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LA FABBRICA DEGLI ERRORI

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di Gianvito Caldararo

E’ un agile libro scritto da Mauro Mellini, avvocato, parlamentare e già componente del Consiglio Superiore della Magistratura, nel lontano 2005, quale “breviario di patologia giudiziaria”. Si tratta di una rapida ed, a tratti, paradossale disamina di ragioni per le quali l’errore, la persecuzione e la condanna dell’innocente, anziché un inconveniente eccezionale, sono un rischio normale sempre incombente del sistema. “Si tratta di una panoramica di una realtà assai poco conosciuta dai più e poco meditata anche dagli addetti ai lavori così da apparire, invece sconcertante, sosteneva Mauro Mellini”. Un’analisi impietosa, utile per aprire un discorso vacuo sulle terapie da adottare. L’argomento è ancora di viva attualità, dal momento che le statistiche ci dicono che 3 innocenti al giorno e ben mille all’anno varcano l’ingresso di un carcere. Mauro Mellini, citando un ammirevole saggio di Domenico Marafioti dal titolo “La metamorfosi del giudice – riflessioni su giustizia e potere”, evidenziava di come ” tra le caratteristiche dello stravolgimento del ruolo del magistrato, la crescita di una classe di uomini di potere le cui doti si discostano da quelle congeniali e peculiari di chi ha scelto l’esercizio delle funzioni giudiziarie”.
In realtà, Marafioti sintetizza un punto nodale del pensiero di un altro importante studioso, V.M. Caferra, “relativo al mutamento antropologico – culturale in corso da alcune decenni nella magistratura italiana, pensiero espresso nel saggio dal titolo “Il Giudice Senza Qualità”, con il quale Caferra” pone in luce i volti ingannevoli di questo “giudice cambiato”. In effetti, sottolineava Mellini, “la qualità di giurista (e grandi giuristi ebbero ad annoverarsi, in passato, tra i magistrati italiani) sembra oggi ridotta in seconda linea tra quelle sulle quali si fonda il prestigio, la carriera, la fama del magistrato”.
Già nel 2005 Mauro Mellini, descriveva quello che avremmo poi appreso, dopo anni, con il caso o sistema Palamara e, cioè, che “la vera carriera, cioè la conquista di posizioni di potere e prestigio, degli uffici direttivi più delicati ed importanti, avviene, del resto, al di fuori del curriculum istituzionale, nell’ambito dell’ANM – Associazione Nazionale Magistrati e delle sue correnti, attraverso le operazioni clientelari, elettorali, di alchimia correntizio- consociativa”.
Giudice senza qualità, dunque, e con qualità diverse da quelle professionali, almeno nel senso tradizionalmente attribuito a tale termine, riferito alle funzioni di magistrato. Mauro Mellini, ci ricordava che “Sapienza e saggezza non necessariamente coincidono, né sempre si ritrovano nelle stesse persone. Ma stoltezza ed ignoranza, specie in chi avrebbe possibilità e dovere di non essere ignorante, coincidono assai spesso e sono appannaggio degli stessi soggetti”. Ed è così che Mauro Mellini, avanza un altro aspetto che è quello per i magistrati di una prova psicoattitudinale che sappia differenziare chi deve svolgere il ruolo di aggressivo accusatore e chi invece quello del giudice. Argomento che l’attuale ministro alla giustizia Carlo Nordio, illustra in un convegno già nel lontano dicembre 1997. E Mauro Mellini, nel suo saggio, dopo aver ricordato che Freud arrivò a mettere a punto la sua teoria sulla paranoia analizzando un magistrato presidente di Tribunale, racconta di un magistrato personaggio davvero singolare che, “non soltanto all’occhio clinico del psichiatra, manifestava tratti di comportamento inconfondibili, tali da attirare un’attenzione preoccupata”.
Era un magistrato che, quando era giudice del tribunale, era stato al centro di una singolare vicenda. Aveva presentato una querela, per una certa storia di una cooperativa edilizia. La querela era stata dichiarata inefficace perchè proposta da persona inferma di mente. Mauro Mellini, riferisce che l’avvenimento non era rimasto segreto, tanto che il professor Remo Pannain, insigne penalista, aveva dedicato ad esso un articolo sulla “Rivista Penale”, come si conviene per questioni giuridiche che suscitano grande interesse e non meno grossi “dispareri”.
L’unica cosa che sembrava fuori discussione era l’infermità mentale del magistrato querelante. Mancanza di dubbi che non impedì affatto, come sottolinea Mellini, “al Nostro di rimanere in magistratura ed, anzi, di passare dal Tribunale alla Corte d’Appello, conseguendo alla scadenza dei prescritti periodi di anzianità, il passaggio a qualifiche superiori.
In Corte d’Appello l’illustre infermo ne combinò tante, che si pose il problema di levarselo d’attorno. Ma non si trovò di meglio di mandarlo in Cassazione, dove, oramai “magistrato di Cassazione idoneo ad essere valutato per le funzioni superiori”, ebbe anche modo di presiedere la Sezione Penale cui era assegnato. Egli sosteneva l’illegittimità dell’ora legale e si faceva un dovere non entrare in aula se non un’ora dopo l’orario prescritto, gridando a chi gli faceva notare che “l’ora era fuggita”…… “E’ un falso! E’ un falso!”
Una volta saltò in piedi durante un’udienza gridando: “Presidente, io mene vado”. Domandandogli se si sentisse male, rispose: “Ho lasciato i ceci sul fuoco”. Raggiunse i sospirati limiti di età e morì dopo un anno, lasciando un vistoso peculio ad una segretaria dell’ANM a riposo, la quale, ben consigliata da ottimi avvocati, si affrettò a transigere quando gli eredi legittimi impugnarono il testamento per infermità mentale del testatore. Caso limite, ma non unico, mette in evidenza Mellini.

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  • Redazione

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