
di Antonino Macrì Pellizzeri
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Riuscirà Xi a far ripartire una macchina che ha bisogno di una crescita annua del 5% e si avvia, l’anno prossimo, secondo le previsioni, al 3,5%?
Da un punto di vista politico la situazione è molto diversa. Tutte le persone che ho ascoltato mi parlano di una grande fiducia per il Presidente, e una più ridotta verso i funzionari minori. I miei interlocutori non si appassionano per le grandi problematiche di politica estera di cui noi parliamo ad ogni istante, si sentono attaccati dall’occidente che non capisce la loro voglia di pace in linea con tuta la loro storia, non credono che la Cina scatenerà mai una guerra contro Taiwan, a meno che quest’ultima deciderà, violando la sua stessa costituzione, di proclamare un’indipendenza unilaterale. “Abbiamo ben altri problemi – sostengono – la disoccupazione, la sanità pubblica unitaria per tutto il Paese, la pensione, l’Hukou etc. per preoccuparci del mondo intero. Non capiamo tutte queste guerre, e non capiamo voi Europei, specialmente voi italiani che, per la vostra storia e la vostra cultura potreste esse l’ago della bilancia del mondo”.
Ci sono altre cose però che mi hanno fatto pensare che l’atmosfera generale fosse molto cambiata in questi quattro anni. Avevo deciso di trascorrere qualche giorno a Xiamen, capitale della provincia del Fujian, proprio di fronte alla frontiera insulare con Taiwan.
In questo viaggio e breve soggiorno ebbi la stranissima sensazione che fossimo tornati indietro nel tempo di almeno vent’anni e contemporaneamente avanti di cinquanta.
Le mie sorprese cominciarono all’aeroporto di Pechino, nell’area dei voli nazionali. La compagnia aerea che avevo prenotato disponeva di cento postazioni per il check-in, tutte automatiche. Erano assolutamente incomprensibili. I passeggeri intorno a me parlavano esclusivamente cinese e non c’erano stranieri. A fatica scoprii che, proprio in fondo all’ultima fila, c’erano due postazioni affollatissime di gente urlante, con due operatori. Mi avvicinai: i clienti erano palesemente persone delle minoranze etniche, che venivano da chissà dove, cariche di pacchi, pacchettini, scatole, buste, buttate alla rinfusa per terra. Gli operatori cominciarono ad urlare a loro volta finché uno li abbandono e si rivolse a me a gesti. Per fortuna le procedure aeroportuali sono sempre le stesse e mi sbrigai in fretta. Ma dove ero finito? Mi sembrava di essere in un angolo di un aeroporto di provincia cinese di vent’anni fa, ed allo stresso tempo in un mondo dove le persone non esistevano più. Solo computer e un piccolo robot che si muoveva fra i banchi, spiegando, apparentemente, che cosa non si poteva spedire nel bagaglio che si stava registrando e allo stesso tempo che cosa non si poteva portare a bordo.
I passi successivi erano tutti basati sulla stessa schizofrenia. Vi racconto l’ultimo: all’imbarco c’erano, anche qui, una serie di postazioni automatiche, Mi misi in fila pensando di dover appoggiare il codice a barre della carta d’imbarco sul lettore. Si accese il rosso. Dietro di me cominciarono a vociare, come se ci fosse chissà quale urgenza (succede anche da noi) ed io, imperturbabile, cercavo di girare e rigirare la mia carta d’imbarco. Fino a che una persona mi mostrò la sua carta d’identità: ad averla! Certamente quella italiana non andava bene. Mi misi a guardare in giro finché vidi una signora affaccendata davanti ad uno schermo di computer. Mi avvicinai, aspettai che alzasse gli occhi, le feci vedere passaporto e carta d’imbarco a cui diede appena un’occhiata, e finalmente mi aprì un varco. Ma eravamo tornati all’inizio del 2000 ove l’inglese era una faccenda di élite, o al 2050 quando gli uomini saranno forse sostituiti dai robot? Arrivato finalmente in albergo, feci il check-in di nuovo con persone il cui inglese era come minimo rudimentale e finalmente ebbi la chiave ed entrai in ascensore. Quando si aprirono le porte mi trovai di fronte, ad aspettarmi…. un robot, che gentilmente mi chiese qualcosa… in cinese. Tentai di ignoralo e mi diressi verso la mia stanza con “lui” al seguito, che, continuando a parlare, con un segnale mi aprì la porta. A quel punto mi precipitai dentro, chiusi rapidamente la porta per evitare che mi seguisse, e inserii il passetto meccanico nel dubbio che quella diavoleria decidesse di entrare, magari per spiegarmi come si usa il gabinetto, anche quello pieno di pulsanti, cursori e led vari.
Da Xiamen sono andato ad Hanoi e quindi di nuovo a Pechino per una notte e prendere l’indomani il mio volo di ritorno in Italia. Le mie traversie sono state analoghe e non ve le racconto di nuovo, salvo una. Arrivando la sera dopo le nove e dovendo ripartire la mattina dopo, invece del solito Hilton mi ero fatto prenotare un albergo vicino l’aeroporto. Arrivato lì, scoprii una cosa che in 43 anni non mi era mai capitata: non accettavano stranieri. Dovetti trovare un altro albergo non distante. Ecco come cambia il mondo in 4 anni.
