
di Carlo Di Stanislao
“E ti io dico che tra i mortali coloro che sono
del tutto inesperti di figli e mai procrearono
superano in felicità coloro che ne generarono.
Coloro che sono senza figli, non avendo cognizione
se sia gioia la prole per i mortali
o sofferenza, poiché non ne ebbero,
si tengono lunghi da molti travagli.
Quanti invece hanno in casa
dolce germoglio di figli, li vedo
struggersi tutto il tempo in inquiete attenzioni,
dapprima come allevarli bene
e donde lasciare per i propri figli il sostegno di vita.
Inoltre, in séguito a ciò, se per figli inetti,
se per figli valenti si affaticano,
questo è ignoto”
Euripide, Medea
La cultura dello scarto apprezza la vita, però non in sé stessa: soltanto per ciò che offre in termini di godibilità e benessere complessivo. Il valore della vita è misurato sulla “qualità”, sulla “funzionalità” e/o sulla presenza tangibile di alcune caratteristiche e/o sulla capacità di manifestare le facoltà cognitive e volitive. Conosciamo bene le declinazioni di questo pensiero. Di fronte alla vita che dal nulla si affaccia all’esistenza, come la vita del piccolissimo essere umano appena concepito, di fronte alla vita colpita dalla malattia e dalla disabilità, di fronte alla vita di chi, devastato, fugge dalla guerra e dalla miseria, di chi è considerato “inutile”, la cultura dello scarto non è capace di lasciarsi interrogare sul senso più profondo dell’esistenza, sul suo intrinseco valore, e questo porta ad interpretare in chiave discriminatoria il concetto di dignità umana e di persona. Tutto, e a tutti i livelli, ne risente. La libertà, sganciata dal suo legame costitutivo con la verità e con l’amore, viene intesa in chiave esclusivamente individualistica: è la libertà dei più forti contro i più deboli destinati a soccombere. I diritti umani vengono corrotti – il “diritto di aborto” è la più smaccata perversione dei diritti – e le relazioni umane subiscono un grave impoverimento. L’altro non gradito tende ad essere visto come un nemico da cui difendersi o da eliminare, arrivando persino a negarne l’umanità. La vita e la morte si possiedono, come cose di cui si può disporre. In tutto questo, il linguaggio gioca un ruolo fondamentale, perché tende a coprire alcuni delitti contro la vita nascente o terminale con locuzioni di tipo sanitario. Manca la capacità di aprirsi ad una trascendenza totale, all’intuizione di un senso naturalmente, ma autenticamente, religioso che lascia sperare in un mistero buono racchiuso nell’esistenza.
Scriveva Giovanni Paolo II: «Ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la “cultura della morte” e la “cultura della vita”. Ci troviamo non solo “di fronte” ma necessariamente “in mezzo” a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l’ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita (Evangelium vitae 28). Non dobbiamo farci vincere dal pessimismo e dalla rassegnazione. Il “cambio d’epoca” che siamo vivendo offre una grande opportunità, perché contiene una sete di verità, una domanda di senso dell’uomo, della società, del mondo. Tutte le questioni che si presentano e si accavallano nella società e nella politica esigono – oggi come non mai – preliminarmente di sapere chi è l’uomo, che valore ha la vita umana. Lo sguardo sull’essere umano, fisicamente minuscolo, appena venuto in essere nel grembo della mamma o in una provetta, offre la grandissima opportunità di essere il banco di prova più efficace per verificare cosa si pensa veramente dell’uomo. Si tratta di andare alle radici stesse della vita, della verità, dell’amore. Per questo è irrinunciabile battere e ribattere su alcuni punti.
La definizione di una madre che uccide il figlio, in psicologia, è quella di sindrome di Medea o complesso di Medea che
indica una condizione in cui la madre uccide, anche psicologicamente e non necessariamente fisicamente, il proprio figlio come atto di vendetta nei confronti dell’altro genitore. Questa interpretazione metaforica viene coniata nel 1988 dallo psicologo Jacobs il quale, portando su un piano figurato l’infanticidio, sostiene che la sindrome di Medea sia: “il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali.”
Ma non è questo il contesto di una donna di 22 anni che uccide e sotterra nel giardino di casa due figli appena nati e poi esce con le amiche o va con i genitori in una vacanza a New York. Figlia di una famiglia agiata e benestante, la 22enne è accusata di omicidio e occultamento di cadavere. Gli amici: “Non sapevamo nulla, mai niente che potesse far pensare a qualcosa del genere”. Il padre del neonato, suo ex fidanzato (chi li conosce dice che stavano insieme da una vita ma si lasciavano spesso per poi tornare in coppia), sarebbe stato all’oscuro della gravidanza. “Negli ultimi mesi la vedeva saltuariamente – spiega via telefono a Parmatoday la mamma del ragazzo – Chiara non gli ha mai detto nulla. Mai”.
La giovane, minuta e snella, non ha mai mostrato segni visibili della gravidanza, continuando a indossare abiti aderenti. La studentessa, iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza di Parma, conduceva una vita apparentemente normale, tra lo studio, il lavoro di baby-sitter e aperitivi con gli amici nei bar del paese. A destare sconcerto, il fatto che, subito dopo il parto, la ragazza sia partita per una vacanza a New York con la sua famiglia e che non abbiano fatto ritorno neanche quando, durante la loro assenza, la nonna ha fatto la macabra scoperta nel giardino, trovando il corpo del primo neonato e allertando le autorità che hanno nel frattempo avviato le indagini.
