
Nel giornale di ieri Marforius ha chiarito la sostanziale differenza tra i kulaki e i parakulaki, inducendo una riflessione, che va fatta, sullo sterminio dei primi e sullo stalinismo dei secondi che, nell’attualità, ci porta a considerare come la storia si ripeta, sia pure in forme modificate e sotto maschere che non nascondono, tuttavia, la protervia di chi le indossa.
Per strani giochi del destino, a riportarci alla realtà della protervia in atto, è in modo evidente la Russia, che ha invaso l’Ucraina e in modo sottratto all’evidenza le multinazionali, che dei kulaki vogliono fare strage, perché anche l’agricoltura deve essere verticalizzata, concentrata e sottratta alla piccola proprietà.
I kulaki sono i contadini delle stragi staliniste degli anni Trenta del secolo scorso e i parakulaki sono quei soggetti della sinistra che, intrisi di fabianesimo e, conseguentemente ammiratori di Stalin, oggi sono i servi, appunto parakulaki, del capitale finanziario e della multinazionali, che ai kulaki attuali vorrebbero riservare lo stesso trattamento che Stalin riservò ai piccoli contadini ucraini.
Holodomor, o “sterminio per fame” va ricordato agli smemorati della cancel culture, è il nome con il quale si designa il genocidio per fame di oltre 6 milioni di persone, perpetrato dal regime sovietico, a danno della popolazione ucraina negli anni 1932 – 1933. Gli ucraini subirono una terribile punizione, perché accusati di contestare il sistema della proprietà collettiva.

Holodomor si riferisce alla morte, provocata negli Anni ’30 dalle politiche di Stalin, di milioni di ucraini. Un’ecatombe. La tragedia ebbe inizio quando Stalin, tra l’autunno del 1932 e la primavera del 1933, decise la collettivizzazione agraria, costringendo anche i kulaki, i contadini (coltivatori diretti o piccoli proprietari terrieri), ad aderirvi contro la loro volontà.
La collettivizzazione forzata delle terre innescò una gigantesca carestia che colpì varie parti dell’Unione Sovietica.
Per l’Urss, la fertile Ucraina, soprannominata non a caso “il granaio d’Europa”, era un Paese da sfruttare e per questo Stalin decise di “spezzare la schiena” ai kulaki, forti oppositori della collettivizzazione.
In tutta l’Urss, circa cinque milioni di persone – deliberatamente private dei mezzi di sostentamento – morirono di fame. Di questi, secondo le stime, quattro milioni erano ucraini.
Mosca ha sempre negato il dramma ucraino, che fu il più grande sterminio della storia europea del XX secolo dopo l’Olocausto degli ebrei.
Nel 2003 le Nazioni Unite hanno stabilito che l’Holodomor è stato “il risultato di politiche e azioni crudeli che provocarono la morte di milioni di persone”. Cinque anni dopo, nel 2008, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione nella quale lo sterminio ucraino viene classificato come crimine contro l’umanità. Tuttavia non è mai stato riconosciuto come genocidio, per non irritare la Russia.
Ora, nell’Europa del terzo millennio, anche se in altra forma, la storia si ripete.
Non si tratta più di collettivizzazione forzata secondo il metodo stalinista sovietico, ma di accorpamento delle piccole proprietà attraverso politiche vessatorie, come quelle adottate dall’Unione Europea in omaggio al Green Deal del capitalismo finanziario, nuovo stalinismo con la maschera, del quale la sinistra fabiana, quella dei parakulaki, si è resa braccio armato.
Eurostat (aggiornamento del 2019) fa una fotografia della struttura dell’agricoltura negli Stati membri dell’Unione Europea basata sull’indagine sulla struttura delle aziende agricole condotta nel 2013.
Nel 2013 si contavano nell’UE 10,8 milioni di aziende agricole. Tra queste aziende, 6,5 milioni (pari al 59,8 %) avevano una produzione standard superiore a 2.000 euro.
