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LA CGIL E IL REFERENDUM SUL JOB ACT

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di Gianvito Calderaro

La CGIL di Maurizio Landini ha già avviato, tra l’altro, il referendum per l’abolizione del Jobs Act, cioè della riforma del lavoro realizzata dal governo guidato da Matteo Renzi. Un referendum sul quale si sono precipitati a sostenerlo i verdi di Bonelli e Sinistra Italiana di Fratoianni, nella speranza di acquisire una certa pubblicità per le prossime elezioni europee. Sul referendum ha espresso la sua contrarietà Luigi Sbarra, il leader del sindacato Cisl, il quale ha dichiarato: “il Jobs Act è una grande riforma”. Inoltre, ha affermato che “anacronistico ripensare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Rispettiamo l’iniziativa ma contrari nel merito. Indecenti le lezioni di sindacato a noi”.

Mentre il PD della Schlein, si presenta all’appuntamento referendario diviso tra coloro che sono favorevoli e quelli che sono contrari, che sono capeggiati dall’on. Delrio, il quale ha detto: “Io non abiuro”. Un autorevole sindacalista come Marco Bentivogli, durante la fase di promulgazione della riforma del Jobs Act, sosteneva che “non è come licenziare, ma come tornare ad assumere, e per farlo bisogna investire, sbloccare l’ingessatura del Paese”.

Nonostante che siano passati quasi dieci anni, che si siano avvicendati ben cinque governi e ben tre legislature dalla sua approvazione, il Jobs Act rimane uno dei provvedimenti più citati nel dibattito politico italiano. Infatti, ancora oggi i suoi numerosi sostenitori ritengono che tale articolata riforma del lavoro, varata dal governo Renzi, tra il 2014 e 2016 , abbia rilanciato la occupazione nel nostro Paese dopo la grave crisi economica del 2011.

Alla domanda: cosa è il Jobs Act? Renzi, ricordava che con la espressione “Jobs Act” veniva ripresa il nome di una legge sul lavoro firmata dall’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama del 2012. L’obiettivo della riforma era quello di raggiungere una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro, ingessato da anni, per far crescere la occupazione.

Alla domanda, con il Jobs Act gli occupati sono aumentati, si o no? Secondo i sostenitori della riforma, i posti di lavoro sarebbero cresciuti di circa un milione di unità tra il periodo in cui la riforma è stata in vigore e il 2018, quando è stata modificata dal noto “decreto dignità”, approvato dal primo governo Conte. Secondo i dati Istat, in effetti da febbraio 2014 (anno di insediamento del governo Renzi) alla fine del 2016 (data di dimissioni del governo Renzi), il numero complessivo degli occupati in Italia è cresciuto da poco meno di 22 milioni a circa 22,9 milioni.

Per comprendere l’impatto del Jobs Act che ha avuto sulla occupazione è necessario uno studio più accurato. Uno studio degli economisti Pietro Garibaldi e Tito Boeri, già presidente dell’Inps, ha mostrato che l’occupazione è aumentata, ma i contratti a tempo determinato hanno raggiunto la soglia del 60 per cento. In uno studio riferito alla regione Veneto, eseguito da Paolo Sestato ed Eliana Viviano, economisti della Banca d’Italia, si evidenza che il Jobs Act ha avuto un impatto significativo nella crescita occupazionale, sia grazie al contratto a tutele crescenti sia grazie alla decontribuzione.

Sulla stessa linea si situa lo studio avviato dagli economisti Valeria Cirillo, Marta Fana e Dario Guarascio, che hanno mostrato che l’aumento dell’occupazione sia stato per lo più concentrato in settori a bassa specializzazione. Per quanto riguarda l’impatto sui salari, uno studio di Michele Catalano ed Emilia Pezzola, ricercatori dell’Istituto di consulenza e ricerca economica “Prometeia”, ha evidenziato che il Jobs Act ha comportato un aumento del Pil e della domanda di lavoro, con una lieve riduzione del tasso di disoccupazione, ma a fronte di un calo della “quota salari”, ossia della parte di reddito nazionale che va ai lavoratori.

La verità che viene ignorata da Landini e dalla CGIL è che in generale tutti gli studi sono concordi nel ritenere che il Jobs Act abbia avuto un impatto positivo sull’occupazione, limitato in alcuni ambiti e non nell’ordine di grandezza rivendicato dai suoi promotori e sostenitori. Infine, vi è da aggiungere che da uno studio elaborato dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del lavoro, il contratto a “tutele crescenti” non presenta maggiore rischio di licenziamento rispetto a quello soggetto al regime dell’articolo 18, tant’è che, a 39 mesi dall’assunzione, risulta licenziato il 21,3% dei dipendenti assunti dopo il 2015 con il nuovo regime a fronte del 22,6% dei neoassunti con contratto tradizionale nel 2014.

Inoltre, il contratto a “tutele crescenti ” del Jobs Act , sopravvive di più rispetto a quello tradizionale: sempre a 39 mesi dall’assunzione, il 39,3% dei contratti stipulati nel 2015 continuano ad essere attivi contro il 33,4% di quelli sottoscritti in regime dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Anche sul fronte dei licenziamenti, i dati rilevati evidenziano quanto segue: per i licenziamenti per motivo economico abbiamo il 18,5% per gli assunti con il Jobs Act e il 20,6% per il tradizionale articolo 18; riguardo ai licenziamenti per causa disciplinare, abbiamo una quota marginale di neoassunti con le tutele crescenti contro il 2,1% per il contratto tradizionale. 

Ecco perchè il referendum sul Jobs Act appare anacronistico e fuori della realtà, ma solo come furore contro Matteo Renzi. Maurizio Landini, deve comprendere che non su può fare sindacato con i risentimenti, anche perchè con il decreto “San Valentino” la CGIL di Lama subì una grave sconfitta. Anche allora, il sindacato Cisl apparve più realista e moderno, rispetto ad una CGIL come ruota di trasmissione del vecchio PCI.

Ad oggi, operante ancora il Jobs Act, gli occupati sono aumentati a 23,8 milioni e i senza lavoro calano al 7,2%. Secondo i dati Istat, il tasso di occupazione si attesta sul 62,1%, con un aumento annuo dell’1%. Gli interventi della Corte Costituzionale hanno reso molto più adeguato lo stesso Jobs Act. Ecco spiegato l’anacronistico referendum voluto da Landini e sposato prontamente da Bonelli e Fratoianni, alla ricerca di qualche voto per le elezioni europee.

Perché non pensiamo a referendum riguardanti l’abolizione del Rosatellum, tematica che un sindacato confederale no  dovrebbe ignorare.

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  • Redazione

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