Non ero sicuro che queste mie riflessioni, basate su pochi giorni di permanenza potessero essere significative, ed esitavo a pubblicarle, ma un articolo di Federico Fubini sul Corriere dell’ undici dicembre scorso ha confermato sostanzialmente le mie opinioni sulla base di dati statistici indiretti, a mio avviso molto importanti e indipendenti da mascherature.
Uno studio francese, di cui riferisce, ha pubblicato alcuni dati risultanti dal sistema di identificazione automatica delle navi cargo che trasportano merci fra la Cina e vari Paesi del mondo. Da essi si evince che l’export cinese verso le nove economie avanzate del mondo (USA, Francia, Germania, Italia etc.) negli ultimi due anni (2022/23) è calato visibilmente, come anche l’import dagli stessi Paesi. L’opposto è successo negli scambi con il Sud del mondo che è cresciuto in maniera significativa, arrivando quasi al livello di quelli con il primo gruppo. Più in dettaglio, nel primo gruppo di Paesi, gli scambi con l’Europa hanno mostrato un crollo notevole, mentre quelli con USA sono rimasti sostanzialmente stabili. Nel secondo gruppo, sono stati gli scambi con India e Indonesia a crescere in una maniera abbastanza vistosa. Questi dati ci porterebbero a commenti importanti sulla politica europea, che però sono fuori dal tema di questa nota. Sono però una conferma delle mie impressioni, appena espresse: la Cina avrebbe ormai fatto una “virata” strategica importante, rinunziando ad una politica commerciale di globalizzazione con i Paesi occidentali ed i loro alleati e richiudendosi, almeno parzialmente, nel loro isolamento millenario a cui pose fine l’invasione inglese del 1842, per mantenere contatti prevalentemente con i Paesi del Sud del Mondo, che non hanno (vedi i BRICS) velleità di “esportazioni culturali” nei riguardi del Celeste Impero. Tutto ciò implicherebbe ovviamente un cambio dei piani di sviluppo del Paese determinando una riduzione della crescita, una maggiore incertezza del futuro per i giovani ed un forte impulso dello sviluppo tecnologico autoctono, quest’ultimo in competizione con il mondo occidentale.
Avrà tutto ciò conseguenze su di noi? Una cosa è certa. L’ordine mondiale ideato da Kissinger/Nixon negli anni ’70 è definitivamente morto, casualmente in coincidenza con la morte del suo ideatore che solo pochi mesi fa era tornato ancora una volta in Cina in un ultimo tentativo di ricostruire un dialogo USA-Cina. Credo che nessuno possa oggi fare previsioni. Il 2024 sarà un anno elettorale per gli Stati Uniti ed esso si presenta pieno di incertezze. Chiunque sarà il vincitore, dovrà affrontare la doppia crisi in Ucraina e in Israele, cercando da un lato di evitare una sostanziale disfatta e dall’altro impedire che essa si allarghi a una crisi generale, considerando che fra pochi mesi ci saranno anche le elezioni politiche a Taiwan.
In Cina il governo deve fronteggiare una crisi economica nella quale non riesce a far ridurre la disoccupazione qualificata. Ciò ha una rilevanza molto maggiore di quanto avrebbe da noi in Europa e potrebbe addirittura provocare una pericolosissima crisi del “contratto sociale” che è alla base del sistema cinese. Questa volta sarà impossibile risolverla, come in passato, con un grande impulso agli investimenti pubblici infrastrutturali. Xi Jinping sta cercando di far crescere i consumi interni che hanno spesso risolto analoghi problemi negli USA, ma ciò richiede fiducia nel futuro da parte dei cittadini, consumatori e produttori di reddito. Ma è proprio questa fiducia nel futuro che ho visto diminuire drasticamente nel mio viaggio, e di conseguenza il crollo verticale nelle nascite, e la “tristezza” generalizzata nelle nuove generazioni. Tutto l’opposto invece sta succedendo in Vietnam, Paese di stessa cultura e stesso sistema politico che ho visitato qualche giorno dopo. Lì ho rivisto il mondo che conoscevo: caotico, pieno di motociclette, automobili, autobus etc. La gioventù per fortuna qui non è cambiata. Nei loro occhi si vede una grande speranza per il futuro. Questo Paese, sono certo, non verrà influenzato dalla riduzione della crescita mondiale che sarà certamente causata dalla drastica riduzione della globalizzazione.
E noi in Europa? Ho veramente poche speranze. Siamo più che mai il vaso di coccio fra i due giganti. Gli USA hanno da sempre una solidissima base nei consumi interni e nella forza soverchiante del dollaro, che detta legge negli scambi commerciali. La loro economia sta crescendo rapidamente, la borsa è ai massimi storici. Se le elezioni future non creeranno grandi instabilità, continueranno a dettare le regole del mondo, facendone pagare le conseguenze per lo più ai Paesi più deboli, e fra questi ci siamo noi. La crisi con la Russia ha distrutto le esportazioni tedesche in quel Paese e l’approvvigionamento energetico a basso costo, e a ruota sono andati gli altri Paesi europei, fra cui l’Italia, con la riduzione aggiuntiva delle nostre esportazioni in Germania. Lo stesso è accaduto con gli scambi verso la Cina. Le elezioni europee potrebbero a loro volta determinare un’ulteriore problematica economica nel nostro continente, specialmente in Italia.
Vedo grosse nubi all’orizzonte e nessun ombrello sotto cui ripararsi.
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