La superficie agricola utilizzata (SAU) nell’UE-28 era pari a quasi 175 milioni di ettari (circa il 40,0 % della superficie totale), con una dimensione media di 16,1 ettari per azienda agricola.
In termini di superficie agricola utilizzata, la Francia e la Spagna possedevano la percentuale più elevata di superficie agricola dell’UE-28, con una quota rispettivamente del 15,9 % e del 13,3 %, mentre il Regno Unito e la Germania registravano quote poco al di sotto del 10,0 %.
Il numero più elevato di aziende agricole si registra in Romania (3,6 milioni), dove si trova un terzo (33,5 %) di tutte le aziende dell’UE-28. La Polonia ha registrato la seconda percentuale più elevata di aziende agricole (13,2 %), poco al di sopra dell’Italia (9,3 %) e della Spagna (8,9 %).
Nel 2013 la Repubblica ceca ha fatto registrare la dimensione media delle aziende agricole di gran lunga più grande tra gli Stati membri dell’UE con 133 ettari, mentre la seconda media più elevata è stata registrata nel Regno Unito, con 94 ettari. Sei Stati membri hanno riportato dimensioni medie inferiori a 10,0 ettari, mentre le medie più basse sono state registrate in Romania, a Cipro e a Malta.
La dimensione media delle aziende agricole nell’UE-28 è aumentata da 14,4 ettari per azienda nel 2010 a 16,1 ettari per azienda nel 2013, per effetto di un calo dell’11,5 % del numero di aziende e di una riduzione dello 0,7 % della superficie agricola utilizzata. La maggior parte degli Stati membri dell’UE ha evidenziato un aumento della superficie agricola media utilizzata per azienda tra il 2010 e il 2013, con la Repubblica ceca ad aver registrato l’unico calo sostanziale; in Grecia e in Irlanda sono state registrate riduzioni di modesta entità.
Sempre Eurostat ci dice che nel 2016 sono stati utilizzati per la produzione agricola poco più di 171 milioni di ettari di terreno nell’Unione europea (UE), pari a circa il 40% della superficie totale dell’UE. Ciò ha sostenuto circa 10,3 milioni di aziende agricole.
La maggior parte delle aziende agricole dell’UE sono di piccole dimensioni, due terzi delle quali hanno dimensioni inferiori a 5 ettari (ha).
Per contro, il 3% delle aziende agricole dell’UE di 100 ha o più ha lavorato oltre la metà della superficie agricola utilizzata (SAU) nell’UE.
Nel 2016, un terzo delle aziende agricole dell’UE era situato in Romania (33%), un altro terzo in Polonia (14%), Italia (10%, 2013) e Spagna (9%).
Le aziende più grandi (di 50 ettari o più) erano molto più diffuse in Lussemburgo (52% delle aziende), Francia (41%), Regno Unito (39%) e Danimarca (35%). Nella maggior parte degli Stati membri, la maggior parte delle SAU si concentrava sulle aziende più grandi (50 ha o più).
Nel 2020 esistevano 9,1 milioni di aziende agricole nell’UE, la stragrande maggioranza delle quali (circa il 93%) può essere classificata come aziende agricole a conduzione familiare (ovvero aziende agricole a gestione familiare in cui almeno il 50% della forza lavoro agricola era fornita da collaboratori familiari ).
Le aziende agricole a conduzione familiare dominano la struttura dell’agricoltura dell’UE in termini di numero di aziende, contributo all’occupazione agricola e, in misura minore, superficie di terreno coltivata e valore della produzione generata. Lo rivela Eurostat, l’ufficio statistiche dell’Unione europea.
Quasi sei aziende agricole su dieci (circa il 57%) erano gestite esclusivamente dal titolare e dai familiari. In un ulteriore 36% delle aziende agricole, il lavoro familiare rappresenta almeno il 50% del lavoro totale.
Nel 2020 le aziende agricole a conduzione familiare rappresentavano la maggioranza della superficie agricola utilizzata (circa il 61% dei 157,4 milioni di ettari utilizzati), la maggior parte della forza lavoro agricola totale (quasi il 78%), la maggioranza delle unità di bestiame (quasi il 55%) e produzione standard (circa 56%).