Riguardo la possibile interferenza di complici, il sindaco ha spiegato: «Complicità da parte di qualcuno a partorire? Sì, gira anche questa voce: che non abbia fatto tutto da sola. Una setta? A questo punto non posso dire nulla».
A Vignale ci si interroga su come sia possibile che la ragazza abbia nascosto la gravidanza al suo fidanzato e abbia scelto di partorire da sola, senza confidarsi con nessuno. «Non ci sta nemmeno il primo bimbo perché oggigiorno i mezzi per risolvere una situazione difficile ci sono», ha commentato Dall’Orto, facendo riferimento alla possibilità di lasciare i neonati in culle sicure presso gli ospedali.
Schizofrenia? Personalità multipla o solo tentativo di preservare una immagine pubblica impeccabile in un piccolo paese?
Solo da lei avremo forse risposte.
Ciò che sappiano è che essere madre porta con sé, accanto alla gioia, molte angosce, paure, difficoltà, rabbia, insofferenza, che le donne da sole non sempre possono affrontare, soprattutto quando questi sentimenti diventano insormontabili, arrivando a travolgerle. Perché queste donne sono spesso lasciate sole nelle loro paure, nonostante siano nella maggior parte dei casi circondate da familiari o da mariti, che pur essendoci in realtà non sono presenti affettivamente.
Nessun crimine come l’omicidio di un figlio da parte della propria madre ci lascia così inermi. Di fronte a fatti come questi la domanda che nasce spontanea in ognuno di noi è: Come può una madre riuscire ad uccidere un figlio? Quali sono i motivi che la spingono a compiere questo orribile gesto?. La risposta che tranquillizza la società di fronte a certi casi è senza dubbio quella di attribuire alle madri una patologia mentale, giustificando il gesto come pazzia, perché non è normale che una madre abbia il desiderio di uccidere il proprio bambino. Attribuire questo gesto alla follia ha uno scopo rassicurante, sia perché funge da spiegazione, sia perché allontana da noi l’ipotesi di poterlo commettere in quanto soggetti sani.
Come scrive McKee (2006), questi fatti evocano nella memoria la nostra infanzia, quando avevamo paura della rabbia dei nostri genitori, domandandoci oggi se le nostre madri possono aver avuto l’intenzione o il solo pensiero di ucciderci in quei momenti, di farci del male o d’abbandonarci; per i genitori, rievocano invece episodi della vita in cui si sono sentiti così arrabbiati nei confronti dei figli tanto che la loro reazione è andata oltre i limiti consueti, accettati, spaventati dalla capacità di tale violenza, mai conosciuta prima.
La maternità è un periodo spesso idealizzato, dove il male deve essere allontanato. La collettività dipinge, infatti, il periodo della gestazione, del parto e dei primi periodi di vita del neonato come un periodo idilliaco, come un momento che deve appartenere a tutte le donne, un desiderio innato che non si apprende. Ma si può davvero parlare di istinto materno? In realtà, sarebbe meglio parlare di sentimento materno, in quanto culturalmente e non biologicamente determinato (Merzagora, 2003).
Così come tutti i momenti della propria vita, la maternità si caratterizza per la compresenza di spinte aggressive e spinte libidiche, se vogliamo parlare coi termini di Freud. È il giusto equilibrio tra queste due spinte emotive a renderci sani. L’essere madre porta con sé, accanto alla gioia, molte angosce, paure, difficoltà, rabbia, insofferenza, che le donne da sole non sempre possono affrontare, soprattutto quando questi sentimenti diventano insormontabili, arrivando a travolgerle. Perché queste donne sono spesso lasciate sole nelle loro paure, nonostante siano nella maggior parte dei casi circondate da familiari o da mariti, che pur essendoci in realtà non sono presenti affettivamente, che ignorano e minimizzano quanto la neo mamma sta attraversando. Non si tratta certo di casualità: le ragioni, infatti, devono essere ricercate nella natura psicologica. Quando una madre uccide un figlio, tecnicamente si parla di figlicidio. Vi sono numerose spiegazioni a questo fenomeno.
In alcuni casi, esistono delle persone che compiono questo orribile gesto “senza essere in grado di intendere e volere”. È il caso, ad esempio, di depressione post partum o depressione maggiore, problematiche relative alla schizofrenia o all’epilessia. Si può verificare, in questo ultimo frangente, l’equivalente epilettico, che può portare a gesti inconsulti in casi molto rari.
Esistono, poi, dei casi in cui le donne sono consapevoli di ciò che stanno facendo. Uccidono, quindi, proprio per voler interrompere la vita del loro figlio. Si tratta a tutti gli effetti di un atto consapevole, razionale e lucido. Non è raptus omicida, in quanto in tali casi, la persona arriva ad uccidere con una lenta involuzione. Vale a dire che potrebbe esserci anche qualcosa di premeditato nel Sono molte le storie di cronaca che negli ultimi anni ci hanno fatto compagnia riguardo il figlicidio. Una tra tutte riguarda senza dubbio l’orribile delitto di Cogne, avvenuto ormai circa 20 anni fa. Anna Maria Franzoni, condannata per l’omicidio del figlio Samuele, ha ricevuto diverse perizie psichiatriche e si vociferava soffrisse di depressione post partum.
In alcuni casi di cronaca, le spiegazioni le hanno fornite proprio le madri assassine, con dichiarazioni del tipo «Ho sentito delle voci che mi dicevano di ucciderlo», oppure «Era nelle mani del demonio». Ma si tratta di demoni che sebbene abitano l’interno, se guardassimo attentamente, sapremmo scorgere e fermare.





