diritto e non una forma di precaria democrazia di tipo sudamericano.
E’ inquietante la percezione d’un metodo manipolatorio simile a quello usato ai tempi della guerra fredda tra aree geo-politiche.
Fa pensare alle attività dei servizi segreti che siamo abituati a vedere nei film. Ciò che inquieta è che emergono fatti e situazioni reali, ed è raccapricciante sapere che ciò che vien fuori non è una fiction, ma la realtà.
Il magistrato può sbagliare per superficialità (errore) o per dolo (utilità ed opportunismo), ma anche quando le convinzioni ideologiche obnubilano la coscienza.
Agisce male, anche quando il compiacere favorisce un più agevole percorso di carriera.
Quello dell’amministrazione della Giustizia, è un argomento spinoso e inquietante.
L’Emerito Presidente della Repubblica Francesco Cossiga sosteneva che in Italia fosse persino pericoloso parlare di riforma delle Giustizia: “C’è il rischio – diceva – che t’arrestano la moglie”.
(Situazione accaduta a Clemente Mastella, ministro della Giustizia dal 17 maggio 2006 al 17 gennaio 2008, con il secondo Governo Prodi. Il ministro, paventando il peggio, si dimise subito dall’incarico facendo cadere il Governo).
Della Giustizia, però, si dovrebbe aver fiducia, perché se così non fosse a cosa varrebbe la democrazia e la sovranità del popolo?
Un Paese senza Giustizia non potrà mai essere un Paese democratico: sarebbe una tara per la civiltà, per i diritti e per la crescita.
A cosa varrebbe, infatti, la democrazia, se poi un vincitore di concorso, in un contesto corporativo in cui si formano correnti affini alla politica, ed in cui il prevalere può valere una vita di lavoro e sacrifici, stabilisce che Tizio debba essere mandato a processo e Caio no?
Il processo penale è l’inizio della fine per tutti gli imputati, colpevoli o meno. Questi ultimi, anzi, rischiano anche di più. L’inizio della fine, anche se si hanno le spalle larghe e se si hanno le disponibilità economiche per affrontare il processo fino in fondo.
Accade persino che l’imputato si ritrovi dinanzi ad un “plotone d’esecuzione”: è il caso dell’imputato che deve essere colpevole ad ogni costo.
Un’ultima riflessione è sui doveri etici d’un Pubblico Ministero.
Questi è persona preposta a perseguire i crimini in nome dello Stato. Nella sua funzione ha il dovere di registrare ogni episodio e circostanza che induca a valutare, oltre le responsabilità penali, anche le ragioni e le eventuali prove a discolpa, se ve ne sono, degli imputati.
Il Pubblico Ministero per la Giustizia italiana non è un inquisitore (figura che si fonda sul principio di autorità, in base al quale vengono concessi pieni poteri a unico soggetto cui è affidato il compito di accertamento della verità), ma è un inquirente che per l’art. 358 del Codice di P.P. “compie ogni attività necessaria ai fini indicati nell’articolo 326 (1) e svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini (2)”.
Nota: 1) Il pubblico ministero riveste, rispetto alla P.G., un ruolo di direzione e di controllo delle indagini preliminari, dirette a consentire allo stesso di decidere se esercitare o meno l’azione penale.
Nota 2) Quindi l’attività ricognitiva deve essere estesa anche agli elementi di prova che potrebbero scagionare l’indagato.