Sebbene nel 2020 le aziende agricole non familiari rappresentassero solo circa il 7% di tutte le aziende agricole dell’UE, rappresentavano quote molto più elevate della quantità di terreno utilizzato per la produzione agricola (circa il 39%) della forza lavoro totale (circa il 22%) , di unità di bestiame (circa 45%) e di produzione standard (circa 44%).
Le aziende agricole a conduzione familiare rappresentavano almeno l’80% di tutte le aziende agricole in tutti i paesi dell’UE, ad eccezione di Estonia (65%) e Francia (58%). I paesi dell’UE con la quota più elevata di aziende agricole a conduzione familiare sono stati Grecia, Romania e Polonia (tutti con una quota di circa il 99% di tutte le aziende agricole).
Il tema, in questo 2024 di rivolta dei kulaki moderni, non è la collettivizzazione, ma la concentrazione e, guarda caso, ancora una volta al centro della discussione in atto c’è l’Ucraina.
Il Commissario UE per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, il polacco Janusz Wojciechowski, a dicembre dello scorso anno ha chiesto che i sussidi all’agricoltura siano limitati in modo obbligatorio e a livello europeo per far fronte all’adesione dell’Ucraina, Paese considerato una potenza agricola mondiale.
Wojciechowski ha affermato che l’Unione dovrebbe evitare che l’adesione dell’Ucraina dia un’ulteriore spinta alla già crescente concentrazione fondiaria in Europa.
“La maggior parte dell’agricoltura ucraina è dominata da grandi aziende agricole”, ha dichiarato Wojciechowski, aggiungendo che l’UE dovrebbe “evitare di versare sussidi a queste grandi aziende”.
Secondo Wojciechowski, un sistema obbligatorio di suddivisione della proprietà delle superfici agricola dei Paesi dell’UE sarebbe “una buona risposta” per affrontare la concentrazione fondiaria e il fatto che in Ucraina l’azienda agricola media è molto più grande di quella dell’UE.
Un documento redatto dal segretariato generale del Consiglio dell’UE ha rivelato che l’Ucraina potrebbe beneficiare, nel totale dei 7 anni in cui viene frazionata la PAC, di 96,5 miliardi di euro in tutto, il che porterebbe a tagli di circa il 20% dei sussidi agricoli agli attuali Stati membri dell’UE.
Il ministro dell’Agricoltura tedesco Cem Özdemir ha lanciato l’allarme: “Se lasciamo l’attuale politica agricola così com’è e allarghiamo l’UE all’Ucraina, alla Moldavia e ai Paesi dei Balcani occidentali, il sistema crollerà”.
Con i suoi 32 milioni di ettari arabili di ricco e fertile suolo nero (detto “cernozëm”), l’Ucraina dispone dell’equivalente di un terzo di tutto il terreno agricolo esistente in Europa.
Con la fine della collettivizzazione socialista le terre ucraine, in un primo tempo distribuite ai piccoli proprietari, sono diventate un ottimo affare per le banche e le multinazionali agroalimentari.
Il granaio d’Europa ha una produzione annuale di 64 milioni di tonnellate di cereali e sementi; è fra i maggiori produttori mondiali di orzo, frumento e olio di semi di girasole.
Per limitare una privatizzazione selvaggia, nel 2001 è stata imposta una moratoria sulla vendita di terreni a stranieri.
Da allora l’abrogazione di questa norma è stato un obbiettivo principale delle istituzioni occidentali. Già nel 2013, ad esempio, la Banca Mondiale aveva stanziato un prestito di 89 milioni di dollari per lo sviluppo di un programma di rogiti e titoli catastali necessario alla commercializzazione di terreni demaniali e cooperative.
Nonostante la moratoria già nel 2016 dieci multinazionali agricole erano giunte a controllare 2,8 milioni di ettari di terre. Nel 2022 le stime parlavano di 3,4 milioni di ettari in mano ad aziende straniere e società ucraine partecipate da fondi esteri.
La moratoria è stata abrogata dal governo Zelensky nel 2020 in vista di un referendum definitivo nel 2024.
Open Democracy nell’ottobre 2021 rivelava che dieci aziende private controllavano il 71% del mercato agricolo ucraino, comprese «oltre all’oligarchia ucraina, corporation come Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill, Monsanto, Louis Dreyfus e l’azienda statale cinese COFCO».
A questa lista vanno aggiunte secondo l’ultimo rapporto in materia dell’ Oakland Institute, multinazionali come la lussemburghese Kernel, la holding americana NCH Capital, la saudita Continental Farmers e la francese AgroGenerations.
Dopo la firma dell’accordo di associazione economica fra Ucraina e l’Unione, entrato in vigore nel 2017, le multinazionali hanno aumentato la loro presenza.
L’Oakland Institute (https://www.oaklandinstitute.org/war-theft-takeover-ukraine-agricultural-land), in un rapporto del febbraio 2023 scrive: “La quantità totale di terra controllata da oligarchi, individui corrotti e grandi imprese agricole supera i nove milioni di ettari, superando il 28% della terra coltivabile dell’Ucraina. I maggiori proprietari terrieri sono un mix di oligarchi ucraini e interessi stranieri – per lo più europei e nordamericani, nonché del fondo sovrano dell’Arabia Saudita. Importanti fondi pensione, fondazioni e fondi universitari statunitensi vengono investiti attraverso NCH Capital, un fondo di private equity con sede negli Stati Uniti. Diverse aziende agricole, ancora in gran parte controllate dagli oligarchi, si sono aperte alle banche e ai fondi di investimento occidentali – compresi quelli importanti come Kopernik, BNP o Vanguard – che ora controllano parte delle loro azioni. La maggior parte dei grandi proprietari terrieri sono sostanzialmente indebitati con i fondi e le istituzioni occidentali, in particolare la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) e la Banca mondiale”.
“Negli ultimi anni – continua l’Oakland Institute – i finanziamenti occidentali all’Ucraina sono stati legati a un drastico programma di aggiustamento strutturale che ha richiesto misure di austerità e privatizzazione, inclusa la creazione di un mercato fondiario per la vendita di terreni agricoli. Il presidente Zelenskyj ha convertito in legge la riforma agraria nel 2020 contro la volontà della stragrande maggioranza della popolazione che temeva che avrebbe esacerbato la corruzione e rafforzato il controllo da parte di potenti interessi nel settore agricolo. I risultati del rapporto concordano con queste preoccupazioni. Mentre i grandi proprietari terrieri si assicurano massicci finanziamenti da parte delle istituzioni finanziarie occidentali, gli agricoltori ucraini – essenziali per garantire l’approvvigionamento alimentare interno – non ricevono praticamente alcun sostegno. Con il mercato fondiario in atto, in un contesto di forte stress economico e di guerra, questa differenza di trattamento porterà a un maggiore consolidamento fondiario da parte delle grandi imprese agricole”.
Il rapporto lancia anche l’allarme sul fatto che il debito paralizzante dell’Ucraina viene utilizzato come leva dalle istituzioni finanziarie per guidare la ricostruzione postbellica verso ulteriori riforme di privatizzazione e liberalizzazione in diversi settori, compresa l’agricoltura.
Per concludere, ancora una volta i presi di mira sono i kulaki. In primo luogo i kulaki ucraini, che dopo la fine della collettivizzazione si sono visti nella necessità di vendere i loro terreni a oligarchi e multinazionali e, più in generale, i kulaki europei, sottoposti ad una pressione costante per favorire la concentrazione delle terre.
In questo gioco al massacro dei kulaki in versione terzo millennio, guarda caso in prima linea ci sono le sinistre dei parakulaki (copy di Marforius). Sinistre ammalate di fabianesimo e, conseguentemente di stalinismo, prone ai desideri del capitalismo finanziario, dei finti filantropi e delle multinazionali.





